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Putin ci beffeggia, ma è anche colpa nostra

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A dare l’ultima picconata ci ha pensato “nientepopòdimeno” che Vladimir Putin: “il liberalismo è obsoleto”, ha dichiarato il leader russo al Financial Times alla vigilia del suo viaggio nel nostro Paese.

Putin, nell’intervista concessa al Direttore e al corrispondente da Mosca di FT, ha detto testualmente: “la crescita dei populismi, da quello di Trump ai vari movimenti europei, è dovuta semplicemente al fatto che l’ideologia liberale ha segnato il suo tempo. Il potere si sta spostando dal tradizionale liberalismo occidentale al populismo nazionale, sull’onda del risentimento pubblico per l’immigrazione, il multi-culturalismo e i valori secolari, a detrimento della religione”.

Al di là della sorpresa, del fastidio, del risentimento che le parole di Putin scatenano nei nostri cervelli, secondo Gad Lerner, il messaggio forte dell’uomo del Cremlino era volontariamente rivolto alla comunità finanziaria, di cui il Financial Times è l’autorevole microfono.

In sintesi, Putin suggerisce in maniera insinuante, ma chiara, alla business community di Londra, che muove le ricchezze di gran parte della finanza internazionale, di seguire l’esempio di Trump e della Brexit, liberando il capitalismo dagli inutili orpelli del liberalismo e del multiculturalismo: vedrete – interpreta Lerner – che potremmo fare ottimi affari insieme.

Al di là di questa decodifica operata da Gad Lerner, per cui Putin si proporrebbe come punto di riferimento di un capitalismo che potrebbe fare a meno della democrazia, così come l’abbiamo intesa in Occidente fino ad oggi, aprendo quindi scenari basati sul modello Orban, delle nuove democrazie illiberali, il messaggio del leader sovietico andrebbe analizzato, a nostro avviso, anche sotto almeno due altri angoli di lettura.

Il primo, di natura prettamente mediatica: l’intervista rilasciata da Putin ci dimostra come l’attuale confusa complessità della politica mondiale, ci possa presentare improvvisamente degli scenari nuovi; dei leader assoluti sul palcoscenico globale che rilasciano dichiarazioni a prima vista sorprendenti e contraddittorie rispetto alle posizioni assunte soltanto qualche giorno prima dagli stessi personaggi. La propaganda, le provocazioni mediatiche, l’assenza di autentici leader lucidi e visionari, ci costringe, quasi quotidianamente, a fermarci un attimo, a sospendere le reazioni dello stomaco, a sostituire, anche con grande fatica, all’istinto la razionalità. Con un dubbio angosciante però: quanti di noi hanno i filtri culturali per poter decodificare in maniera corretta, al di là delle singole e reciproche e diverse opinioni politiche, quale sia la reale intenzione strategica di dichiarazioni pubbliche della portata di quelle rese da Putin a FT?

In altre parole, dobbiamo aumentare il monitoraggio, la vigilanza e la socializzazione di un metodo di interpretazione delle condotte mediatiche dei leader del villaggio globale, con grande rigore, pazienza, raziocinio, cercando di evitare di cadere nelle trappole sottese alle esternazioni, a volte bizzarre, dei vari Trump, Putin, Xi Jinping ed altri analoghi leader dello scacchiere internazionale attuale.

Il secondo aspetto da non sottovalutare e quindi scartare a priori per l’offesa ricevuta, è quello relativo ad una, ahi noi, parziale verità che emerge dall’analisi di Putin sull’attuale situazione mondiale.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere ripetutamente negli ultimi mesi, le nostre élite occidentali hanno delle precise responsabilità riguardo al sorgere e diffondersi di un nuovo populismo, forse anche becero e fascistoide, ma sicuramente in grado di intercettare meglio il consenso dei molti delusi, o, peggio, dei molti ormai irreversibilmente stufi e contrari ad ogni modalità di gestione della politica, così come è stata realizzata in tutta Europa, negli ultimi 10 anni.

