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Troppa foschia sull’impatto sociale dei progetti del Terzo Settore

L’affascinante prospettiva di poter individuare, magari in maniera scientifica, cause ed effetti delle proprie iniziative sociali per poi misurarle, monetizzarle e comunicarle ai propri donatori e alle istituzioni pubbliche ha destato interesse e dato vita a grandi aspettative

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Negli ultimi cinque anni il tema della valutazione dell’impatto sociale è andato lentamente a posizionarsi all’interno dei piani di sviluppo dei principali Enti del Terzo Settore italiani. Una graduale presa di consapevolezza guidata tanto dagli stimoli normativi del Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017), quanto da movimenti e iniziative transnazionali che hanno contribuito a generare hype (clamore) e interesse.

La valutazione dell’impatto sociale viene definita come “valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato”. Una definizione ampia e per questo mutevole, pronta a essere interpretata secondo vari punti di vista.

L’affascinante prospettiva di poter individuare, magari in maniera scientifica, cause ed effetti delle proprie iniziative sociali per poi misurarle, monetizzarle e comunicarle ai propri donatori e alle istituzioni pubbliche ha destato interesse e dato vita a grandi aspettative. Tuttavia, la confusione terminologica, l’assenza di approcci e di metodologie condivise e l’oggettivo impegno richiesto, in termini di tempo e risorse economiche per realizzare percorsi qualitativamente elevati, hanno ben presto scoraggiato anche le realtà maggiormente motivate. Fondazioni di erogazione, banche e imprese sono alla finestra in attesa di capire se la prova di maturità rappresentata dalla valutazione dell’impatto sociale sarà superata, o meno.

Per diradare la foschia occorre innanzitutto ricordare alcuni punti chiave:

  1. Non tutti i progetti sociali generano un impatto sociale significativo (e positivo);
  2. La valutazione dell’impatto sociale non si esaurisce nella sua comunicazione;
  3. L’auto-valutazione, spesso, è distorta

Cerchiamo di esplorare rapidamente i tre punti. In primo luogo, l’errata credenza secondo la quale tutte le attività possono essere valutabili e siano intrinsecamente generatrici di esternalità positive ci porta a distorcere la realtà allo scopo di adattarla alla teoria. Sono tanti i progetti che non creano un impatto significativo sulle comunità o che producono esternalità negative, basti pensare all’inquinamento prodotto dall’aumento dei mezzi per le consegne domiciliari o alle attività formative per fasce di popolazione in difficoltà che generano aspettative, poi disilluse. Sono ancor più numerosi i progetti ibridi, che hanno una combinazione di impatti positivi e negativi talmente correlati che la scelta, politica, dell’organizzazione di valorizzarne alcuni e tacerne altri inficia qualsiasi desiderio di riproducibilità e quindi scientificità.

In secondo luogo, quando la valutazione è avviata in maniera reattiva, in risposta a opportunità di finanziamento o di collaborazione, spesso essa viene svilita e declinata unicamente nella sua forma comunicativa. Trasmettere esternamente e internamente l’informazione è fuor di dubbio fondamentale tuttavia, come anche sottolineato dalle nuove linee guida per il Bilancio Sociale, la comunicazione è solo uno degli elementi. Gli altri due punti fondamentali, che la precedono logicamente e temporalmente, riguardano da un lato l’azione di coinvolgimento e dall’altro quella di monitoraggio. Per quanto riguarda il coinvolgimento, non è ormai più sufficiente disegnare una sintetica mappa degli stakeholder, occorre coinvolgerli fisicamente, seduti attorno a un tavolo chiedendo loro le priorità di valutazione, a monte del percorso. A valle invece, e questo ritengo sia lo scoglio più duro, è necessaria una riflessione e un utilizzo pratico dei dati raccolti attraverso la valutazione. Se i problemi e le sopracitate esternalità negative non vengono mitigate o quantomeno affrontate, l’intero percorso finisce con l’esaurirsi in un mero esercizio di stile. Comunicabile un anno o forse due prima di perdere il contatto con la realtà.

In ultimo, come appreso da intere generazioni di antropologi ed etnologi e come confermato dai più recenti studi sul mondo quantistico: l’osservatore influenza l’osservato, osservandolo. Se questo è vero in maniera generale lo è ancor di più quando osservatore e osservato appartengono allo stesso sistema. Dai bias cognitivi passando per le dinamiche di potere all’interno dell’organizzazione fino a giungere al più banale spirito di conservazione lavorativa, gli incentivi alla distorsione, volontaria e involontaria, delle informazioni sono tali da rendere processi di auto-valutazione (dell’impatto sociale) estremamente complessi. Si tratta di percorsi faticosi, che se realizzati in maniera compiuta richiedono anni ma che permettono di raggiungere i tre obiettivi (coinvolgimento, monitoraggio e comunicazione) in maniera seria e duratura.

Per rivalutare la valutazione dell’impatto sociale occorre quindi sgombrare la mente da alcuni pregiudizi e semplificazioni che, nelle narrazioni quotidiane, hanno ormai preso piede. Ripartire da un’analisi critica delle proprie attività e dei propri obiettivi di sviluppo, senza cedere alle attraenti sirene dei grandiosi: tutto e ora.

Michel Alimasi

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Michel Alimasi
 "Strategico ottimista dal 1991. Di origini romagnole e congolesi, ho unito agli studi internazionali la passione per i progetti innovativi e l'impatto sociale: dalla Groenlandia al Sudafrica. Selezionato nel 2017 tra i 100 Future Makers di Boston Consulting Group, attualmente lavoro come consulente strategico presso lo Studio Romboli e sono uno dei due rappresentanti italiani del progetto Common Futures Conversations del think tank Chatham House."

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