Si stanno verificando sotto i nostri occhi, proprio in questi giorni, alcuni fenomeni per certi versi sorprendenti e per altri rivoluzionari.

Non sappiamo quanto percepiti e metabolizzati. Quanto correttamente studiati e decodificati.

Nel grande dibattito “afono” della sinistra europea sul come reagire all’Onda Nera manifestatasi, seppur in misura ridotta rispetto alle previsioni, nei risultati delle ultime elezioni europee, emergono segnali precisi da captare e cercare di interpretare.

Da un lato la vittoria del partito social-democratico in Danimarca, uno dei paesi fautori di un sistema di welfare invidiato nel mondo, e dall’altro il sempre maggiore consenso manifestato da molti migranti stranieri della prima generazione a favore della Lega di Salvini.

Due fenomeni apparentemente contraddittori, lontani, senza nulla in comune. In realtà, come vedremo, molto più vicini ed integrati di quanto si possa pensare.

In Danimarca, il partito social-democratico ha vinto le elezioni adottando una linea dura sulla politica dell’immigrazione. Ha concentrato il suo programma su un manifesto tipico di una sinistra sociale: più spesa pubblica finanziata da un aumento delle tasse sui ricchi. Nel contempo l’introduzione di controlli rigidi sugli arrivi degli stranieri per salvaguardare il modello di welfare-state apprezzato in tutto il mondo e finanziato con i sacrifici dei cittadini danesi. Insomma è stata valorizzata l’esperienza negativa della Svezia dove, alla fine dello scorso 2018, l’elettorato ha premiato l’estrema destra, per la prima volta nella storia del paese, come reazione ad una politica del governo che aveva creato un flusso incontrollato di migranti. Proprio quei migranti che negli ultimi mesi, fin dal primo giorno di vita in Svezia, avevano acquisito tutti i diritti sociali per i quali gli svedesi erano stati spremuti da molti anni e che ora rischiavano di perdere per mancanza di fondi.

Sulla politica più corretta da adottare nei confronti della magnitudo del fenomeno migratorio, si sta aprendo dunque una nuova fase del dibattito mondiale delle sinistre.

Se ne parla in America dove l’autorevole magazine dei liberals americani, The Atlantic, ha titolato un saggio di David Frum, proprio sul tema delle immigrazioni, “Se i progressisti non fanno rispettare le frontiere, ci penseranno i fascisti”.

Il concetto che sta emergendo è molto chiaro anche se a qualcuno non piace e ad altri crea imbarazzo: se i partiti di sinistra insistono nel sostenere che governare e disciplinare l’immigrazione è tipico di una politica fascista, questo atteggiamento spingerà verso l’estrema destra tanti cittadini, che pur non essendo fascisti, vogliono che siano rispettate le leggi dello Stato.

Le prossime primarie americane, che inizieranno nel gennaio del 2020, nell’ambito del partito democratico, saranno proprio incentrate su questi temi. Riecheggeranno gli esempi della Svezia e quelli della Danimarca e l’anziano candidato Bernie Sanders continuerà a ricordare, come sta facendo da un po’, che l’America visse la sua stagione più equa e solidale ai tempi di Franklin Roosevelt e di John Kennedy, quando si costruì il welfare-state, si consolidarono i diritti dei lavoratori, la tassazione divenne sempre più redistributiva e i flussi migratori furono sempre rigorosamente disciplinati.

Dall’altro lato, tornando nel nostro continente, si registra una novità rilevante.

Proprio recentemente su La Stampa di Torino, Karima Moual ha raccolto alcune testimonianze di stranieri, regolarmente inseriti nel nostro paese, stufi di dover subire i soprusi, o, peggio, la cattiva immagine e reputazione dell’ultima generazione dei migranti, secondo loro, pigri, sfaccendati, amanti del “dolce far niente” o addirittura propensi a guadagnarsi la vita compiendo dei reati.

Come si legge nel reportage della Moual, molti immigrati stranieri hanno detto basta e, stanchi di questo andazzo, hanno manifestato tutto il loro dissenso per i comportamenti dei loro compatrioti che contaminano l’immagine dei migranti seri e vogliosi di avere un lavoro nel nostro paese rispettando la legge.

È utile scorrere alcune delle dichiarazioni rese da questi stranieri alla cronista del quotidiano torinese.

Si parte da “Non troviamo casa in affitto? I motivi ci sono. In questi anni, del resto, non ci siamo distinti per il meglio. Gli italiani non sono razzisti; è il degrado che portano alcuni stranieri che li spinge a difendersi” e si continua con “Certi nostri connazionali qui fingono di essere poveri ma quando tornano nel loro paese non si fanno mancare niente. Perché per colpa di pochi dobbiamo passare per morti di fame?”.

