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Il Muro di Berlino: trent’anni dopo, le memorie di un cronista

Roberto Giardina era presente a Berlino quel 9 novembre del 1989, il giorno della caduta del Muro che divideva la città tra i settori occidentali e quello orientale

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Corrispondente dalla Germania dal 1986 per il Quotidiano Nazionale (“Il Giorno”, “Il resto del Carlino”, “La Nazione”) e “Italia Oggi”, Roberto Giardina era presente a Berlino quel 9 novembre del 1989, il giorno della caduta del Muro che divideva la città tra i settori occidentali e quello orientale. Ha colto pertanto l’occasione del trentennale di quello straordinario evento per raccontarci in un libro “Il Muro di Berlino 1961-1989”, edito da Diarkos, questo capitolo importantissimo della storia recente che ha segnato la fine della divisione del mondo in due blocchi contrapposti: l’occidente capitalista e l’oriente comunista. Una divisione che fino allora aveva dato vita a quella che fu chiamata “Guerra Fredda” per la sottintesa minaccia delle armi, in particolari quelle nucleari, che un eventuale conflitto est-ovest avrebbe messo in campo dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Non solo, la caduta del Muro di Berlino segnava anche l’inizio della fine del comunismo per come, ovunque era stato al potere, si era realizzato: regimi totalitari, nei quali ogni libertà, anche la più elementare, era negata, e dove ogni voce critica veniva perseguitata e punita con il carcere duro e la morte.

Nella Germania orientale, altrimenti detta, quasi per una beffa, Repubblica Democratica Tedesca, questo aspetto dittatoriale aveva caratteristiche, se possibili, più rigide: ancora oggi credo sia nota a tutti – anche per il bel film di Florian Henckel von Donnersmarck “La vita degli altri” – l’attività di spionaggio della Stasi, la polizia politica del regime, che metteva sotto ascolto ogni abitante semplicemente sospettato di dissidenza, così diffondendo sospetto e paura in ciascuno di essi anche nei confronti di amici e parenti che, non di rado, per sopravvivenza, si trovavano nelle condizioni di temere, per ogni parola espressa o male interpretata, soffiate e denunce che rendevano la vita impossibile.

Nella Berlino comunista, che godeva di una propria territorialità, questa situazione era ancora più disperata, per altro testimoniata dalle fughe, o tentativi di esse, attuate da milioni di persone ogni giorno e con ogni mezzo, per cui, anche per la crisi economica che le soffocava rendendo ardua la loro stessa sopravvivenza, era inevitabile che quel Muro e quei regimi prima o poi sarebbero caduti.

Roberto Giardina nel suo libro, tra le tante informazioni che ha raccolto di quegli anni, ci dà a riguardo cifre significative. Nel 1959, a scappare sono in 142.000, nel 1960 ben 199.600, solo nel maggio di quell’anno 20 mila, e 19 mila a giugno. Sabato 12 agosto, 2.400 persone, il venerdì 1.532, il giovedì 1.709. In luglio 30 mila e 400. “La Ddr si svuota, e se ne vanno i professionisti, i medici, gli infermieri, gli operai specializzati”.

I sovietici per questo motivo il 13 agosto del 1961, nottetempo, avrebbero alzato il Muro, che comunque non bastò a frenare l’emorragia. C’era stata pure gente, tra cui bambini, che si buttava dalle finestre prospicenti il Muro, qualcuno morendo sfracellato altri raccolti dai teli dei vigili del fuoco di Berlino ovest, finché anche quelle finestre, tutte, non vennero murate. Ma dai fuggiaschi altre strade vengono esplorate, come quelle della rete fognaria. E’ da li che fuggiranno in molti. “In poche settimane se ne vanno 134 studenti” scrive Giardina “finché il 12 ottobre del 1961 i vopos (i poliziotti n.d.r.) scoprono il tombino e lo sostituiscono con un blocco d’acciaio che pesa qualche quintale.”

Ma anche il Muro non ferma la voglia di libertà. “Entro il 1964 a partire dal 1949 in due milioni e 700 mila hanno lasciato la Ddr”, e tanti, tanti altri ancora l’avrebbero lasciata gli anni successivi.

In altre situazioni a fuggire saranno dei pensionati, quando uno di essi Max Thomas di 81 anni, aiutato da altri 5 uomini e 6 donne, il più giovane dei quali aveva 55 anni, comincerà a scavare sotto la propria cucina un tunnel che li porterà dall’altra parte. “E’ un colpo duro per la Stasi e per i vopos, beffati da una squadra di pensionati”.

