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I nuovi capitalisti di Silicon Valley e il furto delle nostre identità

La professoressa Zuboff, nel suo saggio a lungo in testa alle classifiche americane, ci dipinge la nuova e prospettica mutazione del modello capitalista

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Abbiamo appena finito di leggere “The Age of Surveillance Capitalism” l’ultimo libro di Shoshana Zuboff. Abbiamo avuto recentemente l’occasione di confrontarci con alcuni dei protagonisti del miracolo di Silicon Valley, in Italia per il Salone del Libro di Torino.

Abbiamo infine analizzato le conclusioni di un reportage scritto da Michele Masneri sul Foglio, incentrato sulla nascente e ormai consolidata rivolta scoppiata contro il capitalismo feroce degli oligopolisti del mondo digitale.

Se mettiamo insieme questi “puntini” ci possiamo rendere conto che, sotto i nostri occhi più o meno attenti, sta succedendo davvero qualcosa di rivoluzionario sulla costa pacifica dell’America di Donald Trump.

Una vera e propria rivolta, per ora intellettuale e pacifica, contro la tecnologia e tutto il suo fascino-incubo che si porta con sé.

Ricapitoliamo brevemente i punti principali della questione prima di chiedere al nostro amico e corrispondente dell’Incontro da quei territori, Antonio Valla, cosa stia succedendo a Silicon Valley.

La professoressa Zuboff, nel suo saggio a lungo in testa alle classifiche americane, ci dipinge la nuova e prospettica mutazione del modello capitalista. Il “furto” quotidiano dei nostri dati personali non è l’inevitabile conseguenza dello sviluppo tecnologico, ma la lucida e cinica volontà dei nuovi imprenditori del mondo digitale di riempire di “gadget tech” le nostre case, le nostre abitudini, insomma la nostra vita, per depredarci della nostra identità, delle nostre passioni, emozioni, sogni, speranze.

Ci rubano secondo la Zuboff “la nostra esperienza umana e la trasformano in dati in grado di predire comportamenti umani che vengono venduti su un mercato completamente nuovo. Ci chiamano “users” ma sono loro che stanno utilizzando noi. E tutto questo a nostra insaputa”.

Scrive ancora la Zuboff: “Non paghiamo un prodotto, siamo un prodotto!”.

Anzi, ormai siamo diventati “le carcasse divorate e spogliate” della nostra privacy. Dei nostri dati identitari.

Viviamo in un mondo dominato dalla tecnologia in mano a pochi, in grado di sorvegliarci giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto.

Vincerà la guerra competitiva tra i colossi di Silicon Valley quello che piazzerà più congegni nelle nostre vite quotidiane. Che avrà più sensori, più o meno camuffati e venduti come strumenti per migliorare la qualità delle nostre vite nelle nostre abitazioni e nelle nostre tasche: “Le compagnie più ricche del pianeta generano ricchezza piazzando il maggior numero di schermi, oggetti, marchingegni nelle nostre case, il più vicino possibile ai nostri corpi per tracciarci meglio. L’accumulo di dati – scrive la Zuboff – crea un vantaggio competitivo e si possono far soldi mettendo insieme tutto ciò che si conosce riguardo un individuo. E’ un business model inventato da Facebook, Google e dall’industria della pubblicità on-line. Poi si è convertita a questo modello anche Amazon e poi le compagnie dei telefoni e della televisione. E se non si farà nulla, è presumibile che questo tipo di sorveglianza gratuita verrà inserita in qualunque tipo di servizio in circolazione”.

I nostri dati personali, come ha scritto Tim Wu, giurista e professore alla facoltà di legge della Columbia University nel suo libro “The Attention Merchands: The Epic Struggle to Get Inside Our Heads” si sono trasformati in commodity, materie prime da rivendere al miglior offerente per valorizzarli economicamente.

Bisogna reagire a questa schiavitù non percepita o sottostimata.

Bisogna “spezzare” i monopolisti tecnologici.

Nel libro “Zucked. Come aprire gli occhi sulla catastrofe Facebook” Roger Mc Namee, uno dei primi finanziatori di Zuckerberg, distrugge il mito di Facebook. La sua lucida e violenta sintesi è che “si sono incoraggiate (con Facebook) prese di posizione che un tempo le persone tenevano per sé, tenute a bada dalla pressione sociale. Facebook ha insomma liberato gli istinti peggiori di noi: l’azienda andrebbe spezzettata e rieducata, ma pare impossibile perché tende al monopolio, come tutte le compagnie sorte nell’ultima ondata di “unicorni” della Silicon Valley. La cultura della Valle sta cambiando, passando dal liberismo-libertario hippy di Steve Jobs ad un’altra cosa: costruire monopoli, fare distruction e dominare … non gliene frega più niente delle regole” conclude amaramente l’ex amico di Zuckerberg.

Questo movimento di contestatori è composto da professori di Harvard, da scrittori, da intellettuali, da giornalisti. Ha iniziato una vera e propria battaglia contro gli Over the Top.

Il movimento è nato nel 2018 con il caso Cambridge Analytica che ha scoperto le magagne del nuovo capitalismo senza regole.

Nel gennaio di quest’anno, Tristan Harris, uno dei tanti pentiti della rivoluzione digitale, ha promosso la costituzione a San Francisco dell’associazione denominata Center for Human Technology, una “cellula di resistenza partigiana” come lo ha definito, con una brillante provocazione, Michele Masneri.

Il Centro impiega centinaia di persone, compie azioni dimostrative, pubblica articoli e podcast per combattere quello che chiama il “degrado umano” provocato dalla “economia estrattiva digitale”, che procura “dipendenza, fragilità mentale, polarizzazione dell’arena politica”.

Il mito del romanzo degli anni ’60 “La rivolta di Atlante” di Ayn Rand si sta dunque oscurando. Il libro teorizzava una società in cui i “prime movers” cioè i motori primi dell’economia, stanchi di essere imbrigliati nelle regole e nel buon costume della collettività, decidevano di andarsene da una società che utilizza il diritto e la colpa per offuscare gli spiriti animali dei più forti. Da quel libro nacque il boom degli anni ’80-’90. Nacquero i nuovi capitalisti di Silicon Valley.

Adesso, pare che gli “spiriti animali dei più forti” debbano fare attenzione.

Hanno esagerato. Gli “users” si sono stufati.

Antonio Valla ci racconterà presto se questa è un’ennesima illusione o un’eccitante novità per noi umani.

Riccardo Rossotto

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Riccardo Rossotto
"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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