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Da Mosca a Teheran a Khartoum donne per la libertà

Un giro del mondo tra le “Marianne” che stanno diventando leader nei loro Paesi con battaglie per i diritti civili

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Si chiama Olga Misik, ha 17 anni ed è stata soprannominata la Marianna di Russia. La sua foto mentre legge la Costituzione russa seduta davanti a un cordone di agenti in tenuta antisommossa è diventata subito virale. È diventata il simbolo della lotta per i diritti e la libertà nel paese di Putin, che negli ultimi due sabati ha visto represse nella violenza della polizia, con oltre mille arresti, le proteste contro il Cremlino che ha impedito la presentazione di candidati indipendenti alle elezioni municipali di Mosca del prossimo 8 settembre.

“Ho letto ai poliziotti l’articolo 31 della Costituzione, che prevede la libertà di assemblea, il 29 sulla libertà di parola, e l’articolo 3, che descrive il popolo come la principale fonte del potere: volevo spiegare agli agenti che la gente si era radunata pacificamente, senza armi, e quindi legalmente”, ha raccontato alla testa Snob. “Se la sola lettura della Costituzione ha creato tutto questo putiferio, beh, questo la dice lunga sullo stato delle cose in Russia”.

Olga, che abita a un centinaio di chilometri dalla capitale, fa parte di un movimento, il Bessrochka, che “non ha leader né una struttura centrale. Siamo piuttosto diffusi sul territorio, comunichiamo attraverso Telegram, partecipiamo a manifestazioni, distribuiamo giornali, volantini e adesivi”. Si è avvicinata alla politica da pochissimo, prendendo parte a una manifestazione contro l’aumento dell’età pensionabile promosso da Alexei Navalny. “Ero timorosa, pensavo fosse un truffatore, ma poi ho cambiato idea, mi sono informata…”.

Al termine della manifestazione del 29 luglio, mentre camminava verso una fermata della metropolitana, Olga Misik è stata portata via con la forza dalla polizia, come si vede in questo video, trattenuta per un giorno e denunciata. “Vogliamo una Russia libera, nella quale non avvengano azioni illegali. Nessuno deve avere paura della polizia e dei tribunali”, ha detto Olga.

A Teheran, invece, tre attiviste iraniane per i diritti delle donne, detenute nella prigione di Qarchak (Shahr-e Ray) sono state condannate a 55 anni complessivi di carcere, da scontare completamente. La sentenza è stata emessa il 31 luglio dalla corte rivoluzionaria di Teheran nei confronti di Yasaman Aryani, sua madre Monireh Arabshahi e Mojgan Keshavar, in assenza dei loro avvocati. La loro colpa è aver donato fiori bianchi in occasione della Festa della donna nella metropolitana di Teheran senza indossare il velo reso obbligatorio dal regime teocratico iraniano, come si vede in questo video.

Tutte e tre le donne sono state condannate a dieci anni di carcere per aver “incoraggiato e promosso la corruzione togliendosi il velo”, più un anno per “propaganda contro lo Stato” e cinque anni per “collusione e assemblea per agire contro la sicurezza nazionale”. Moigan Keshavarz è stata condannata ad altri sette anni e sei mesi di carcere per l’accusa di “blasfemia”.

Il giudice che ha pronunciato la sentenza, Mohammad Moqisseh, è lo stesso che in marzo ha condannato Nasrin Sotoudeh, famosa avvocatessa iraniana in difesa dei diritti umani, a 38 anni di carcere e 148 frustate, dilazionate nel tempo, per “collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo Stato”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione”, e per “essere apparsa in pubblico senza hijab”. Nel 2012, il Parlamento europeo aveva assegnato a Nasrin Sotoudeh il premio Sacharov per la libertà di pensiero. Sotoudeh è rinchiusa nel carcere di Evin dal 13 giugno 2018.

In questa prima parte del 2019, Olga Misik, Yasaman Aryani, Monireh Arabshahi, Mojgan Keshavar e Nasrin Sotoudeh sono diventate i simboli della lotta contro i regimi dei tiranni, per la libertà delle donne e dei propri popoli. Insieme a loro Alaa Salah, che ha guidato cantando le proteste, iniziate lo scorso dicembre, contro il presidente del Sudan Omar al-Bashir, destituito dai militari l’11 aprile. Alaa Salah era diventata famosa in tutto il mondo dopo che l’8 aprile era salita sul tetto di una macchina a Khartoum intonando canti popolari insieme alla folla. “La religione dice che se gli uomini vedono che qualcosa va male, non possono restare in silenzio”, ha cantato, mentre la gente rispondeva gridando “Rivoluzione!”. Alaa indossava il “thobe”, un abito bianco tradizionale. È stata ribattezzata “Statua della libertà”, ma soprattutto “Kandaka”, regina di Nubia al tempo delle conquiste di Alessandro il Grande, che divenne il simbolo della lotta delle donne per i loro diritti nel Paese.

Beniamino Bonardi

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Beniamino Bonardi
Il direttore responsabile de L'Incontro

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