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Paesi Bassi, l’integralismo ha rotto una storia di accoglienza degli immigrati

Tra 1590 e 1800 si è stimato che la popolazione di nati all’estero nelle allora Province Unite non sia mai scesa sotto il 5%. Paese commerciale e marinaro all’avanguardia della modernità, l’Olanda fu inoltre una antesignana della libertà religiosa.

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Circa Il 20% dei residenti nei Paesi Bassi sono oggi immigrati o figli di immigrati. Per la precisione, in base alle categorie statistiche utilizzate il 19,3% della popolazione è considerata alloctona, il 10,6% di questi alloctoni sono “non occidentali”, il 9,8% sono nati all’estero e il 6,2% non hanno cittadinanza olandese.

Non è una cosa di oggi. Tra 1590 e 1800 si è stimato che la popolazione di nati all’estero nelle allora Province Unite non sia mai scesa sotto il 5%. Paese commerciale e marinaro all’avanguardia della modernità, l’Olanda fu inoltre una antesignana della libertà religiosa: i non calvinisti erano cittadini di serie B, ma pienamente tollerati. Per questo vi emigrarono ad esempio molti ebrei sefarditi espulsi dal Portogallo, tra cui gli avi di Baruch Spinoza e di David Ricardo. E anche la famiglia di Anna Frank vi era arrivata in fuga dalla Germania nazista. “In questa grande città dove, eccetto me, non vive nessuno che non sia dedito al commercio, tutti sono talmente presi dal tornaconto personale, al punto che io potrei spendere qui l’intera mia vita senza mai incontrare altro mortale”, scrisse Cartesio: uno degli illustri pensatori eterodossi che nell’Olanda del ’600 trovò rifugio, così come l’inglese Locke, l’hussita boemo Comenio e l’ugonotto francese Bayle. E anche i Padri pellegrini fondatori della nazione americana erano passati per un periodo di esilio a Leida, prima di imbarcarsi sul Mayflower.

Spesso l’Olanda profittò proprio di questi profughi per le sue imprese di espansione economica oltre mare. Un’analisi dei cognomi e della lingua afrikaans dimostra che i boeri sudafricani non erano in realtà discendenti di olandesi ma di profughi calvinisti dalla Francia e dal Belgio, oltre che di marinai amburghesi e svedesi che le navi olandesi avevano imbarcato, e a cui un appezzamento di terreno in Africa australe veniva dato come liquidazione. Mentre i negri del Suriname, ex-colonia olandese, parlano tutt’oggi un dialetto che discende dal portoghese dei loro padroni sefarditi, che li liberarono in massa nella jungla quando il governo olandese soppresse le agevolazioni fiscali con cui li aveva convinti a coltivare piantagioni in quel posto impossibile. Fu pure dall’Olanda che gli ebrei tornarono in Inghilterra, da cui erano stati espulsi nel Medio Evo. Per ottenere da Cromwell la revoca delle leggi antiebraiche si adoperarono con successo i sefarditi di Amsterdam. Così trovarono una patria ai loro correligionari tedeschi che in Olanda avevano cercato scampo ai pogrom della Guerra dei trent’anni: il timore era che la concentrazione eccessiva di ebrei in un solo paese rinfocolasse l’antisemitismo. Ma con l’ascesa di Londra come piazza economica anche molti sefarditi li seguirono.

