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Dall’invasione degli idraulici polacchi alla Brexit

Il Regno Unito, Paese con i trascorsi più imperiali di tutti, appare come il più “aperto”

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Nel novembre del 2017 un sondaggio del Pew Center mostrò che avevano una visione negativa dei musulmani il 72% degli ungheresi, il 69% degli italiani, il 66% dei polacchi, il 65% dei greci, il 50% degli spagnoli, il 35% di olandesi e svedesi, il 29% di francesi e tedeschi, il 28% dei britannici. Non è una classifica che corrisponde ai Paesi dove più hanno insanguinato gli attentati jihadisti degli ultimi anni, e neanche corrisponde all’effettiva consistenza degli immigrati islamici, ma piuttosto ci parla di una memoria storica stratificata. Ungheresi, italiani e polacchi che furono in prima linea contro l’espansionismo ottomano e le scorrerie dei pirati saraceni, i greci e gli spagnoli che contro i musulmani dovettero fare le loro guerre d’indipendenza, hanno probabilmente sull’Islam un “pre-giudizio”: nel senso letterale di “giudizio basato su esperienze previe”. Un “pre-giudizio” che francesi, tedeschi, britannici, svedesi e olandesi, oltretutto gravati da profondi sensi di colpa imperiali, forse non hanno. In questo senso, la più recente storia coloniale avrebbe avuto in Francia un effetto maggiore che non le più antiche vicende della battaglia di Poitiers o delle Crociate.

Il Regno Unito, Paese con i trascorsi più imperiali di tutti, appare infatti come il più “aperto”. Non a caso sindaco della sua capitale è Sadiq Khan: un figlio di immigrati pakistani, autista il padre e sarta la madre, che è il primo sindaco musulmano di una grande città europea. Il secondogenito dell’erede al trono ha appena sposato un’attrice nera californiana e perfino il nuovo primo ministro Boris Johnson ha nel suo dna le tracce di questa vocazione cosmopolita. Nato a New York e con doppia cittadinanza statunitense e britannica, ha un bisnonno che si chiamava Ali Kemal Bey. Giornalista ottomano di idee liberali, vedovo di una moglie inglese sposata in esilio, lasciando il figlio alla suocera tornò in Turchia dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e fu per tre mesi ministro dell’Interno. Ma il 6 novembre del 1922 fu linciato da una folla di ultra-nazionalisti inferociti. Il suo discendente nel suo libro del 2006 Il sogno di Roma, trasposto in un documentario e tradotto anche in italiano, scrisse che “saremmo pazzi a rifiutare la Turchia”, ed anche che “con il tempo sarà anche necessario rinnovare e approfondire il rapporto tra l’Ue e i paesi maghrebini del Nordafrica, sulla base dell’antica idea romana di tolleranza”. Allora infatti sosteneva l’unità di Europa e Mediterraneo come necessaria eredità dell’Impero Romano, e per quello da sindaco fece pure reintrodurre l’insegnamento del latino nelle scuole della Greater London.

Primo ministro, però, lo è diventato dopo essersi convertito alla Brexit più dura. E si sa che uno dei motivi per cui il movimento della Brexit è cresciuto è stato proprio per la crescente inquietudine di molti cittadini per quella che dopo l’ampliamento dell’Unione Europea a Est veniva presentata come “l’invasione degli idraulici polacchi”. Riaffiorare di antichi pregiudizi isolani in tempi di crisi a parte, bisogna ricordare che il Regno Unito ha un sistema di welfare estremamente generoso, a partire dal suo sistema sanitario. Ed è diffuso il timore che troppi stranieri possano contribuire a farlo saltare.

28 giugno 2016, il Premier David Cameron arriva a un vertice Ue a Bruxelles dopo il risultato del referendum sulla Brexit

