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Quattro anni fa la svolta della Danimarca sull’immigrazione

Le Ferrovie danesi bloccarono “a tempo indeterminato” i collegamenti fra la città tedesca di Flensburg e il paesino danese di Padborg e lo stesso valeva per i treni che dall'isola tedesca di Fehmarn vengono portati in traghetto a quella danese di Lolland

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Prima di Salvini, è stata la Danimarca a decidere di multare chi andava a “soccorrere” i migranti. Non esattamente la stessa cosa, in realtà. In Italia ci sono andate di mezzo infatti le convenzioni internazionali sul soccorso in mare: motivo per cui il presidente Mattarella ha poi firmato con riserva. In Danimarca si trattava invece di coloro che facevano autostop: una linea di condotta risultato della decisione con cui il 9 settembre 2015 le Ferrovie danesi bloccarono “a tempo indeterminato” i collegamenti fra la città frontaliera tedesca di Flensburg e il paesino danese di Padborg, “per mancanza di sufficiente personale di polizia e di interpreti”, dopo l’entrata in vigore di nuove regole secondo le quali tutte i migranti in ingresso del Paese andavano registrati e dovevano formulare richiesta di asilo. Lo stesso valeva per i treni che dall’isola tedesca di Fehmarn (collegata da un ponte alla terraferma) vengono portati in traghetto a quella danese di Lolland, su una direttrice verso Copenaghen. Anche una strada verso la Svezia fu chiusa, mentre la polizia si disponeva sulla superstrada che collega Copenaghen con Padborg, dove almeno 300 migranti si erano messi in marcia nell’intento di arrivare fino in Svezia, dove le leggi sull’asilo erano considerate più permissive. Tra i 300 donne, bambini e anziani.

Lars Løkke Rasmussen

Il 28 giugno 2015 era diventato primo ministro Lars Løkke Rasmussen, leader del partito liberale di destra Venstre.  Alle elezioni del 18 giugno, però, in realtà il Venstre era precipitato dal primo al terzo posto, scendendo da 47 a 34 seggi. E la sua perdita era stata quasi equivalente al successo del Partito del Popolo, la cui agenda è soprattutto anti-immigrazione, e che salì da 22 a 37 seggi: secondo posto dopo i socialdemocratici (da 44 a 47 deputati). Il Partito del Popolo e il suo predecessore Partito del Progresso non hanno però mai partecipato a un governo, preferendo sempre formule di appoggio esterno. Anche in questo caso preferì dunque passare la mano a Rasmussen, che aveva però fatto a sua volta dell’immigrazione il tema principale della sua campagna elettorale proprio per fronteggiare quella concorrenza, e che il successo del Partito del Popolo contribuì appunto a radicalizzare ulteriormente.

Già nel 2002 la Danimarca aveva introdotto un doppio esame per la cittadinanza: uno di danese; uno sulla storia, la cultura e le istituzioni del Paese. Sempre del 2002 è la regola secondo cui il congiungimento familiare può essere solo con mogli di almeno 24 anni, da parte di immigrati che non abbiano ricevuto assistenza sociale nell’anno precedente, e che dispongano per i familiari di almeno 20 metri quadri di abitazione pro capite.  Così i ricongiungimenti caddero dai 13.000 del 2001 ai meno di 5.000 del 2005. Poi era stato imposto sia un test di danese obbligatorio ai non cittadini Ue, per ottenere un permesso di soggiorno oltre il terzo mese; sia il non riconoscimento automatico del diritto di soggiorno per i coniugi extracomunitari di un cittadino Ue. Dopo il voto del 2015, su impulso del governo il Folketing aveva dunque approvato la legge che era entrata in vigore il primo settembre. Tra le nuove misure: il taglio del 45% degli aiuti economici ai richiedenti asilo; l’obbligo di capire e parlare la lingua danese per gli immigrati alla ricerca di una residenza permanente; regole molte strette per ottenere il permesso di soggiorno. La Danimarca, inoltre, si chiamò fuori dal programma europeo per l’accoglienza dei rifugiati siriani.

