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Il nostro futuro dopo il Coronavirus

La nostra più importante vittoria non sarà quindi solo quella sulla malattia e sul contagio (certo, di per sé, importantissima), ma quella di una vera e propria ri-scoperta della necessità di nuovi rapporti più sereni e più umani tra i nostri simili

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Questo non è, volutamente, un articolo sul Coronavirus, posto che ormai siamo quotidianamente sommersi da una vera e propria alluvione di messaggi, raccomandazioni, telegiornali, consigli di vario tipo e, spesso, di dubbia efficacia, su cosa sia il nuovo fenomeno e su come affrontarlo.

Vorrei invece partire da un forte e chiaro messaggio di ottimismo che, da un lato, inizia fortunatamente ad apparire sia su striscioni appesi alle finestre (“tutto andrà bene”), sia su avvisi apposti sulle vetrine dei negozi e/o di attività ora chiuse.

L’ottimismo deriva, da un lato, dalla considerazione che, prima o poi, la crisi verrà superata e dall’altro che vi sono state in passato e vi sono tuttora, in varie parti del mondo, situazioni di crisi, di guerre, più o meno dichiarate, di fame, etc., che determinano conseguenze gravissime alle popolazioni colpite e che, normalmente, non ci coinvolgono più di tanto perché riguardano “altri”.

La nostra più importante vittoria non sarà quindi solo quella sulla malattia e sul contagio (certo, di per sé, importantissima), ma quella di una vera e propria ri-scoperta della necessità di nuovi rapporti più sereni e più umani tra i nostri simili.

Se riusciremo a considerare che il vicino di casa o sul tram o sul treno è una persona come noi; se riusciremo a capire i problemi e i disagi degli ultimi e dei più deboli; se capiremo che l’autodisciplina, la correttezza e il rispetto delle regole valgono per tutti e sono un valore della democrazia; se eviteremo di ascoltare politici blateranti ed onniscenti e ragioneremo con la nostra testa (piuttosto che con quella dei “social”), forse l’attuale crisi avrà contribuito a renderci migliori e addirittura più buoni (valore spesso negletto e oggi in via di ri-valutazione, come giustamente sottolinea Concita De Gregorio nell’articolo del 13 marzo 2020 su Repubblica).

Tra chi affermava, quale il filosofo inglese del ‘600 Hobbes, che lo stato naturale dei rapporti tra le persone era basato sul principio che ciascun uomo è, per sua natura, nemico dell’altro (“homo homini lupus”) e chi affermava invece, sempre nel ‘600, quale il giurista tedesco Pufendorf, che gli essere umani, in forza di un sistema di norme e di precetti innati e di origine esclusivamente razionale e non divina, hanno reciprocamente “obblighi di umanità”, ritengo che si debba senz’altro preferire il messaggio di quest’ultimo.

Se, viceversa, torneremo come prima a tuffarci nel nostro mondo egoistico e personale, con la testa nel telefonino, qualunque cosa ci accada attorno; se daremo più importanza, come è avvenuto negli ultimi anni, all’«avere», che all’«essere», la crisi sarà servita a poco o nulla, perché il vero valore in gioco non è solo la salute (certo importante), ma la cordialità, la gentilezza, la bontà dei rapporti tra di noi; in una parola l’umanità.

Alessandro Re

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