Fu questo tipo di sentimenti cui fece appello l’allora primo ministro David Cameron quando nel febbraio del 2012 annunciò una drastica stretta di freni all’immigrazione. “Ci serve gente che possa recare beneficio alla Gran Bretagna, non gente che vuole solo trarre beneficio dal Regno Unito”, disse. Per questo spiegò che da allora in poi avrebbero potuto entrare solo stranieri extra-Unione Europea in grado di guadagnare un minimo di 31.000 sterline all’anno: all’epoca, 37.000 euro.  Esposto dal ministro dell’Immigrazione Damian Green, il piano era basato su un rapporto stilato da un Migration Advisory Committee (Mac) di tecnici stabilito dallo stesso governo per studiare il problema, e secondo il quale per ogni 100 stranieri che arrivavano, scomparivano per i cittadini britannici 23 posti di lavoro. “È stata smentita quella vecchia assunzione secondo la quale dal momento che l’immigrazione contribuisce a aumentare il Pil è una buona cosa, e dunque più immigrazione c’è e meglio è, qualunque siano le conseguenze sociali”. Secondo Green, “era questa la visione del precedente governo ai suoi inizi, ed è ancora questa la visione di Tony Blair e di alcuni dei suoi ex-consiglieri”. Aggiunse però: “non è questa la mia visione, e neanche la visione della grande maggioranza del popolo britannico. La chiave suggerita dal lavoro della Mac è che la misura di una politica di immigrazione di successo è data da come riesce a incrementare la ricchezza della popolazione residente”. Il governo spiegò che non intendeva procedere a base di colpi di mano, e riteneva importante costruire un “consenso nazionale” sul tema. Ma, insistette, “importare dipendenza economica nello Stato è inaccettabile, e anche portare in questo Paese gente che non può giocare alcun ruolo nella vita di questo Paese è egualmente inaccettabile”.

L’idea era dunque che bisognasse ridurre il flusso esattamente di quel 20% circa corrispondente ai lavori che potrebbero essere fatti dai locali, lasciando l’altro 80% corrispondente ai bisogni dell’economia e della società. Insomma, far entrare solo gli “immigrati buoni”: lavoratori e studenti qualificati in grado di “aumentare la qualità della vita nel Regno Unito”, e disponenti di una solida rendita annuale. Da una parte, professionisti in grado di offrire al Paese un valore aggiunto. Dall’altro, giovani che siano venuto a fare nel Regno Unito i loro studi universitari, che durante questa permanenza abbiano iniziato attività imprenditoriali, e che vogliano restare per sviluppare le loro idee. “Non ci servono imprenditori a metà, e neanche lavoratori non qualificati”, fu la chiosa di Green. E “non c’è neanche ragione perché ci debba essere in permanenza scarsità di badanti britanniche”. Il 20% in meno era calcolato sulla base dei 242.000 ingressi regolari del settembre 2010, e fissato da raggiungere entro il 2015. Ma probabilmente l’intenzione era di andare ancora oltre, visto che Cameron parlò addirittura di ridurre l’immigrazione “a poche decine di migliaia di unità all’anno”: come era negli anni ’90.

Per ottenere ciò, il governo annunciò un drastico giro di vite su matrimoni di convenienza e “falsi studenti”. “Dobbiamo essere sicuri che si tratti di studenti genuini che studino corsi genuini in istituzioni genuine”. Per gli stessi coniugi extra-comunitari di cittadini britannici si annunciò una prova obbligatoria di lingua, oltre all’obbligo di dimostrare che potessero vivere in modo indipendente. E i cittadini che volevano portarsi in casa un coniuge extra-comunitario avrebbero dovuto dimostrare di essere in grado di mantenerlo, anche se il livello di reddito richiesto sarebbe stato inferiore di quello richiesto agli immigrati: il rapporto Mac aveva consigliato tra le 18.600 e le 25.700 sterline. Nel novembre 2014 l’offensiva fu allargata ai cittadini Ue, per i quali Cameron propose di togliere sia gli sgravi fiscali previsti dal sistema di welfare sia la possibilità di fare domanda per l’edilizia popolare nei primi quattro anni di residenza, oltre a limitare le possibilità di ricongiungimenti familiari. E nel marzo del 2014 venne adottata anche una legge anti-terrorismo.

I conservatori, però, erano allora in coalizione con i liberal-democratici, che la bloccarono, sull’assunto che avrebbe potuto limitare la libertà di espressione. Né l’Ue accolse nessuna delle richieste di Cameron, mentre l’emigrazione invece di ridursi salì a livelli record, fino a un avanzo positivo di 298.000 stranieri. Ovviamente non dipendeva né dai liberal-democratici e né dalla Ue, ma Cameron fece la campagna elettorale del 2015 e vinse proprio chiedendo di rimuovere gli ostacoli alla realizzazione del suo programma. Rimandati all’opposizione i liberal-democratici con la conquista della maggioranza assoluta, preparò il referendum sull’Ue proprio per fare pressione, mentre provava a tornare alla carica sull’immigrazione.  “Per troppo tempo siamo stati una società passivamente tollerante. Adesso basta”, disse. Prima bordata: l’annuncio di una nuova legge anti-terrorismo, introdotta col Discorso della Regina in cui Cameron il 27 maggio 2015 fa presentare da Elisabetta II il suo programma. Seconda bordata: l’invio alla Commissione Europea del ministro dell’Interno Theresa May col mandato di dire no alla nuova politica di divisione dei richiedenti asilo secondo quote nazionali, e di proporre piuttosto di rimandare tutti dall’altra parte del Mediterraneo.