Rasmussen respinse invece la richiesta del Partito del Popolo di reintrodurre i controlli alla frontiera con la Germania, aboliti quando nel 1996 la Danimarca aveva aderito a Schengen.  Se infatti per l’articolo 1 del Trattato “le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone”, per l’articolo 2 “tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata, la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti”. Il blocco delle frontiere corrispose dunque allo stesso tipo di controlli temporanei adottati per esempio dall’Italia dal 14 luglio al 21 luglio 2001 durante il G8 di Genova e dal 28 giugno al 15 luglio 2009 durante il G8 dell’Aquila.

Da ricordare anche che il 7 settembre – due giorni prima della chiusura delle frontiere – Rasmussen aveva anche fatto pubblicare degli annunci sui giornali libanesi a indirizzo dei rifugiati siriani, per divulgare le nuove regole e scoraggiare gli arrivi. “Non venite in Danimarca”, era il messaggio.

Il blocco non avvenne senza tensioni. Circa 200 persone, ad esempio, si rifiutarono di scendere da un treno a Rodby, la principale stazione di collegamento tra Danimarca e Germania. Vari tra loro che non volevano essere registrati tentarono poi di scappare ma furono arrestati e trasferiti in un centro di accoglienza. Nel porto della città, inoltre, fu negato l’attracco a una nave della compagnia Scandlines, proveniente dalla Germania, con a bordo 100 rifugiati. Successivamente la compagnia comunicò, attraverso la tv pubblica Dr, che avrebbe accettato solo viaggiatori in macchina.

Il 26 gennaio 2016 c’era stato un ulteriore inasprimento, con l’approvazione di un’altra legge che, oltre ad aumentare da uno a tre anni il tempo che i rifugiati debbono attendere per la riunificazione familiare con i figli e/o il coniuge, imponeva ai richiedenti asilo di consegnare tutti i beni di valore che erano riusciti a portarsi appresso e che eccedessero le 10.000 corone: 1340 euro. Eccettuati quelli di valore sentimentale tipo le fedi nuziali, e quelli “necessari per mantenere un modesto standard di vita”, tipo orologi e telefoni cellulari.

Inger Støjberg

Secondo quanto spiegato dal ministro per l’Integrazione Inger Støjberg, in cambio avrebbero ottenuto non solo l’asilo ma anche assistenza sanitaria, alloggi e corsi di lingua. Non solo non si trattava di discriminazione, spiegò il ministro: la legge aveva proprio lo scopo di evitare che discriminazioni venissero fatte ai danni dei disoccupati locali, che per ottenere un’assistenza analoga devono dismettere tutti i beni in loro possesso eccedenti una cifra equivalente ai 1500 dollari. Se no, vuol dire che risorse tue le hai, e non hai bisogno di assistenza!

In realtà la legge non fu applicata.  Messa assieme alla campagna pubblicitaria in Libano, la misura aveva il chiaro obiettivo di avere un’immagine più cattiva della sostanza, giusto per scoraggiare chi avesse pensato di trasferirsi in Danimarca. Ma dopo aver salvato migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, aver ratificato per primi la Convenzione del Rifugiato nel 1951 ed essere stati anche i pionieri nel dedicare lo 0,7% del Pil all’aiuto allo sviluppo la maggioranza dei danesi aveva evidentemente avuto la percezione di avere un’immagine troppo buona. Nel 2015 la Danimarca era stato il sesto Paese con più richieste di asilo: 21.000 su 5,6 milioni di abitanti: un terzo in più rispetto ai 14.815 dell’anno precedente e il triplo rispetto ai 7557 di due anni prima. Come commentò The Atlantic, “la Danimarca ha la particolarità di essere sistemata come in un sandwich tra le due destinazioni europee più popolari tra i migranti e rifugiati di oggi: Germania e Svezia”.  In tutto i migranti e discendenti di migranti erano arrivati al 10% della popolazione. Un sondaggio mostrò che tra il settembre del 2015 e il gennaio del 2016 la proporzione di danesi opposti a offrire ulteriori permessi di residenza ai migranti era salita dal 20 al 37%, mentre per il 70% degli elettori era diventato l’immigrazione il tema più importante dell’agenda politica.