Hans Conrad Schumann salta il reticolato a Berlino, in Bernauer Strasse, il 15 agosto 1961. Foto di Peter Leibingwhich

Ci fu l’episodio del vopos che durante la costruzione del Muro salterà il reticolato per andarsene dall’inferno del quale era pure, in qualche modo, un privilegiato. Una foto, diventata ormai storica, immortala quel momento. Il vopos si chiamava Conrad Schumann e aveva 19 anni. Ventotto anni dopo Giardina lo avrebbe intervistato nella sua villetta alla periferia di Ingolstadt, in Baviera. Un uomo diverso ormai da quel ragazzo, ora appesantito e il viso gonfio per l’alcool. Nella Germania occidentale avrebbe guadagnato da vivere lavorando nella fabbrica dell’Audi. A est non sarebbe più tornato, neppure dopo l’unificazione delle due Germanie, malvisto dai parenti che della sua fuga avrebbero pagato le conseguenze. Interrogata una vicina di casa, avrebbe detto: “Un idiota, è saltato, bella impresa, e ci ha messo tutti nei guai”.

Ma di questi episodi e testimonianze dirette è costellato il libro che si qualifica soprattutto per una rivisitazione profonda di quegli anni, dei personaggi che l’hanno caratterizzata da Willy Brandt, cancelliere tedesco, a Walter Ulbricht, segretario generale del Partito Comunista tedesco orientale, poi sostituito da Erich Honecker, e così della visita di John Kennedy che alla folla che lo acclama dice la famosa frase: “Ich bin ein Berliner” “Io sono un berlinese”.

E ci parla, sempre il libro di Giardina, di un mondo di spie, sia occidentali che orientali, quest’ultime guidate da due personaggi d’acciaio come Erich Mielke, ministro per la Sicurezza di Stato, e Markus Wolf, capo del controspionaggio, così come dei loro infiltrati nella Germania occidentale, primo fra tutti Günther Guillaume, uno dei più stretti collaboratori di Brandt, che in seguito a questa scoperta fu costretto alle dimissioni, interrompendo la politica della distensione alla quale si era dedicato nelle vesti di cancelliere (dopo essere stato borgomastro di Berlino).

Altre informazioni scorrono in questo libro molto documento di Roberto Giardina e scritto con il piglio disinvolto del grande giornalista, informazioni di politica internazionale con i suoi protagonisti ritratti a tutto tondo, così come degli avvenimenti, anche nostri, italiani, e non solo politici ma di cultura e costume, che più hanno segnato quegli anni che vanno dalla edificazione al crollo del Muro, e che aiutano a orientare il lettore verso una più ampia visione dell’epoca. Un’epoca che sembrava l’inizio di un nuovo mondo, più libero, più pacifico, e che invece ha visto il sollevarsi di altre guerre e altre barbarie.

7 dicembre 1970, Willy Brandt si inginocchia di fronte al monumento per le vittime del nazismo nel ghetto di Varsavia. Foto di Hanns Hubmann

Concludo con una bella pagina di Giardina: il suo ricordo di Brandt che il 7 dicembre 1970 cade in ginocchio di fronte al monumento per le vittime del nazismo nel ghetto di Varsavia.

“Sono a pochi metri, ai piedi del monumento” scrive Giardina “di fianco alla cerimonia. Brandt sale i tre scalini, si ferma tra le menorah, i candelabri ebraici. E cade in ginocchio. Si rimane smarriti quando si comprende di assistere a un avvenimento storico, e in quell’istante ci si rende conto che non si sarà mai capaci di descriverlo. Un groviglio di emozioni, presente, passato, la guerra, i campi di sterminio, la speranza di pace. Ho visto il volto di Brandt, gli istanti di silenzio, e lui in ginocchio. Sono convinto, sempre, tanti decenni dopo, che non l’abbia meditato, fu una scelta improvvisa. (…) In quella mattina grigia a Varsavia cominciò a cambiare l’Europa, l’immagine della Germania nel mondo, e nel muro si aprì la prima crepa”.

Diego Zandel

* Foto di copertina, Il Muro di Berlino lungo Bernauer Strasse, Ottobre 1962 (Everett Historical/Shutterstock)

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