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Il tempo della destra e la metafora della tachipirina e dell’antibiotico perfetto

E l’aporia irrisolvibile della sinistra. In tempo di crisi la destra con sovranismo e populismo sembra più efficace nelle risposte politiche, sociali ed economiche ai diversi ceti sociali

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È il tempo della destra. Nei momenti di crisi la destra – intesa come “topos” cui ricondurre i vari “ismi” di genere quali sovranismo e populismo – sembra avere una efficacia maggiore nel fornire risposte politiche, sociali ed economiche ai diversi ceti sociali che da detta crisi sono colpiti.

I “megatrend” di cambiamento (immigrazione, globalizzazione, tecnologia), sono le grandi forze che stanno mutando la morfologia delle società occidentali e ne mettono in discussione i fondamenti costitutivi identitari.

Le persone, e di conseguenza gli insiemi sociali cui fanno riferimento, hanno bisogno di identità e di appartenenza per definirsi all’interno della struttura sociale. Quando identità ed appartenenza cominciano a sfaldarsi si determinano processi di alienazione sociale che costituiscono il brodo di cultura della Destra.

L’operaio, l’impiegato, il dirigente intermedio che perde il lavoro a causa della delocalizzazione o della tecnologia, non perde soltanto la sussistenza economica ma la propria identità definita dalle diverse appartenenze che la costituiscono: la comunità dell’azienda, il ceto sociale di riferimento, talvolta la famiglia.

Il pensionato che con la liquidazione ha acquistato un modesto appartamento e che vede il proprio quartiere stravolto dall’immigrazione, percepisce l’insicurezza come una minaccia ai rapporti sociali che gli danno un senso esistenziale, un’identità. Se poi questo pensionato ha figli che non trovano lavoro il senso di frustrazione identitaria si acuisce.

Di “cluster” come questi, che profilano i diversi punti “di faglia” rispetto ai megatrend di cambiamento, se ne possono identificare numerosi. Tutti, condividono quello stato di anomia sociale esplosa con la Grande Recessione iniziata nel 2008 negli USA e che ha dispiegato i pieni effetti in Italia nel 2009 con una riduzione percentuale in termini reali del PIL del 5,5% rispetto all’anno precedente. La somma di questi cluster ha determinato uno spostamento significativo di masse elettorali verso la Destra.

Le ragioni di questo spostamento sono diverse ma condividono una comune radice: la paura percepita, il senso di ingiustizia e la frustrazione. Questi tre elementi rappresentano il brodo di cultura che alimenta la Destra. Ma affinché questa soluzione dia origine ad una reazione che porti la Destra al potere è necessario un catalizzatore; questo catalizzatore è il “capro espiatorio”, inteso in senso antropologico, e il suo meme politico, il nemico (oggi gli immigrati, le banche, l’Europa, e quanto altro).

Si potrebbe dire che siamo di fronte ad un meccanismo sociale che si ripropone, in forme aggiornate ed evolute, ogni qual volta si determinano le circostanze che lo fanno scattare. Nella storia del ‘900 e in quella di inizio del nostro secolo, possono essere reperiti gli esiti dell’attivarsi di questo meccanismo nei diversi contesti sociali e politici in cui ha operato.

Ma perché in dette circostanze le risposte della Destra appaiono più efficaci? Perché esse, invertendo il meccanismo causa-effetto rimuovono o attenuano in breve tempo i sintomi della malattia proprio come agisce la Tachipirina sulla febbre: la fa scendere ma non cura. Questo è quello che la destra sa fare meglio, in quanto intrisa di un vitalismo che la porta a disprezzare la riflessione sulle cause dei problemi, svillaneggiata come risibile, perniciosa e collusiva con il “nemico”.  Agire sugli effetti fornisce soluzioni che appaiono semplici alla facile comprensione del comune sentire.

Ma attenuare i sintomi nel breve termine senza curare la malattia ne produce l’aggravamento che si manifesta nel medio periodo, talvolta in modo dirompente ed infausto. Per tale ragione il ciclo della Destra sembra destinato fatalmente a concludersi con un collasso sociale determinato degli esiti economici e politici dei problemi irrisolti e rimossi.

La Sinistra ha radici che affondano nella grande sistematica del socialismo scientifico, essa pertanto ha sviluppato un approccio speculativo all’affronto della realtà che determina l’agire politico, la prassi. L’analisi rappresenta una modellizzazione ideologica della realtà, basato su assiomi incontrovertibili, essa genera una rappresentazione della realtà piuttosto che esserne generata.

Con il crollo della Grande Sistematica determinata dalla fine del comunismo sovietico, la Sinistra ha approcciato la realtà complessa utilizzando, anche inconsciamente, lo stesso metodo, non avendone altri nel proprio bagaglio culturale. Essa ha cercato di interpretare il cambiamento attraverso nuove sistematiche quali, tra le altre, la sistematica dell’ecologismo, la sistematica dei nuovi diritti, la sistematica dell’europeismo, facendone i motori ideologici del proprio agire politico.

Ma i megatrend del cambiamento hanno messo in crisi queste sistematiche. La Sinistra ha inizialmente ridotto al rango di epifenomeni, in quanto estranei alla propria cultura politica, questioni come sicurezza, identità, appartenenza, famiglia, dumping sociale, senza capire che esse stavano intaccando la parte maggioritaria della propria base elettorale, più esposta ai loro effetti deprivativi. In tal modo la Sinistra è stata percepita come il partito delle élite. In Francia, ad esempio, una parte significativa della base elettorale del Partito Comunista delle banlieue, abbandonata dalla élite progressista, ha alimentato il Front Nationale perché esasperata dal degrado del proprio ambiente di vita.

Impegnata nella ricerca dell’antibiotico perfetto, la Sinistra ha lasciato che la febbre salisse, indebolendo ulteriormente il paziente. Un ceto politico dotato di notevoli mezzi intellettuali non ha saputo comprendere i segnali di frattura della realtà sociale perché ottenebrato da filtri ideologici.

Ma una Sinistra che affrontasse tali questioni in modo assertivo, operando una sintesi politica non ideologica, di Tachipirina ed Antibiotico sarebbe ancora una Sinistra? Ed ecco l’aporia apparentemente irrisolvibile: se non lo fa, la Sinistra appare condannata all’irrilevanza; se lo fa essa esplode in un “cupio dissolvi” di fazioni e scissioni che hanno come motore la pretesa salvaguardia della purezza ideologica.

Nel 1922 il Partito Socialista, che aveva già subito nel 1921 la scissione del Partito Comunista, nel corso del XIX Congresso che si tenne a Roma all’inizio di ottobre, espulse Filippo Turati, reo di aver partecipato alle consultazioni in occasione della crisi del Governo Facta. Il PSI aveva trionfato alle elezioni del 1921 aggiudicandosi 122 seggi, i mussoliniani avevano ottenuto 35 seggi. Il 30 ottobre del 1922 Mussolini, con la marcia su Roma, ottenne l’incarico dal Re di formare il nuovo governo. Si direbbe oggi: “game over”.

Tornando ai giorni nostri cosa potremmo dire della Sinistra? “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” (E. Montale, da Ossi di seppia)

Carlo De Matteo

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