La stessa May anticipa questo approccio con un editoriale pubblicato dal Times: “L’Ue dovrebbe lavorare per stabilire dei siti di accoglienza sicuri in Africa del Nord, con un programma attivo di ritorno”. La ministro dell’Interno si dice anche “non d’accordo” con il parere della Mogherini secondo cui “non un singolo rifugiato o migrante intercettato in mare sarà respinto contro la sua volontà”. Secondo lei, “un simile approccio non può che favorire la traversata del Mediterraneo e incoraggiare ancora più persone a mettere la loro vita in pericolo”. Insomma: no al buonismo, di cui la May indica come esempio negativo l’operazione italiana Mare Nostrum: “al di là delle buone intenzioni, ha contribuito a quintuplicare le vittime tra il 2013 e il 2014”. “Dobbiamo essere sicuri di non fare qualcosa che peggiori i problemi”.

Allo stesso modo, si può riassumere con “no al buonismo” la filosofia della nuova legge anti-terrorismo come esposta dal premier al Consiglio di sicurezza nazionale. In passato, secondo lui, la società britannica “diceva ai suoi cittadini: finché rispetti la legge ti lasceremo stare”. Ma in questo modo “spesso siamo quindi rimasti neutrali tra diversi valori. E questo ha aiutato a rafforzare una narrativa di estremismo e risentimento”. Per impedire la “radicalizzazione” dei giovani britannici nella legge si annuncia l’inclusione di nuove regole, in modo da dare alle autorità più poteri per controllare e limitare “gli estremismi che hanno l’obiettivo di distruggere l’ordine”. Tra questi, soprattutto il potere di chiudere i luoghi frequentati da estremisti predicatori d’odio: a partire dalle moschee. Anzi, l’appartenenza o il finanziamento ad una moschea chiusa per estremismo diventano reati perseguibili penalmente. Ma si prevedono anche speciali ordinanze da emettere contro gli integralisti per limitarne l’attività.

L’effetto, però, è un disastro sui tutta la linea. Tra i quattro “panieri” di concessioni ottenuto da Cameron a Bruxelles, infatti, il primo è il cosiddetto “freno di emergenza”. In situazioni eccezionali “la libertà di movimento dei lavoratori può essere limitata”, e l’accesso al sistema di welfare potrà essere concesso gradualmente nell’arco di quattro anni, partendo da zero. Il sistema potrà essere applicato per un massimo di sette anni, senza retroattività. E gli assegni per i figli rimasti in patria saranno indicizzati sulla base del reddito del paese di residenza. “Il Regno Unito già accoglie 300.000 nuovi immigrati all’anno, e un ulteriore massiccio flusso semplicemente non è sostenibile”, ha spiegato Cameron. “Crediamo nel principio di un’economia aperta, ma dobbiamo essere in grado di affrontare la pressione che la libertà di movimento può porre sulle nostre scuole, sugli ospedali, sui servizi pubblici”.

23 marzo 2019, manifestazione a Londra contro la Brexit

Ma il compromesso è clamorosamente bocciato nel referendum sulla Brexit, che costringe il primo ministro alle dimissioni, e infila la politica britannica in un vicolo cieco in cui rimane impastoiata anche il suo successore Theresa May. Quanto alle misure di sicurezza, dopo la relativa calma seguita agli attentati al sistema dei trasporti di Londra del 2005 il Regno Unito torna a tingersi di sangue per vari attacchi terroristi. Sia di suprematisti bianchi, come l’omicidio della deputata anti-Brexit Jo Cox o l‘attacco alla moschea di Finsbury Park. Sia di jihadisti, come nell’attacco a Westminster del marzo 2017, nella strage della Manchester Arena del maggio 2017 o nell’attacco al Ponte di Londra del giugno 2017.

Soprattutto, però, il numero di residenti nel Regno Unito ha continuato a crescere, anche dopo l’annuncio di queste misure: da 5,3 milioni di persone nel 2004 a 9,4 nel 2017. Nello stesso intervallo i cittadini stranieri passano da 3 a 6,2 milioni. Malgrado il numero dei migranti provenienti da altri Paesi Ue cresca più rapidamente che quello degli extra-comunitari, comunque questi ultimi nel 2017 erano ancora il 61%.