Ci fu poi la proposta del governo di traslocare i rifugiati da abitazioni urbane a campi fuori la città, spostando l’obiettivo dall’integrazione al rimpatrio. Un consiglio comunale ordinò l’inclusione di carne di maiale nei menù di scuole e asilo, e infine un tribunale condannò un danese per aver condotto cinque migranti in auto attraverso la Danimarca, dalla Germania alla Svezia. A quel punto iniziò appunto una vera e propria offensiva giudiziaria contro i “buoni samaritani” che per aggirare il blocco ferroviario si erano messi a offrire passaggi in auto: in particolare per raggiungere Copenaghen, da dove i trasporti riprendevano poi regolari. Tra il settembre del 2015 e il febbraio 2016 almeno in 300 furono condannati per “traffico di persone”: non è questione di galera, ma sì di salatissime multe da 22.400 corone danesi. L’equivalente di 3000 euro. In realtà, la legge utilizzata avrebbe previsto anche fino a due anni di carcere, ma si decise di applicarla in forma blanda. Insomma, si ignorò la differenza tra chi viola la legge per speculare sul dramma dei richiedenti asilo e chi invece la viola senza guadagnarci niente, ma solo per un sentimento di umana pietà. Sempre di violazione della legge però si tratta, è il messaggio che si volle far passare.

Mette Frederiksen

Più di recente, nel 2018 viene proposto che i richiedenti asilo aspettino la risposta in centri situati fuori d’Europa: possibilmente in Nord Africa. E il 21 febbraio del 2019 il Folketing approvato una legge che stringe ulteriormente i freni. La residenza concessa ai rifugiati è così passata da permanente a temporanea, con effetto retroattivo. E il governo si riserva la possibilità di stabilire un tetto mensile ai permessi di ricongiungimento familiare. I voti a favore sono 76 contro 24, e i socialdemocratici aggiungono il loro consenso a quello dei partiti di governo. Già i socialdemocratici sono stati d’altronde a favore dei centri in Nord Africa, e in seguito propongono di mettere un tetto all’ammissione di immigrati “non occidentali”.  È parte di una strategia che colpirà i media internazionali, che infatti descriveranno il risultato elettorale del 5 giugno 2019 come il successo di una sinistra che sull’immigrazione ha fatto propria una linea dura. In realtà, i socialdemocratici sono solo avanzati da 47 a 48 deputati. Maggiore è stato il successo dei liberali, che sono passati da 34 a 43 deputati. Ma ciò svuotando il Partito del Popolo, precipitato da 37 a 16. Come dire che una volta accolte le sue istanze dagli altri grandi partiti gli elettori lo hanno percepito come inutile.

Il 27 giugno la socialdemocratica Mette Frederiksen diventa primo ministro in un governo monocolore che si regge grazie all’appoggio di altri partiti del centro sinistra che invece hanno avuto buoni risultati proprio contestando la chiusura: in particolare i liberali di sinistra, passati da 8 a 16, e il Partito Socialista del Popolo, da 7 a 14, mentre l’Alleanza Rosso-Verde è scesa da 14 a 13. L’accordo di governo include dunque riferimenti alla necessità di migliorare le condizioni delle famiglie dei rifugiati e di riprendere a accettare rifugiati secondo le quote Onu. Secondo gli analisti, comunque, questi “miglioramenti” non incidono sostanzialmente sul tipo di approccio ormai stabilito.

Maurizio Stefanini

Sesta puntata dell’inchiesta di Maurizio Stefanini sulla politica dell’immigrazione nei vari paesi europei, dopo quelle riguardanti la Spagna, la Francia, la Germania, il Regno Unito e la Svezia.

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Maurizio Stefanini
Giornalista dal 1988. Free lance impenitente. Attualmente collabora con Il Foglio, Lettera43, Libero, Bio's, Longitude, Babilon. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un’intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici.

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