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La reazione hobbesiana della Giustizia al Coronavirus

E' proprio sulle regole del gioco che ci si dovrebbe sempre concentrare

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In una recente intervista, il Presidente Flick, ragionando a proposito del cosiddetto decreto intercettazioni, ha affermato che “…. in una democrazia è importante stabilire le regole del gioco. Invece a me sembra che da un po’, ………….., si indulga troppo nel gioco delle regole». 

In effetti, è proprio sulle regole del gioco che ci si dovrebbe sempre concentrare affinché, qualunque sia la partita da affrontare, tutti i giocatori, ove decidano di partecipare, abbiano chance chiare e paritarie.

Di questi tempi, invece, sembra proprio che la maggior attenzione sia per il gioco delle regole, in danno evidente del corretto svolgimento delle diverse partite e, in ultima analisi, del gioco in sé.

Il concetto di homo homini lupus, derivato da un’opera di Plauto, è il fondamento del pensiero del filosofo britannico Thomas Hobbes nella sua opera De Cive (Il cittadino).

Secondo Hobbes, la natura dell’uomo è essenzialmente egoistica e a determinare le azioni umane sono solamente l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione. Egli ritiene impossibile che l’uomo si senta spinto ad avvicinare un proprio simile in virtù di un amore naturale perché, sostanzialmente, nello stato di natura – ovvero in quello stato non regolato da alcuna legge – ogni persona, mossa dal suo più recondito istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare tutti coloro che rappresentano un ostacolo al raggiungimento dei propri scopi.

In altri termini, ogni individuo vede nel prossimo un nemico.

Senza arrivare ad una visione così oscura, è sotto gli occhi di tutti come non poche esternazioni conseguenti all’emergenza sanitaria in atto dimostrino una assai scarsa considerazione dell’”altro”.

Peccato che l’altro siamo noi ogni qualvolta si ridistribuiscano le carte.

Limitando l’osservazione del fenomeno al mondo della Giustizia, i provvedimenti fino ad ora assunti dalle Autorità competenti hanno riguardato esclusivamente la disciplina dei comportamenti atti a “proteggere” il personale amministrativo dei Palazzi di Giustizia e la Magistratura.

Di cautele predisposte a beneficio di parti, testimoni, consulenti e Avvocati nemmeno l’ombra.

Solo un “pilatesco” richiamo al rispetto delle indicazioni comportamentali di cui al decalogo delle precauzioni generali del Ministero della Sanità e l’ampliamento degli incombenti processuali che possono legittimamente essere assolti a mezzo pec invece che di persona.

Nei fatti, in tutta Italia, nei Palazzi di Giustizia si assiste ad un gran (comprensibile) fai da te del personale strutturato (dipendenti amministrativi e Magistrati) che, con mezzi artigianali e di fortuna (vetri, sedie e scrivanie …), impone una distanza di sicurezza tra i “residenti” e il pubblico, intendendosi per tale i cittadini richiedenti giustizia, i consulenti tecnici, i testimoni e gli Avvocati.

Fuori dall’aula …….. nessuna pietà.

È comprensibile che, nell’urgenza di affrontare l’emergenza più preoccupante dal dopoguerra ad oggi, si prendano provvedimenti incompleti, ma non può non rilevarsi come, a distanza di più di una ventina di giorni, la salvaguardia della salute degli altri, necessari, coprotagonisti della Giustizia continui ad essere tralasciata, seppure ripetutamente sollecitata, a più voci, dall’Avvocatura.

Ogni intervento fino ad ora assunto sembra significare che siano le parti, i consulenti, i testimoni e, soprattutto, gli Avvocati gli unici possibili untori dei Palazzi e che, perciò, la Giustizia possa essere protetta dal contagio mantenendoli ad una certa distanza dal Palazzo.

Non è così e le ultime notizie di cronaca lo dimostrano in modo inequivoco.

Merita, perciò, fermarsi un momento a riflettere su come, purtroppo, pur avendo negli occhi, nelle orecchie e nel cuore gli inviti accorati della senatrice Segre a non restare indifferenti alle sorti degli altri, persino all’interno del mondo dove dovrebbero trovare affermazione e ristoro i diritti di ognuno, il diritto di qualcuno viene più protetto di quello di altri.

Il problema che ci occupa ora e che ci occuperà, certamente, per non poco tempo nei suoi effetti collaterali, avrebbe potuto e potrebbe essere proprio il terreno utile per accorgersi, ognuno in proprio, che gli altri siamo noi e che, anche soltanto per ragioni egoistiche, l’unione, la compattezza e la solidarietà nazionale (ma anche internazionale) sono le uniche risposte utili e funzionali alla sua risoluzione.

Dopo un, forse troppo lungo, momento di disorientamento è auspicabile che si realizzino, dappertutto e per tutti, le condizioni per smentire, almeno per un po’, Hobbes, non facendo all’altro ciò che non vorremmo fosse fatto a noi.

Alessandra Spagnol

(Questo articolo è stato scritto il 6 aprile ed è quindi antecedente ai successivi provvedimenti adottati dal governo, che però non sono così significativi ai fini del contenuto dell’articolo)

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

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