Una tunisina di 35 anni, Samira, non esita a confessare che “Se non ti danno l’appartamento è perché ci sono mele marce nella nostra comunità”. Mohamed, marocchino di 54 anni, rincara la dose “Gli italiani sono così perché tanti dei nostri sono effettivamente degli approfittatori. Io personalmente ne conosco diversi e mi vergogno per loro. Ci hanno rovinato la reputazione. Sono quelli che preferiscono vivere nella miseria, scroccare per mettere da parte i soldi da mandare nel loro paese. Così non va bene. E sinceramente comprendo l’istinto di difesa che porta molti italiani a simpatizzare per la Lega. Lo farei anche io”.

Noi siamo arrivati molti anni fa – spiega Fouad, un 55enne marocchino, da oltre trent’anni nel nostro paese, fieramente integrato come commerciante apprezzato in tutti i mercati italiani: “Non c’è posto per tutti è evidente! Noi siamo arrivati molti anni fa e abbiamo faticato moltissimo per integrarci e trovarci una posizione di rispetto in questo paese. Vedere che oggi veniamo messi allo stesso livello dei nuovi arrivati, che hanno poca voglia di integrarsi e lavorare, ci mette in difficoltà. Per questo sono d’accordo nel porre dei limiti agli ingressi in Italia. Chi è qui da tempo ha già molte difficoltà. Aggiungere altre persone significa portare il rapporto di convivenza italiani-stranieri al massacro”.

Nora, tunisina di 40 anni, approfitta dell’opportunità di poter manifestare finalmente il suo pensiero di libera cittadina in una democrazia, aggiungendo: “Io non trovo scandalose alcune chiusure della destra italiana sull’Islam. Anzi sono molto d’accordo. Conosco bene l’ideologia conservatrice ed estremista della mia fede, e lasciare spazio a chicchessia in nome della libertà religiosa è molto pericoloso. Io sono qui con le mie figlie e vorrei vivere in libertà senza discriminazioni misogine. Trovo giusto il controllo e la condanna di alcune usanze”.

La ciliegina sulla torta la mette Marwan, uno studente universitario di colore: “La sinistra italiana ed europea è stata ipocrita. Ci ha usato come bandiere e ci ha sfruttato soltanto per cercare consensi. È una lezione che io e molti altri abbiamo capito molto bene perché in concreto, la sinistra, quando poteva cambiare la nostra vita con una legge, non l’ha fatto, dimostrando di essere più ipocrita di altri partiti. Oggi non ho la cittadinanza, ma tra qualche anno l’avrò. Non mi dimenticherò chi ha tradito le promesse”.

Ci sembra già di ascoltare le prime, infastidite reazioni a queste sorprendenti dichiarazioni dei “nostri” stranieri regolarizzati: “È il classico finale di un film già visto: la selvaggia speculazione del capitalismo si porta dietro, alla fine dei conti, la lotta tra i più poveri, messi l’uno contro l’altro da un modello economico e sociale esclusivamente speculativo”.

Suggeriamo vivamente a questi signori di andare oltre questi atteggiamenti superficiali, obsoleti o figli di pregiudizi. Abbiamo di fronte una realtà nuova a cui probabilmente eravamo impreparati.

I primi bilanci delle politiche adottate per gestire un fenomeno migratorio dalle dimensioni probabilmente mai viste, sono stati fallimentari. I provvedimenti adottati hanno dato vita, in molti paesi, ad una reazione che ha riportato in auge molti partiti di destra agonizzanti, senza idee per il futuro, inchiodati ancora a delle visioni reazionarie che ormai tutti consideravamo superate.

Oggi, la gente e cioè i cittadini che con il loro voto esprimono il loro sacrosanto diritto di votare i programmi che più si avvicinano ai loro sogni e alle loro speranze, premiano quelle politiche che, nella solidarietà, combinano, in maniera rigorosa il rispetto della legge e la disciplina dell’accoglienza.

Non una indiscriminata e velleitaria generosità che sfocia in un deleterio buonismo, ma una solidarietà che evidenzi una disponibilità ad accogliere, a certe condizioni. Prima di tutto l’ordine, il rispetto della legge e l’assunzione dei doveri tipici di chi diventa membro di una comunità di esseri umani.

Questo ci sembra il punto rilevante che sta emergendo da una lettura dei fenomeni che stanno avvenendo in Europa e in America e dei quali non dobbiamo lasciarci sfuggire il senso e il contenuto.

Esiste un fil-rouge tra l’esito delle elezioni danesi e le risultanze del reportage pubblicato su La Stampa.

Dobbiamo tenerne conto, farne tesoro, approfondirne i dettagli emotivi e legali.

Solo così potremo costruire delle nuove politiche che riescano a coniugare le aspirazioni dei cittadini con un senso della solidarietà ragionevole, adeguato e sostenibile.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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