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Il Fiume carsico del metodo radicale

Quando si parlava di bisogni primari, loro parlavano di diritti civili. Quando si parlava di legge Reale e di pentitismo per sconfiggere il terrorismo, loro parlavano di garanzie e di carcere.

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La fine della guerra e i due blocchi fino all’89. Poi Tangentopoli e qualche governo tecnico. Dopo comunisti aperti al capitalismo (molto, specie quello finanziario) e cattolici di sinistra (non avevano bisogno di aprirsi) da una parte; e dall’altra B con la rivoluzione liberale da fare e qualche guaio giudiziario che stava per arrivare (prima non interessava alle Procure). Questo stato di cose è durato per 34 anni circa, fino al 4 marzo 2018, data dalla quale non si torna più indietro. B è finito, le sciarpette giuste con la calzina giusta dei riflessivi esistenzialisti sono finite. Il linguaggio, quello giusto, è finito. È cominciata l’era del centralismo leghista e bisogna farsene una ragione.

Ma c’è qualcuno che non finisce mai, che c’è e non si vede, che ha cambiato il mondo e quel poco di Italia che è cambiato. C’è il fiume carsico, non dei Radicali, ma del metodo radicale, di quelli che, cominciando da Protagora che individuava l’UOMO (e non gli dei) come misura di tutte le cose,

“erano bambini che correvano lungo il Tamigi quando Bentham spiegava che l’utilitarismo e l’agire sociale devono consistere nel creare la maggiore felicità possibile del maggior numero possibile di persone, guardavano Danton raccontare alle puttane di Saint-Germain cosa stesse facendo l’Assemblea, erano con il cantautore Goffredino Mameli, che a ventidue anni si andò a beccare quella maledetta pallottola al Gianicolo cantando la sua fottuta canzone, hanno messo la stella al petto quando a Monaco hanno preso il giudeo Davide e tutta la sua famiglia, erano a Praga a piangere Jan Palach e a far evadere Havel dalla galera mentre Sartre pontificava stronzate sulle progressive sorti dei Soviet […] (Giovanni Negri, “L’Illuminato”, pag. 20, cit.).

Aggiungo io, quelli che erano con Tortora, quelli che stavano dalla parte di Falcone e Borsellino mentre altri li aggredivano, quelli che erano con il generale Mori mentre arrestava, tra gli altri, Riina, quelli che non credevano a Scarantino mentre altri, sulle sue parole, costruivano ergastoli.

Ecco questi ci sono sempre e alla fine il tempo dà loro ragione. Il segreto? L’anticonformismo.

Quando si parlava di bisogni primari, loro parlavano di diritti civili. Quando si parlava di legge Reale e di pentitismo per sconfiggere il terrorismo, loro parlavano di garanzie e di carcere. Anche se furono loro, tra gli altri, a permettere che i processi ai terroristi di celebrassero. Loro inventarono il motto “aiutiamoli a casa loro” per il sud del mondo e li avessero ascoltati. Loro si preoccuparono per primi di debito pubblico e furono i primi europeisti. Loro per primi sollevarono il problema Magistratura, CSM, nomine ecc.

E oggi che di diritti civili parlano tutti, che il debito pubblico è un problema quotidiano, che ci si preoccupa più per i colpevoli che per gli innocenti, che il problema CSM è scoppiato, oggi il metodo radicale cosa impone? Ancora una volta di essere anticonformisti.

E allora non si deve più parlare di debito, ma di crescita economica qui e ora e a dispetto di ogni parametro.

Non di Palamara, ma dei tempi della Giustizia che si mangiano il PIL e la vita dei cittadini.

Non dei più deboli (rispetto ai quali c’è la corsa a chi li accudisce prima) e del non lavoro (pensionati e disoccupati), ma di tutti gli investimenti erosi dai tempi di una Pubblica Amministrazione lenta ed irresponsabile.

Intendiamoci, sono tutte cose importanti i diritti civili, il carcere, il CSM, i più deboli, ma tutti se ne occupano, tutti ne parlano. Siamo fuori metodo, siamo in superficie, non c’è più nulla di originale, nulla di radicale. È roba da chierici ormai, sperando che detti chierici se ne occupino bene.

L’aruspice radicale inizia la sua ricerca della riserva indiana da salvare per salvarci tutti. Cerca e trova 7.000 imprese che da sole tengono su l’Italia. Intendo quei 7.000 imprenditori che non hanno paura dell’Agenzia delle Entrate perché fatturano, che non hanno problemi con l’articolo 18 perché assumono e non licenziano. Quelli che pagano lo stipendio (o la parcella) a tutti, che pagano le tasse anche per i disonesti, che innovano per tutti. Quelli che più rischiano e meno sono garantiti. Loro oggi sono quelli da proteggere e far vivere. Loro sono la minoranza da tutelare e non per paradosso.

Peccato ci sia l’Eurismo cieco, peccato si sia fatta Quota Cento, peccato che a dettare la linea sul clima non ci sia il Nobel Rubbia ma Greta, peccato che ci si occupi di tutti tranne che di loro.

Ma la soluzione forse c’è. E se qualcuno dei 7.000 prendesse atto che il paese, se non cambia, li travolgerà? E se qualcuno di loro avesse voglia di aiutare il fiume carsico ad emergere?

Mai momento fu più propizio perché l’acqua non manca, sta sotto, ed è fatta di tempi della giustizia e della Pubblica Amministrazione, di scuola e di ricerca scientifica. E quindi di lavoro e crescita.

“Salviamoli, salviamoci”.

Fabio Ghiberti

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