Nel XIX secolo la popolazione dei Paesi Bassi si organizzò secondo un sistema di “pilastri” in cui calvinisti, cattolici, socialisti e liberali avevano non solo partiti distinti, ma strutturavano tutta la loro vita in modo separato. I bambini, ad esempio, se calvinisti andavano alle scuole bibliche; se cattolici alle scuole cattoliche; se socialisti alle scuole pubbliche, ma a volte anche a scuole “libere” create dal partito; solo i liberali andavano direttamente alle scuole pubbliche. Liberali e socialisti andavano poi alle Università pubbliche, i calvinisti alla Libera Università di Amsterdam e i cattolici all’Università Cattolica di Nimega. I lavoratori avevano poi la scelta tra la calvinista Unione Nazionale dei Sindacati Cristiani, la Unione dei Lavoratori Cattolici dei Paesi Bassi, la socialista Unione dei Sindacati dei Paesi Bassi e la liberale Unione Generale dei Lavoratori Olandesi. I datori di lavoro tra la Federazione dei Datori di Lavoro Cristiani Protestanti, la Federazione dei Datori di lavoro Cattolici dei Paesi Bassi e la liberale Unione delle Imprese dei Pasi Bassi (Vno). Per il tempo libero i calvinisti si iscrivevano in una di quelle federazioni di calcio dilettantistico dove si giocava il sabato, i cattolici in una di quelle federazioni di calcio dilettantistico dove si giocava la domenica, i socialisti in una scuola di ballo folk e i liberali in una scuola di ballo moderno. Quattro anche i quotidiani di riferimento: Touw per i calvinisti; Volkskrant per i cattolici; Het Vrije Volk per i socialisti; e per i liberali l’NRC Handelsblad, per lo meno dopo la fusione del 1970 tra i due giornali suoi predecessori. Distinte anche radio e tv: l’emittente pubblica Amro per i liberali; l’associazione dei radioamatori Vara per i socialisti; la catena Kro per i cattolici. Più complessa la scelta dei calvinisti, nel senso che la Ncrv dopo essere nata nel 1923 subisce nel 1926 la scissione della più liberale Vpro. “Pilastrizzati” erano pure gli ospedali: Croce Verde-Arancio per i calvinisti; Croce Bianco-Gialla per i cattolici; Croce Verde per liberali e socialisti. E “pilastrizzati” perfino i cimiteri!

Nell’ultimo mezzo secolo questo quadro è stato in gran parte superato: ad esempio, con la confluenza di calvinisti e cattolici in un solo partito, con le fusioni tra i sindacati, e con una crescente integrazione di educazione e sanità. Ma il principio è comunque radicato, e nuove strutture di “pilastro” sono state in compenso costituite sia dai calvinisti più conservatori, sia dagli islamici integralisti. Più in generale, proprio perché gli olandesi erano abituati ad avere molti stranieri e trovavano normale rinchiudersi in microcosmi ideologico-religiosi, i Paesi Bassi per molto tempo non hanno considerate importante che gli immigrati si assimilassero. Soprattutto quando dopo l’indipendenza indonesiana dalle ex-Indie Olandesi arrivò una quantità di lealisti, che furono incoraggiati a mantenere le proprie culture anche se era chiaro che sarebbero rimasti nel Paese per sempre. L’accesso alla cittadinanza era facile, e a chi aveva problemi con l’olandese il governo forniva servizi e documenti nelle varie madri lingue.

Targa commemorativa sul luogo dell’assassinio di Pim Fortuyn a Hilversum

Questa stessa mancanza di assimilazione, però, favoriva l’emarginazione, soprattutto economica. L’emarginazione alimentava i risentimenti, soprattutto del tipo integralista islamico. E la percezione di una minaccia islamista ha portato a un boom di partiti e posizioni che hanno chiesto di rivedere la politica tradizionale. Il 6 maggio del 2002, in particolare, un estremista ambientalista assassinò Pim Fortuyn: un sociologo apertamente omosessuale fondatore di un partito repubblicano e per molti aspetti di sinistra, ma molto critico verso l’immigrazione indiscriminata in generale e l’Islam in particolare, da lui tacciato di omofobia. Sull’onda dell’emozione al voto del 15 maggio la Pim Fortuyn List arrivò seconda con il 17% dei voti e 26 seggi, entrando anche al governo. Ma già al voto anticipato dell’anno dopo precipitava al 5,6% e a 8 seggi, per ridursi allo 0,2% e sparire alle elezioni del 2006.

