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Spagna e immigrazione. Più che ideologie, contingenze

Da Zapatero a Sanchez, passando per Aznar e Rajoy come Madrid ha affrontato le politiche sull'immigrazione con il rigore che spesso si è legato di più ai governi progressisti che a quelli conservatori

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“Saremo inflessibili con gli illegali: sono cambiate le circostanze e bisogna capirlo”. “Non perseguitiamo i clandestini, ma l’immigrazione deve essere legale e regolare. Se no si danneggia lo stesso immigrato, che non arriverà mai ad avere diritti”. “Non è che perché una clandestina sia incinta deve avere il diritto alla regolarizzazione e a non essere espulsa. Mi dispiace, ma se così fosse ci sarebbero donne che si farebbero mettere incinte apposta”.

No: non sono frasi scritte da Salvini su qualche Social. Sono affermazioni di Celestino Corbacho, ministro del Lavoro nel governo del primo ministro socialista spagnolo Jorge Luis Rodríguez Zapatero. Risalgono al 2008, a una intervista col quotidiano argentino La Nación. E permettono di iniziare a chiarire qualche stereotipo. Sia su Zapatero: un primo ministro all’epoca considerato talmente iconico come leader che “diceva cosa di sinistra”, che Sabina Guzzanti gli dedicò lo spettacolo “Viva Zapatero”. Sia sulla Spagna: Paese che con l’attuale primo ministro socialista Pedro Sánchez ha mostrato di “aprire i porti” a navi che la politica muscolare salviniana stava bloccando al largo.

Il dato curioso è che le politiche dure verso l’immigrazione ordinate da Zapatero, leader iconico di sinistra, seguirono alle politiche di grande apertura volute da un primo ministro considerato iconico della destra, come José María Aznar. Il leader popolare aveva infatti offerto ponti d’oro agli stranieri: specie se si arruolavano nelle Forze Armate o se si recavano ad abitare in certi comuni in via di spopolamento dell’interno, ovviando ai buchi di organico del servizio militare professionale e al rischio di scomparsa delle piccole municipalità. Zapatero ha invece disposto una politica durissima. In Spagna i migranti arrivano o dalle coste del Marocco e dell’Algeria verso l’Andalusia e le Baleari, o dalla costa atlantica africana fino alle Canarie, o via terra per le enclave di Ceuta e Melilla. Nelle acque tra Spagna e Marocco furono stabiliti dunque sia i pattugliamenti di Frontex della Missione Indalo che quelli della marina reale marocchina. E nelle acque delle Canarie i pattugliamenti della missione Hera, in coordinamento tra Frontex, Marocco, Mauritania e Senegal. A parte le migliaia di persone respinte, il 28 aprile 2008 una nave della Marina spagnola fu accusata di aver affondato un gommone carico di migranti subsahariani, causando la morte di almeno 28 persone, al largo di Hoceima.

Con il Marocco, la Spagna strinse poi accordi di riammissione applicati anche ai minori non accompagnati. E sempre a proposito di Marocco, per sigillare i confini di terra attorno alle due enclave di Ceuta e Melilla fu in effetti Aznar a far costruire attorno a Ceuta nel 1997 e a Melilla nel 1998 una doppia rete metallica in acciaio e filo spinato alta inizialmente tre metri e poi raddoppiata a sei, finanziata con 20 milioni di euro stanziati dall’Unione europea. Ma fu Zapatero nell’estate e autunno del 2005 a dar l’ordine di sparare per respingere i massicci assalti di migranti che con scale di pali e gomme di bicicletta cercavano di passare le barriere, con un saldo di 13 morti a Melilla e 4 a Ceuta. Sempre Zapatero dispose anche rimpatri su voli commerciali o charter in modo abbastanza muscolare: camice di forza; bavagli; perfino caschi per impedire tentativi di suicidio a testate (come in effetti era successo). Addirittura Zapatero ha dato incentivi agli stranieri regolari, purché se ne tornassero a casa loro. A chi riceveva in Spagna un sussidio di disoccupazione, che dura per un massimo di due anni, aveva offerto infatti di pagare subito in due quote l’ammontare delle 24 mensilità previste: in tutto 15.000 euro, il 40% al momento in cui si annunciava la decisione di partire, il 60% una volta reinstallati nel proprio Paese d’origine. A condizione di non tornare in Spagna per almeno tre anni: un piano previsto per almeno 100.000 persone.

