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Pregiudizi contro l’immigrazione e problemi reali

Partiamo dal dato di fatto che l’ampia maggioranza degli italiani è molto preoccupata dall’immigrazione

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Le prime tre parti di questo lavoro hanno esaminato come la pressione migratoria, che ha dimensioni mai precedentemente conosciute, sia la principale sfida della nostra epoca e come, se da un lato abbiamo bisogno di aprirci agli immigrati, dall’altro una politica di accoglienza totale e acritica è un suicidio. Il tema è troppo importante per poter essere aprioristicamente risolto sulla base di pregiudizi ideologici. In questa ultima parte vorrei esaminare le ragioni più addotte contro l’immigrazione, anche qui per cercare di discernere i problemi reali, che necessitano risposte concrete, dai pregiudizi ignoranti.

Partiamo dal dato di fatto che l’ampia maggioranza degli italiani è molto preoccupata dall’immigrazione. E questo dato è tanto più rimarcabile se teniamo conto dell’ampia campagna pro-immigrazione dei media ufficiali, della intellighenzia” e della Chiesa nonché del livello di volgarità dei leader della campagna anti-immigrazione. Cosa significa? La grande maggioranza degli italiani è diventata razzista e fascista? Oppure ci sono problemi reali?

Inutile discutere con i razzisti (“i negri sono inferiori”) o con gli ignoranti (la puzza di cus-cus nelle scale), ma dobbiamo ignorare anche i problemi oggettivi? Il recente caso di Torre Maura è significativo: non ci sono dubbi che la protesta sia stata guidata da elementi fascisti, ma nelle strade c’era tutto il quartiere. Fino a quando i rom godranno, come ora, di una sostanziale impunità quando delinquono, siamo sicuri che ci sia qualcuno, noi compresi, che gradisca un campo-nomadi vicino a casa?

I problemi reali derivanti dall’immigrazione possono essere ricondotti a cinque categorie.

Dumping economico. Che gli immigrati, in generale, siano disposti a essere remunerati meno degli italiani è un dato di fatto. Questo implica una rincorsa al ribasso dei compensi e un danno oggettivo per i nativi a più bassa preparazione professionale. E’ una situazione non eliminabile, strutturale in situazioni di forte immigrazione. Questo non significa però che tale fatto debba essere ampliato dal mancato rispetto delle regole, come oggi largamente accade. E’ necessaria da parte dello Stato una maggiore attenzione a che le regole siano sempre rispettate: dall’emissione delle ricevute fiscali, alle norme d’igiene, alla regolarità delle licenze commerciali, ma soprattutto la messa in regola degli immigrati che svolgono lavori dipendenti, aspetto questo che oggi ha proporzioni inaccettabili (si pensi a settori come l’agricoltura o l’impiego domestico).

Concorrenza nella spesa sociale. In questa fase di recessione che dura da oltre un decennio, il numero dei nativi che hanno bisogno di fruire della spesa sociale si è moltiplicato (gli italiani “sotto la soglia di povertà” sono passati da uno a cinque milioni). Le risorse disponibili si sono viceversa ridotte per gli, oggettivamente inderogabili, limiti del bilancio pubblico. Assegnare quindi case popolari, contribuzioni di vario genere, assistenza sanitaria, posti negli asili e quant’altro a immigrati, significa sottrarli agli italiani: è pura matematica. In altri termini, chi si sta facendo carico della spesa sociale destinata agli immigrati non è la collettività in generale, ma le fasce più disagiate della popolazione italiana, e questo proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno! L’attuale logica non funziona. E’ ovvio che anche gli immigrati abbiano diritto a un certo livello di assistenza sociale, ma questo non può continuare a essere a carico dei poveri, ma frutto di risorse aggiuntive. Si definisca in maniera trasparente quali sono le risorse aggiuntive disponibili a favore degli immigrati e come vengono finanziate. Questo significa sia aumentare le imposte sui ceti più ricchi sia, di fatto, mettere un limite quantitativo all’immigrazione. La classe politica si deve confrontare con queste due ovvietà: ignorare i problemi semplicemente non affrontandoli significa incancrenirli e, nel caso specifico, ampliare le diseguaglianze fra ricchi e poveri.