Nel frattempo, il 2 novembre del 2004 a Amsterdam un estremista islamico con doppia cittadinanza olandese e marocchina aveva ucciso il regista Theo van Gogh: discendente del fratello del grande pittore, e autore di un cortometraggio che si intitolava Submission. Il soggetto era di Ayaan Hirsi Ali: una somala figlia di un signore della guerra che aveva ottenuto asilo e la cittadinanza per essere stata costretta all’infibulazione e a un matrimonio combinato, e che dopo essere diventata famosa per le sue critiche all’integralismo islamico è diventata deputata per il partito liberale di destra Vvd. Lungo 10 minuti, il film raccontava la storia di una donna musulmana picchiata e violentata da un proprio parente, sul cui corpo venivano scritti alcuni versetti del Corano. Vestito con una djellaba, indumento tradizionale arabo che rimarcava la sua appartenenza culturale, l’assassino sparò a van Gogh otto colpi di pistola e successivamente gli tagliò la gola. Poi piantò nella pancia del cadavere due coltelli, uno dei quali tratteneva un documento di cinque pagine con minacce ai governi occidentali, agli ebrei, al deputato Geert Wilders e ad Ayaan Hirsi Ali.

Monumento a Theo van Gogh ad Amsterdam

All’assassinio di Theo van Gogh l’artista Chris Ripken reagì dipingendo un murale sul muro esterno del suo studio: un angelo con la data dell’assassinio e la scritta Gij zult niet doden: “Non uccidere”. I musulmani di una moschea vicina lo denunciarono al sindaco per offese, e questi ordinò di cancellarlo. Quando venne la Polizia a eseguire l’ordinanza il reporter Wim Nottroth venne non solo a documentare la distruzione, ma anche a tentare di impedirla. Fu arrestato.  Quanto a Hirsi Ali, dopo l’assassinio di Van Gogh è ovviamente messa sotto scorta, che però disturba i vicini. Questi si rivolgono al tribunale, e nel 2006 con una sentenza senza precedenti la Corte di Appello dell’Aja le ordina di cambiare domicilio. Lei risponde dimettendosi da deputata a trasferendosi negli Stati Uniti, di cui diventa cittadina nel 2013. Due anni prima si era sposata col famoso storico scozzese Niall Ferguson.

La questione immigrazione continua dunque a essere al centro dell’agenda politica. La stessa sparizione della Pim Fortuyn List in realtà si spiega non con un venir meno del tema, ma per il fatto che il suo elettorato va in blocco al Partito per la Libertà (Pvv): fondato il 22 febbraio del 2006 proprio per una scissione dal Vvd. Il suo leader è il 43enne e già citato Geert Wilders: un deputato che tra 1990 e 1998 è stato assistente di Frits Bolkestein. Noto leader del Vvd che da Commissario Europeo è stato il padre di una famosissima Direttiva. Lui stesso in realtà di dna misto olandese e indonesiano e per di più sposato a una ungherese, Wilders più che anti-immigrazione è anti-Islam. E come Fortuyn lo era in contrapposizione all’omofobia, Wilders è un noto filo-israeliano che da giovane ha lavorato per un anno in un Moshav, e considera gli islamici pericolosi in quanto latori di antisemitismo. Partito nel 2006 con il 5,9% dei voti e 9 deputati, il Pvv nel 2010 è il terzo partito, con il 15,4% e 24 deputati. Pure terzo nel 2012, anche se scende al 10,1 e a 15 deputati. Ma nel 2017 è secondo, con il 13,1 e 20 deputati.

Nel 2017 entrano però in Parlamento due nuovi partiti. Uno, con il 2,1% dei voti e 3 seggi, è il Denk: parola che in olandese significa “Pensiero” e in turco “Eguaglianza”. Fondatori Tunahan Kuzu and Selçuk Öztürk: due deputati di origine turca che hanno lasciato il partito laburista accusandolo di essere diventato ostile agli immigrati. Clamoroso esempio di partito che si rivolge principalmente a immigrati, il Denk è peraltro accusato di essere semplicemente uno strumento della politica turca, quando si rifiuta di condannare il genocidio armeno. L’1,8% e 2 seggi vanno invece al Forum per la Democrazia di Thierry Baudet, che è anch’esso anti-immigrazione e anti-Ue, ma in maniera ancora più radicale del Pvv. Mentre infatti Fortuyn e Van Gogh venivano dalla sinistra e Wilders dal mondo liberale, Baudet è coerentemente di destra, non senza venature complottiste e omofobe. Il suo Forum diventa a sorpresa il primo partito al voto indiretto per il Senato del 27 maggio 2019, con 12 seggi su 75. Ed è quarto alle Europee del 23 maggio, con il 10,96% e 3 dei 26 eurodeputati. Questa affermazione coincide però con il crollo del Pvv, che è alleato con la Lega e Marine Le Pen, mentre invece il Forum sta con Fratelli d’Italia e i conservatori britannici: 3,37%, e perdita dei suoi 4 eletti. È peraltro cancellato anche il Denk, con l’1,1. I dati suggeriscono comunque che ormai nel sistema politico olandese si è creato un solido “pilastro” anti-immigrazione le cui sigle di riferimento cambiano in continuazione, ma il cui potenziale è tra i 10 e il 17%.