L’Europa si occupa solamente di quattrini e contabilità – ha scritto Mattia Feltri in un suo Buongiorno intitolato “La bancarotta dei liberali” – ed è finita che ad occuparsi solamente di quattrini e contabilità sono anche i liberali…e sono gli stessi liberali, bravi e meritori, armati di testi fondanti e di ascisse e coordinate, a ricondurre nella giusta teoria ogni scostamento di bilancio, ogni dubbio di copertura, ogni strategia di Welfare…su tutto il resto si sono distratti…e proprio qui si sono sbriciolate le mura dello stato liberale, venute giù sotto le scorribande digrignanti di chi prende a randellate le emergenze” e si è stufato, aggiungiamo noi, di subire un modello fondato su disuguaglianze inaccettabili.

Questo inizio di un processo di consapevolezza delle nostre responsabilità come classi dirigenti liberal, di questa situazione, lo si può registrare anche in un recentissimo intervento di Michele Serra che, rispondendo ad un lettore dell’Espresso che gli contestava l’afonia di una sinistra che aveva ormai trascurato il proprio DNA originario ed il proprio popolo naturale, replicava così: “il più grande tentativo di mutare i rapporti economici e le relazioni umane in senso socialista – sto parlando del comunismo novecentesco – è tragicamente fallito per la sua mortificante mancanza di libertà: nelle leggi, nelle arti, nella libertà di spostamento e di impresa. Nell’impossibilità per centinaia di milioni di persone di disporre del proprio destino…se la sinistra va in cerca, da decenni, di una difficile miscela tra socialismo e libertà, è solo per l’ovvia constatazione che l’uno senza l’altra non può reggere. E viceversa. Il socialismo serve per impedire che a salire la scala sociale siano in pochi, e sempre gli stessi. La libertà serve per impedire che il socialismo si trasformi in una gabbia di costrizioni, vincoli, inibizioni che lo rendono insopportabile. Troppa libertà, specie in economia, significa: faccio solo gli affari miei, crepino gli altri. Troppo socialismo, non solo in economia, significa: è vietato avere sogni o ambizioni che possano attirarti l’invidia degli altri”.

Ed è proprio qui che si incentra l’ineludibile rovello di chi auspicherebbe una società libera, meritocratica e con una coesione sociale e civile accettabile per tutti, con una redistribuzione del reddito prodotto più equa e con un conseguente futuro più decente anche per i propri figli e nipoti.

Il libero mercato senza vincoli, quello che domina la scena odierna – continua Serra – è ben descritto dalla battuta attribuita a Che Guevara “libera volpe in libero pollaio”. Ma una società di soli vincoli, illiberale nel giudizio stesso sulle ambizioni umane, è una galera fatta a misura dei mediocri…per questo mi preoccupo quando socialisti e liberali non trovano una maniera per sopportarsi e capirsi. La destra economica e politica non si fa troppi problemi e piglia tutto quello che le serve per fare maggioranza, compreso il fascismo, il nazionalismo, il razzismo, il populismo, e vince un po’ dappertutto. È tutto meno che liberale. È liberista in economia e illiberale sui diritti umani. Nel mondo anglosassone “liberal” è quasi sinonimo di progressista. Tipicamente liberal era Atticus, l’avvocato del “Buio oltre la siepe”. Non so quanto fosse socialista. Era certamente un uomo libero, un altruista, un umanista.

Ringraziamo quindi Putin per la provocatoria e beffarda valutazione sullo stato del liberalismo nei paesi occidentali. Gli garantiamo però che prima di arrenderci a modelli di coesione sociale basati su una formale democrazia, gestita in realtà da una cricca di oligarchi, più o meno coinvolti in business privati, lotteremo fino in fondo per rivendicare il nostro diritto, magari di minoranza, di esprimere le nostre opinioni liberal e sempre contrarie recisamente ad ogni forma illiberale di gestione delle comunità.

Su questo, come ci insegna il fondatore di questa rivista, “non ci arrenderemo mai”!

Riccardo Rossotto

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Riccardo Rossotto
"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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