Numerose sono le pubblicazioni che riguardano Bartali, una figura leggendaria per il ciclismo e lo sport italiano, così come i video e gli articoli di giornale sulle sue imprese.

Praticamente sconosciuto è un aspetto forse assai più importante della vita di questo grande campione, ora oggetto del volume di Alberto Toscano che è significativamente sottotitolato “una bici contro il fascismo”.

L’Autore, ripercorrendo la biografia di Bartali, ci porta passo passo alla “scoperta” delle gesta di questo campione, semplice e vero come la gente della sua terra, la Toscana, che non si sono limitate a straordinarie vittorie (tre Giri d’Italia e due Tour de France) ed imprese irripetibili (quale la vittoria per distacco al Tour nel 1948, il 15 luglio 1948, il giorno dopo l’attentato a Togliatti, nella tappa da Cannes a Briançon).

Il volume infatti ci svela come Bartali, assolutamente alieno, anche perchè profondamente religioso, dai miti e dai riti anche sportivi del fascismo, abbia contribuito a salvare numerosi ebrei perseguitati, consegnando loro i documenti falsi stampati in una tipografia clandestina.

In sostanza egli ha operato come corriere, sempre in bicicletta, tra la Toscana e l’Umbria, nascondendo all’interno delle tubazioni della bicicletta carte d’identità, permessi di lavoro e tessere annonarie contraffatte.

Così, nonostante la Toscana fosse proprio sulla linea del fronte, Bartali, sfruttando la sua popolarità e il fatto che un campione come lui potesse correre in bicicletta per le campagne con la scusa di fare un semplice allenamento, in vista della fine della guerra, riuscì a trasportare, con proprio gravissimo rischio personale, quei documenti che contribuirono a salvare numerose vite umane, che vivevano nascoste in campagna o nei conventi, in particolare ad Assisi.

La rete di solidarietà, a capo della quale vi era addirittura il Cardinale Dalla Costa di Firenze, doveva sottostare, ovviamente, ad un unico imperativo: la segretezza assoluta.

E sono queste le ragioni per le quali, anche nel dopoguerra, nessuno dei protagonisti di quella straordinaria opera di solidarietà, si vanta di ciò che ha compiuto e meno che mai Bartali che, per tutta la vita, non farà cenno alcuno a questa meritoria attività.

Solo negli anni ’80, ad opera di uno scrittore e regista di origine polacca, Alexander Ramati, la storia del salvataggio dei cattolici che hanno salvato numerosi ebrei diventa prima un libro e poi un film.

Anche in questo caso però Bartali non si vanta nè cerca di trarre profitto da ciò: anzi, si indispettisce un po’ perchè è stata violata, in qualche modo, la consegna del silenzio che aveva potuto creare e garantire, all’epoca, la rete clandestina di salvataggio.

Solo dopo il suo decesso, avvenuto nel 2000, il Presidente dalla Repubblica Ciampi conferisce alla moglie Adriana, la compagna di una vita, la medaglia d’ora al merito civile della Repubblica ed il suo nome compare sul Muro dei Giusti a Gerusalemme.

La conclusione della breve ed intensa prefazione di Gianni Mura, il noto giornalista sportivo, che lo conobbe personalmente, è illuminante e raccoglie il senso più vero dell’esempio di vita di Bartali: “questo libro e la storia, quella piccola del ciclismo di fronte a quella del mondo, ci ricordano una cosa: che davanti a profonde ingiustizie, diritti e libertà negati, atrocità come quelle attuate dal nazifascismo ribellarsi è giusto. E Bartali lo sapeva, molto prima che lo scrivesse Sartre”.

Alessandro Re

Tempo di lettura stimato: 2 minuti