In questo contesto, è dal 1998 che nei Paesi Bassi stanno venendo introdotte nuove leggi relative all’immigrazione e all’integrazione. Da ricordare che nei 27 anni precedenti il numero di nazionalità presenti nei Paesi Bassi era salito da 28 a 110. Il 29% degli alloctoni e il 39% dei non occidentali è concentrato in quattro città: Amsterdam, Rotterdam, L’Aja e Utrecht. I puntigliosi studi statistici olandesi hanno stimato anche un “tasso di segregazione” che va dal 36,3% di Amsterdam al 51,2% dei turchi dell’Aja. Significa che il 51,1% di loro deve andare in un altro quartiere per incontrare una persona che non sia turca! E a proposito del livello economico: nel 2006 solo il 38,7% dei marocchini e il 43,9% dei turchi tra i 15 e i 64 anni avevano un lavoro. Anche gli oriundi delle Antille sono però fonte di problemi. Una statistica della stessa epoca indicava che il 10% degli antillani e dei marocchini compresi tra i 12 e i 17 anni avevano avuto problemi con la legge, contro il 5,2% dei turchi e il 2% degli autoctoni. Tra i 18 e i 24 anni la proporzione era 17,8% di marocchini sospettati di aver commesso crimini, 13% di antillani, 3,8% di autoctoni.

6 febbraio 2016, manifestazione ad Amsterdam contro il razzismo e l’islamofobia

Nel 1985 una nuova legge sulla cittadinanza aveva preso il posto di quella del 1892, apposta per permettere ai figli di immigrati nati nei Paesi Bassi di optare per la cittadinanza olandese tra i 18 e i 25 anni, mentre la terza generazione avrebbe ricevuto la cittadinanza automaticamente alla nascita. Gli immigrati nati all’estero avrebbero potuto invece naturalizzarsi dopo cinque anni di residenza legale: tre se sposati a un cittadino olandese. E fino al 2003 bastava non avere precedenti penali e passare un esame di lingua in cui veniva chiesto semplicemente di indicare in olandese nome, luogo di nascita, residenza e anno di nascita. Negli anni ’80 e ’90 il governo faceva addirittura campagne pubblicitarie per incoraggiare gli stranieri a prendere la cittadinanza. Ma anche senza cittadinanza dal 1985 ai non cittadini era permesso avere impieghi pubblici, eccetto che nella Polizia e nelle Forze Armate. E dopo cinque anni di residenza anche i non cittadini avevano il voto per le elezioni locali.  Nel 1992 fu consentito di avere la doppia cittadinanza, cosa di cui approfittarono massicciamente i marocchini. Nell’ottobre del 1997 il ristabilimento dell’obbligo di scegliere fece calare il tasso di naturalizzazione dal 10,9 all’8,2%, anche se in realtà ci sono varie eccezioni. E infatti gli olandesi con doppia cittadinanza sono cresciuti ulteriormente: da 600.000 nel 1998 a un milione nel 2006.

