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Gli aiuti della Banca Mondiale tra paradisi fiscali, corruzione e censura

In media, il 7,5% degli aiuti della Banca Mondiale ai paesi più poveri non serve a finanziare i progetti di sviluppo per cui sono stati erogati ma finisce alle élite di questi paesi e quindi nei paradisi fiscali

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In media, il 7,5% degli aiuti della Banca Mondiale ai paesi più poveri non serve a finanziare i progetti di sviluppo per cui sono stati erogati ma finisce alle élite di questi paesi e quindi nei paradisi fiscali. È quanto emerge da uno studio a cui ha partecipato la stessa Banca Mondiale, che però si è a lungo rifiutata di pubblicarlo, sino a che è stata costretta a farlo quando uno degli autori, esterno alla Banca, lo ha messo autonomamente online.

La storia inizia a metà febbraio, quando l’Economist fa sapere che la capo economista della Banca Mondiale Penny Goldberg si è dimessa dopo soli 15 mesi che occupava quell’incarico, decidendo di tornare alla sua cattedra alla Yale University, senza fornire spiegazioni. Il settimanale inglese, però, collega questa decisione ad uno studio condotto da un economista della Banca Mondiale, che fa parte dell’unità di Penny Goldberg, e da due ricercatori esterni, che i piani alti della Banca Mondiale non volevano pubblicare.

Lo studio nasce da una precedente ricerca condotta da Niels Johannesen dell’Università di Copenaghen e da Jørgen Juel Andersen della BI Norwegian Business School, presentata alla Banca Mondiale nel 2015, da cui emerge come ad ogni rialzo del prezzo del petrolio corrisponda un aumento dei depositi bancari nei paradisi fiscali provenienti da paesi produttori di greggio.

La Banca Mondiale chiese a Johannesen e Andersen di condurre un analogo studio sui finanziamenti ai paesi poveri concessi dalla Banca stessa, affiancando ai due ricercatori indipendenti il proprio economista Bob Rijkers.

I risultati dello studio indicano che con ogni probabilità con gli aiuti della Banca Mondiale succede la stessa cosa che con i petrodollari. Il che significa che, sebbene sul suo sito web la Banca Mondiale riconosca che la corruzione è uno dei principali ostacoli allo sviluppo, anche i suoi aiuti alimentano questa piaga, come osserva il blog ProMarket.org dello Stigler Center presso la Booth School of Business dell’Università di Chicago.

Lo studio, intitolato Elite Capture of Foreign Aid: Evidence from Offshore Bank Accounts, prende in esame i 22 paesi più dipendenti dagli aiuti della Banca Mondiale, che nel periodo 1990-2010 hanno ricevuto aiuti internazionali superiori al 2% del loro Pil.  Utilizzando i dati della Banca Mondiale e della Bank of International Settlements, i tre ricercatori hanno rilevato come nei trimestri in cui uno di questi paesi riceve erogazioni dalla Banca Mondiale parallelamente aumentino anche i versamenti negli istituti finanziari dei paradisi fiscali provenienti da quel paese, mentre nei trimestri successivi non si registra alcun aumento. Inoltre, all’incremento dei depositi nei paradisi fiscali – come Svizzera, Lussemburgo, Isole Cayman e Singapore – non corrisponde un aumento anche negli istituti delle piazze finanziarie tradizionali non coperte da segreto bancario – come Germania, Francia e Svezia – che rimangono stabili.

Questo indica che con ogni probabilità una parte degli aiuti della Banca Mondiale, pari mediamente al 7,5%, viene distolta dalle finalità di sviluppo per cui è erogata e va ad alimentare la corruzione politica e ad arricchire le élite di quei paesi, rafforzandone il potere a danno dei loro cittadini poveri. Nei paesi maggiormente dipendenti dagli aiuti internazionali, la percentuale sottratta ai progetti di sviluppo e dirottata verso i paradisi fiscali raggiunge il 15%.

Fonte: Andersen, Johannesen e Rijkers – Elite Capture of Foreign Aid: Evidence from Offshore Bank Accounts

Lo studio è stato completato nel dicembre 2019 ma a metà febbraio la Banca Mondiale non lo aveva ancora pubblicato, provocando, come dice l’Economist, le dimissioni della sua capo economista Penny Goldberg. A quel punto, uno dei due ricercatori indipendenti, Johannesen, ha deciso di pubblicare la ricerca sul proprio sito personale, esponendosi anche a possibili rappresaglie dannose per la sua carriera. Nel giro di poche ore anche la Banca Mondiale è stata costretta a fare altrettanto, non potendo più nascondere i risultati, per lei imbarazzanti, della ricerca.

Come osserva il sito del Financial Times Alphaville, nel lungo periodo è meglio anche per le istituzioni pubbliche non ostacolare le ricerche indipendenti e consentire ai ricercatori esterni l’accesso ai propri dati, anche se i risultati finali potrebbero risultare imbarazzanti. L’alternativa è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto, con il risultato di mantenere in vita più a lungo cattive politiche.

Beniamino Bonardi

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Beniamino Bonardi
Il direttore responsabile de L'Incontro

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