Al di là delle ideologie, insomma, in Spagna contano le contingenze. Mentre Aznar governava infatti in una fase di bonanza economica, Zapatero ha invece gestito un periodo di crisi, in cui la popolazione attiva spagnola era arrivata al 10,44% di disoccupazione e gli immigrati addirittura al 15%. In particolare, per il tonfo nel settore della costruzione, con lo sgonfiarsi di una bolla immobiliare durata fin troppo a lungo. “L’immigrazione è legata al lavoro”, spiegava Corbacho nella citata intervista. “Fino a due anni fa il mercato aveva capacità e trovare lavoro era relativamente facile, mentre oggi è difficile. Il settore in cui la Spagna ha ancora domanda è associato alla dipendenza: badanti e personale domestico”. Ovviamente la scelta era penosa da difendere in America Latina: regione che è legata alla Spagna da importanti legami storici e culturali, che in passato aveva assorbito in quantità migranti spagnoli spinti dalla miseria, e che paradossalmente di lì a poco tempo sarebbe tornata ad accogliere spagnoli costretti a espatriare dalla recrudescenza della crisi. Parlando a un quotidiano argentino Corbacho provava dunque a spiegare che c’erano di mezzo anche le “pressioni dell’Ue”.  “Dovete capire che la Spagna non può restare isolata, in un’Europa che chiede sempre più controlli”.

Corbacho spiegava peraltro che l’espulsione di irregolari “non viola alcun diritto fondamentale”. “L’irregolare viene cacciato perché è irregolare. Non si può pretendere che in Spagna non esistano controlli di immigrazione quando esistono dappertutto. Per andare in Argentina, io stesso devo passare un controllo. In Spagna il controllo esiste. Una persona irregolare è irregolare e, a partire dalle 72 ore, se la polizia lo constata, lo si rimanda indietro. O si è a favore del controllo, o si è contro. E noi siamo a favore”. In effetti in Spagna il reato di immigrazione clandestina non esiste. Il tentativo di entrare illegalmente costituisce una semplice infrazione amministrativa, punibile con un’ammenda o con l’espulsione dal territorio nazionale. A parte le già citate modalità muscolari con cui è effettuata, l’espulsione comporta il divieto a rientrare in Spagna per un periodo compreso tra i tre e i dieci anni.

Il bello è che, in contrapposizione alla linea dura del “sinistro” Zapatero seguita alla linea morbida del “destro” Aznar, una linea morbida sull’immigrazione torna a proporla alle politiche del 2008 il leader del Partito Popolare Mariano Rajoy, con le “giornate sull’immigrazione” che organizza a Barcellona, e in cui offre a tutti gli immigrati che vogliano ottenere “un permesso superiore a un anno di residenza in Spagna” la possibilità di ottenere “gli stessi diritti degli spagnoli”. “Un Compromesso con valore giuridico che rifletterà il compromesso mutuo tra la nostra società e l’emigrante”. In cambio gli stranieri dovrebbero impegnarsi a “obbedire alle leggi, apprendere la lingua e rispettare i costumi degli spagnoli”, oltre che a “tornare nel loro Paese se non riusciranno a trovare un lavoro durante un certo periodo di tempo”. Rajoy promette anche “un’agenzia statale di immigrazione di impiego che lavorerà per adempiere alle domande reali delle imprese spagnole, e che avrà a suo carico la supervisione della selezione, formazione e contrattazione di lavoratori spagnoli con piene garanzie”. È un modello che, con qualche variante, si ricollega a una tendenza negli ultimi anni affermatisi in vari Paesi europei. Ma quelle elezioni le vince Zapatero, e Rajoy diventerà primo ministro solo nel 2011.