Queste due date non sono scelte a caso. Nel 1998, infatti, ai nuovi immigrati viene imposto l’obbligo di seguire un corso di integrazione, finanziato dal governo e organizzato dalle municipalità locali. Non c’è però esame finale, anche se chi non frequenta i corsi senza una valida ragione viene multato. Nel 2007 i corsi sono aboliti, dopo che il 30 novembre 2006 è stata introdotta una Legge sulla Integrazione che obbliga anche i migranti non cittadini Ue a sostenere un esame, dopo un periodo che a seconda dei casi può essere di tre anni e mezzo o di cinque. Cinque le prove: olandese parlato, olandese compreso, olandese scritto, olandese letto, conoscenza della società olandese. Nel 2015 ne viene introdotta una sesta: conoscenza del mercato del lavoro olandese. Anche chi vuole sposare uno straniero o un residente deve passare questo esame. Chi viene bocciato se è già residente non viene espulso, ma deve pagare una multa, fino a 1000 euro. Ma a chi fa l’esame per avere il diritto di entrare viene negato l’accesso. Sono esenti: cittadini di Ue, Eea, Svizzera e consorti anche non Ue: minorenni; pensionati oltre i 66 anni; chi ha diplomi in lingua olandese (in particolare i surinamesi); dipendenti temporanei di datori di lavoro olandesi; studenti temporanei. E nel 2010 un giudice ci ha aggiunto i cittadini turchi, per via del trattato di Associazione tra Ue e Turchia. Per prepararsi ci sono corsi che possono essere finanziati dal governo: ma dal 2013 sempre di meno.

Anche i Paesi Bassi hanno ricevuto il contraccolpo per l’ondata dei rifugiati in seguito alla crisi siriana: 60.000 solo nel 2015. Poiché le carceri olandesi sono sottoutilizzate, a Haarlem e Arnhem alcuni istituti di pena furono adibiti a centri di accoglienza temporanea per richiedenti asilo. “Le camere sono destinate ad una o due persone, spesso ci sono palestre ed una buona cucina”, spiegò un funzionario responsabile degli alloggi per i profughi. Per prevenire ogni perplessità fu chiamato a controllare Muhammed Muhseisen, il fotografo dell’agenzia Associated Press due volte vincitore del premio Pulitzer. Trascorrendo quaranta giorni nelle strutture, verificò che ai migranti l’offerta non dispiaceva: stavano comunque meglio che in tenda, riconoscevano, e anche se non erano autorizzati a lavorare potevano frequentare corsi di lingua olandese e imparare ad andare in bicicletta. “Se un Paese non ha criminali da mettere in cella vuol dire che è il posto migliore per vivere’”, disse uno degli ospiti. Ma nel 2018 si seppe che i Paesi Bassi aveva rifiutato l’ingresso ad almeno un quinto dei rifugiati siriani che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati gli aveva chiesto di accogliere. Motivo: o avevano idee religiose estremiste; o comunque sarebbe stato per loro impossibile l’inserirsi nella società olandese perché non accettano idee base della cultura occidentale. Il Ministero della Giustizia dell’Aja aveva mandato il funzionario di polizia Paul van Musscher per supervisionare la selezione. Questi spiegò che per lo meno il 20% degli intervistati doveva essere rifiutato: “per il pericolo che rappresentano per la sicurezza, o per le difficoltà che la loro visione della società implicherebbe per la loro integrazione”. Nelle dichiarazioni fatte al giornale olandese De Volkskrant in particolare disse che una motivazione del rifiuto era stata il rifiuto dei rifugiati “a accettare l’eguaglianza tra uomini e donne”. In altre occasioni alcuni dei richiedenti asilo avevano spiegato agli intervistatori che “mai” avrebbero portato i loro figli “a un collegio o a una piscina mista”. Secondo l’Acnur, nel 2018 i Paesi Bassi avevano accettato 288 siriani rifugiati in Turchia, contro i 2100 del 2017. Su 72.000 richiedenti i Paesi Ue ne avevano accolti in tutto 15.000. La maggioranza in Germania e, appunto, nei Paesi Bassi.

Maurizio Stefanini

Settima puntata dell’inchiesta di Maurizio Stefanini sulla politica dell’immigrazione nei vari paesi europei, dopo quelle riguardanti la Spagna, la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca.

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Maurizio Stefanini
Giornalista dal 1988. Free lance impenitente. Attualmente collabora con Il Foglio, Lettera43, Libero, Bio's, Longitude, Babilon. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un’intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici.

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