Cartello pro-Brexit mentre la macchina della Premier Theresa May entra in Parlamento

In effetti la legislazione britannica sull’immigrazione non è particolarmente permissiva. Dal 2005 il Regno Unito ha introdotto un Life in the United Kingdom test che riguarda non solo gli aspiranti cittadini ma anche chi vuole ottenere un permesso di soggiorno permanente, e dove in 45 minuti bisogna rispondere a un test di 24 domande, che possono andare dal sistema costituzionale alla vita di tutti i giorni. Ma c’è anche una prova di lingua, che può essere sostenuta in inglese, in gallese o in gaelico. Inoltre nel Regno Unito in base alla legge del 1971 l’ingresso clandestino è un reato. È vero che di fatto l’immigrante illegale è colpito solo dalla deportation, cioè l’espulsione: sanzione amministrativa, verso la quale è però possibile formulare ricorso in tribunale, cercando in particolare di dimostrare di avere diritto all’asilo. Più duro è il trattamento che riceve chi al clandestino offre lavoro, con la multa o la reclusione fino a due anni. Nel sistema britannico non esiste però il principio di obbligatorietà dell’azione penale, e in base al principio di opportunità i giudici possono dunque decidere di non intervenire. È possibile però l’azione penale privata: qualunque cittadino può intraprenderla, e a quel punto per bloccarla il magistrato è obbligato a avocarla a sé.

Gli irregolari possono comunque essere detenuti senza limiti di tempo. Un provvedimento di espulsione (deportation order) può essere adottato nei casi in cui l’autorità competente ritiene che tale misura sia adottata a tutela del pubblico interesse o un tribunale ne raccomandi l’adozione nei confronti di una persona maggiore di 17 anni riconosciuta colpevole di una violazione punibile con la reclusione. L’ordine di espulsione, che può essere esteso anche al coniuge o al convivente o al figlio minore di 18 anni, comporta il divieto di rientrare nel territorio britannico e fa decadere ogni precedente permesso di soggiorno. Il provvedimento di espulsione è comunicato al destinatario, il quale è informato del suo diritto di ricorrere innanzi al giudice per chiederne l’annullamento. Il provvedimento di allontanamento (administrative removal) può invece essere adottato quando sia accertata l’inadempienza di una delle condizioni propedeutiche al permesso di soggiorno o la permanenza in territorio britannico oltre il termine fissato dal permesso stesso, ma anche nel caso in cui il rilascio del permesso di soggiorno sia stato ottenuto con mezzi fraudolenti (deception).

Inoltre, mentre prima del 2003 per quell’Indefinite Leave to Remain che corrisponde a un permesso di soggiorno permanente non si pagava niente, da quell’anno il governo laburista decise di introdurre una tassa, che da allora non ha fatto che crescere a ogni aprile. All’inizio, infatti, era di sole 155 sterline. Ma di fronte all’ondata di immigrati che venne nel 2004-05 in particolare dall’Europa dell’Est nel 2005 fu alzata a 335 sterline, nel 2007 a 750, e nel 2009 a 820. Sempre nel 2009 fu introdotta un’ulteriore tassa da 50 sterline destinata alle comunità dove gli immigrati si stabilivano concretamente, e una tassa di 50 sterline fu messa anche per ogni familiare a carico del richiedente il permesso. Inoltre venne stabilito un servizio Premium, che in cambio di 1020 sterline permetteva di saltare le file, sbrigando le pratiche su appuntamento. Attualmente è di 2389 sterline, più 1033 per la richiesta. 1206 sterline si pagano per l cittadinanza e 1033 per la naturalizzazione, incluse 80 sterline per la cerimonia.

Ma comunque, in particolare per lo status dei residenti Ue, tutto è in alto mare, fino a quando la procedura sulla Brexit non sarà arrivata a una conclusione: quale che essa sia.

Maurizio Stefanini

Quarta puntata dell’inchiesta di Maurizio Stefanini sulla politica dell’immigrazione nei vari paesi europei. Dopo la Spagna, la Francia e la Germania, il Regno Unito.

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Maurizio Stefanini
Giornalista dal 1988. Free lance impenitente. Attualmente collabora con Il Foglio, Lettera43, Libero, Bio's, Longitude, Babilon. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un’intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici.

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