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La scuola dell’obbligo la faccio a casa

Nelle scuole superiori il test Invalsi vede appena 7 ragazzi su 10 in italiano e soltanto 6 su 10 in matematica raggiungere gli obiettivi previsti

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Chi ha superato una certa età, ricorda sicuramente il maestro Manzi. Negli anni ’60, con il suo programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, contribuì al processo di alfabetizzazione di milioni di Italiani.

Nell’immediato dopoguerra, infatti, un ottavo della popolazione italiana, circa sei milioni di persone, non sapeva né leggere né scrivere.

E’ innegabile che l’alfabetizzazione in Italia sia andata di pari passo con la diffusione della scuola. Le tappe fondamentali di questo lungo percorso iniziano con l’introduzione dell’obbligo a due anni di scuola nel 1859, poi diventati tre nel 1877, con la legge Coppino, e cinque nel 1904 con la legge Orlando. Nel 1923 Giovanni Gentile porta l’obbligo scolastico ai 14 anni.

Nell’Italia repubblicana l’obbligo scolastico gratuito di 8 anni (elementari e medie) entra nella Costituzione con l’art. 34. Nel 1963, infine, la riforma della scuola media unica porta al crollo del tasso di analfabetismo e riduce sostanzialmente la percentuale di persone in possesso del solo titolo di scuola elementare.

Il sistema scolastico è stato poi negli anni oggetto di numerose riforme: dai decreti delegati (1974) alle riforme Berlinguer e poi Moratti. Negli ultimi dieci anni è stata innalzata l’età dell’obbligo a 16 anni. Nel 2008, data della riforma ad opera del ministro Mariastella Gelmini, l’obbligo è mantenuto a 16 anni ma gli ultimi due (corrispondenti al biennio di scuola secondaria superiore) possono essere sostituiti da un percorso formativo professionale. Infine, la cosiddetta Buona Scuola, durante il governo Renzi e proseguita dal ministro Valeria Fedeli del governo Gentiloni, che si propone la personalizzazione dei percorsi formativi e l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria.

Qual è la situazione, quindi, a seguito del massiccio e complesso progetto di scolarizzazione e di modernizzazione dell’istituzione scolastica dall’Unità d’Italia ad oggi, che ha visto innegabilmente crescere gli alfabetizzati dal 31,2% nel 1861 al 98,6% del 2001?

Recentemente sono stati pubblicati i risultati dei test Invalsi 2019. Ciò che emerge, oltre ad un netto divario tra Nord e Sud, è una situazione che, nelle scuole superiori, vede appena 7 ragazzi su 10 in italiano e soltanto 6 su 10 in matematica raggiungere gli obiettivi previsti.

Da qualche anno, ormai, emerge un dato molto preoccupante per il nostro Paese: il cosiddetto analfabetismo di ritorno. Espressione – come definito dalla Treccani – riferita a quella quota di alfabetizzati che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi.

Il Prof. Tullio De Mauro, intellettuale linguista, scomparso di recente, aveva più volte denunciato, negli ultimi anni della sua vita, il preoccupante fenomeno dell’analfabetismo funzionale e di ritorno, che, interessando la maggioranza della popolazione italiana, ha inevitabili effetti sulla vita socio politica del Paese.

Non staremo qui ad analizzare nel dettaglio le cause di questo preoccupante fenomeno, ma il progressivo abbassamento del livello culturale, anche tra i diplomati e i laureati, è un dato indiscusso, cresciuto in senso inverso alla diffusione di massa della scolarizzazione. Un frainteso senso di egualitarismo sommato alla mancanza di investimenti qualitativi sull’istruzione pubblica ha portato, negli anni, ad un aumento dei titoli di studio inversamente proporzionale alla diminuzione di competenze.

Il sacrosanto intento “istruzione per tutti” si è ridotto al dare un “pezzo di carta” a tutti. Non si sarebbe dovuto abbassare il livello culturale generale per arrivare a chiunque, bensì dare la possibilità a chiunque di raggiungere un elevato livello culturale. Questo è certamente un fallimento della pubblica istruzione.

In questo triste contesto, si sta registrando un fenomeno interessante, ancora scarsamente diffuso in Italia, ma in continua crescita: l’home schooling o educazione parentale.

In pratica, i genitori possono utilizzare la facoltà di non mandare i figli alla scuola dell’obbligo e decidere di occuparsi personalmente dell’attività educativa e di istruzione dei propri figli.  A tale scopo, stanno anche nascendo organizzazioni di supporto a questa scelta.

L’home schooling, possibile legalmente anche in Italia (in molti paesi è già assai sviluppato), valorizza l’apprendimento personalizzato, con lo scopo di suscitare motivazione ed entusiasmo. Libertà, sperimentazione diretta, felicità di apprendere, sono i concetti su cui si basa questo metodo alternativo alla scuola dell’obbligo.

Da giugno 2018, la legge prevede che alunni e studenti che si avvalgono dell’istruzione parentale “sostengano annualmente l’esame di idoneità per il passaggio alla classe successiva in qualità di candidati esterni presso una scuola statale o paritaria, fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione” (art. 23 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62). In tal modo viene formalizzata la carriera scolastica degli homeschoolers, che dovrà rispettare le linee guida nazionali del MIUR, senza però obbligo di seguire il programma utilizzato nella scuola dove si tiene l’esame.

Sintetizzando: obiettivo bambini istruiti, ma descolarizzati.

Non possiamo sapere quanto crescerà l’home schooling in Italia. Sicuramente è un fenomeno da seguire con attenzione, utile anche a riflettere sulla missione nonché sulla organizzazione della scuola tradizionale.

Alessandra Baldassari

Imprenditrice e collaboratrice del sito Fenice Bookstore

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