Criminalità. Che, in media, gli immigrati delinquano più dei nativi è un dato di fatto. Uno studio della Fondazione Hume del giugno 2018 ha evidenziato che la percentuale di condanne, rispetto alla loro presenza in Italia, degli stranieri sia di 3,3 volte quello dei nativi e che questo indice sia tanto più elevato nei delitti a maggiore allarme sociale: violenza sessuale (oltre 4 volte), furto (quasi 5) e rapina (circa 4,4). Il fenomeno è facilmente spiegabile sia per il fatto che fra tanti che abbandonano il proprio paese vi siano sovra-rappresentati coloro che a casa propria hanno “difficoltà a rimanere”, sia per il fatto che, una volta in Italia, molti immigrati siano abbandonati a loro stessi e diventano facile preda di organizzazioni criminali. Anche qui risposte positive non hanno bisogno di leggi speciali. Innanzitutto, se accogliamo qualcuno non possiamo poi abbandonarlo a se stesso dopo il periodo nei centri di prima accoglienza, come accade oggi. Secondo, il problema della criminalità in Italia è dato da un sostanziale permessivismo rispetto a certi reati. Il fatto che sia notoria l’esistenza di organizzazioni dedite allo spaccio di droga, allo sfruttamento della prostituzione, al furto nelle abitazioni e che questi reati godano di fatto, sia per i nativi sia per gli immigrati, di una sorta di licenza, il furto nelle abitazioni è addirittura quasi impunito, è un problema di ordine generale rispetto al quale è necessario applicare le leggi esistenti con maggior rigore. La terza riflessione è che, poiché non possiamo accogliere tutti, uno dei criteri di selezione più facilmente condivisibili è quello di allontanare i delinquenti: espulsione automatica al termine del periodo di pena. Questo anche come forma di ulteriore disincentivo a chi volesse delinquere e a garanzia del buon nome della, stragrande maggioranza, degli stranieri che non delinquono e che stanno pagando un forte danno di immagine.

Prevaricazioni quotidiane. Non sottovalutiamone la portata. Per il pendolare ancora assonnato che ogni mattina nei mezzi pubblici affollati deve subire la pressione di suonatori di ogni tipo, per l’automobilista assediato dai lavavetro ai semafori – con atteggiamenti che frequentemente sono aggressivi, soprattutto nei confronti delle donne-, per il passeggero che ha pagato il biglietto del treno e vede un immigrato ignorare platealmente la richiesta del controllore di mostrare il biglietto, queste sono intollerabili prevaricazioni. Delle due l’una: queste forme di accattonaggio professionale sono da parte di soggetti che non hanno altro modo di vivere? In questo caso dobbiamo affinare le regole di assistenza sociale: non si possono accogliere persone e poi lasciarle a se stesse. Oppure è un business organizzato? In questo caso va represso. Abito in Lussemburgo, dove la popolazione straniera sfiora la metà del totale di tutti i residenti (il dato è falsato dalla presenza di molti soggetti cittadini di altri paesi UE, ma comunque anche gli extra-comunitari sono in percentuale superiore all’Italia). Eppure, queste forme di prevaricazioni non esistono. Quando un paio d’anni fa si intensificò il numero di mendicanti in Lussemburgo, paese governato da una coalizione “di sinistra”, la polizia fece una campagna informativa per invitare i cittadini a boicottare l’accattonaggio di strada e, viceversa, a donare a organizzazioni umanitarie in grado di scernere i veri bisognosi dai gruppi organizzati. E nessuno pensò di accusare polizia e governo di razzismo o di fascismo.

Terrorismo. Innanzitutto, chiamiamolo con il suo nome: quello attuale nel mondo occidentale è “islamico”. Questo fenomeno, che a ondate rinfocola sentimenti anti-immigrazione, è in sé iper-valutato. In realtà le vittime del terrorismo islamico sono di grande impatto mediatico ma di numero limitato. Quindi la percezione popolare del fenomeno è eccessiva? La risposta sta nel comprendere se i terroristi sono pochi fanatici isolati o godano di un sostanziale favore da parte delle comunità islamiche in occidente. Questo è essenziale: le Brigate Rosse poterono essere annientate quando cessò la contiguità da parte di settori della sinistra (vi ricordate i “compagni che sbagliano”?) dopo l’omicidio di Guido Rossa. La contiguità è l’humus del terrorismo. Il rifiuto di integrazione da parte di vaste comunità islamiche in Europa e il loro sostanziale antagonismo rispetto ai paesi che li ospitano è un sintomo ben più preoccupante del terrorismo in sé. E’ la vera sfida all’integrazione, a tendere esplosiva, che va affrontata con decisione e senza “buonismi”, ma con rimpatri. Torno a, e termino con, l’idea di fondo di questi articoli: l’immigrazione è un fenomeno reciprocamente utile, ma poichè non possiamo ospitare tutti, dobbiamo scegliere: chi rifiuta l’integrazione, chi delinque e chi usa qualsiasi forma di prepotenza va respinto/rimpatriato per lasciare il posto a soggetti più meritevoli.

Roberto Timo

I primi tre articoli di Roberto Timo sull’immigrazione:

Immigrazione: fenomeno importante e basta slogan

La storia insegna: l’accoglienza indiscriminata è suicida, l’immigrazione gestita è benefica

I falsi miti pro immigrazione

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Roberto Timo
Consulente aziendale (già Bain & Cuneo), banchiere d'affari (già gruppo IMI) ed esperto di fondi pensione (già Callan, Timo e associati), vive in Lussemburgo da molti anni dove prosegue l'attività di amministratore indipendente di entità finanziarie, iniziata in Italia come sindaco di Unicredit

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