Lo stesso Rajoy nel 2017 al Vertice Unione Europea-Unione Africana che si tiene in Costa d’Avorio sarà invitato come principale relatore assieme al re del Marocco Mohamed VI nella sessione dedicata all’immigrazione. E lì assicura che “il modello spagnolo di immigrazione ha funzionato bene” proprio perché l’arrivo di migranti nelle Canarie è passato “da 40.000 persone all’anno a meno di un centinaio”. Un successo di cui dà un grande merito alla buona collaborazione con il Marocco. Per questo motivo veniva annunciata la presa di contatti anche con l’Algeria, per risolvere il problema della ripresa dei flussi che si stava avendo nel Mediterraneo Occidentale come ricaduta di un maggior controllo nel Mediterraneo Orientale: soprattutto in Libia. Ma, aggiungeva, si sarebbe trattato comunque di cifre “perfettamente gestibili”.

Rajoy disse inoltre che la Spagna aveva buone relazioni anche con Mauritania e Senegal, e che le autorità di questi Paesi avevano avuto anch’esse un ruolo importante nel tentativo di mettere l’immigrazione selvaggia sotto controllo. “Fiducia e responsabilità compartita”: “il dialogo politico e la cooperazione con i Paesi di origine e di transito sono essenziali”, disse. La priorità veniva indicata nel “salvare vite umane”, ma soprattutto attraverso la “creazione di opportunità nei Paesi di origine”, con un piano di investimenti Ue da 44 miliardi di euro. Altri “pilastri”: la cooperazione per sradicare il business delle mafie, da combattere anche con la creazione di canali legali per la migrazione; l’individuazione di strumenti di rimpatrio (“il ritorno deve essere sicuro, rapido e umanitario”); il “promuovere l’integrazione con la società di destinazione”.

Con il socialista Sánchez, questa “ripresa dei flussi” si è accentuata. Secondo i dati dell’Unhcr, in particolare, nel primo semestre del 2019 sono arrivati via mare in Italia 3.071 migranti, e in Spagna 13.263. La questione però sui media e nel dibattito politico è molto meno toccata. È vero che negli ultimi appuntamenti elettorali c’è stato un boom di Vox, partito che aveva una forte agenda anti-immigrati nella sua agenda elettorale. Però è un boom che sembra alimentato dalla polemica contro l’indipendentismo catalano, piuttosto che da quella contro gli stranieri.

Di Sánchez si è parlato piuttosto in Italia, quando nel giugno del 2018 fece sbarcare i migranti della nave Aquarius, con cui Salvini aveva ingaggiato uno dei suoi bracci di ferro mediatici. Però a gennaio la Open Arms fu invece bloccata nel porto di Barcellona, e il Ministero dello Sviluppo ricordò ai proprietari che rischiavano una multa da 901.000 euro, per mancata autorizzazione delle autorità responsabili. La differenza con Salvini? Che la cosa non fu gridata via Facebook o Twitter, ma seccamente spiegata in un comunicato ufficiale. Inoltre mentre il governo giallo-verde ha usato l’immigrazione come elemento di polemica verso i partner europei i vari governi di Madrid, pur nella loro differenza ideologica, hanno sempre cercato di coordinarsi con Parigi e Berlino. Nel 2018 è stato firmato ad esempio un accordo per il rientro dei migranti che avevano chiesto asilo in Spagna ma poi si erano trasferiti in Germania. Una mossa dal grande impatto simbolico ma con costi minimi, visto che riguardava pochissime persone.

Maurizio Stefanini

Con questo articolo sulla Spagna, inizia un’inchiesta di Maurizio Stefanini sulle politiche relative all’immigrazione seguite in questi anni dai diversi paesi europei. Nei fatti, al di là degli slogan e delle polemiche contingenti.

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Maurizio Stefanini
Giornalista dal 1988. Free lance impenitente. Attualmente collabora con Il Foglio, Lettera43, Libero, Bio's, Longitude, Babilon. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un’intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici.

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