Howard Jacobson gioca con i sensi di colpa nel suo “L’enigma di Finkler”

 

Un cambio di bastimento per “L’enigma di Finkler” di Howard Jacobson, uscito con le edizioni Cargo otto anni fa, nel 2011 e oggi con La nave di Teseo. Il romanzo mantiene intatta anche la traduzione di Milena Zamira Ciccimarra.

Magari nel 2011 il libro aveva, rispetto ad oggi, un più forte motivo di curiosità avendo vinto l’anno prima l’importante premio Man Booker Prize. Oggi però ha forse la possibilità di veleggiare più lontano grazie alle vele più larghe della casa editrice di Elisabetta Sgarbi (tant’è che anche le testate maggiori mostrano nei confronti di questo libro un’attenzione critica che allora è mancata, confermando le difficoltà che la piccola editoria incontra anche quando, come nel caso della Cargo, si rivela attenta ad autori e prodotti di qualità).

In questo senso, vedremo l’incidenza che una casa editrice maggiore come La nave di Teseo avrà nel successo da noi di un’opera di questo scrittore inglese di origine ebraica il cui pubblico di riferimento è soprattutto quello britannico, non tanto per il tipo di umorismo che lo contraddistingue, molto britannico con l’aggiunta del pepe di quello ebraico, bensì quasi l’avesse concepita, appunto perché ebreo inglese, per  scusarsi con i suoi concittadini d’Albione della politica di Israele nei confronti dei palestinesi.

Per il resto, Howard Jacobson è uno scrittore di allettante lettura, una sorta di Mordecai Richler inglese che veste gli stessi panni di humor nero del suo correligionario canadese, o del primo Philip Roth, ma con un senso di colpa tale da arrivare all’auto afflizione. Dialoghi del tipo “Ti vergogni della tua carne di ebreo. Abbi rachmones, abbi compassione per te stesso. Solo perché sei ebreo non vuol dire che sei un mostro” per sentirsi rispondere “Mi vergogno delle azioni degli ebrei, anzi, degli israeliani…”  per poi più volte tornare su questo sentimento di vergogna, rivelando tutto il disagio di una identità della quale l’autore sembra quasi volersi fare così perdonare, seppur giocando sui tasti, appunto, dell’umorismo. Un po’ come il gusto di certi ebrei nel raccontare barzellette sugli ebrei.

La trama mette a confronto in particolare due personaggi, anzi tre, Samuel Finkler, scrittore di manuali, tipo “Piccolo Manuale di Stoicismo Domestico”, ospite di fortunate trasmissioni radiofoniche e televisive, fondatore dell’Associazione Ashamed Jews, di ebrei antisionisti, e Julian Treslove, suo amico, piuttosto sfigato nella vita, sia quella professionale che sentimentale (sempre lasciato dalle tante donne che ha avuto) da nutrire una sorta di ammirazione per Finkler, per quelle sue enigmatiche doti (l’enigma di Finkler!) che lo fanno uomo di successo. Il terzo uomo, amico di entrambi, è Libor Sevik, un ebreo cecoslovacco novantenne emigrato in Inghilterra, professore di storia, che ha una funzione di coscienza equilibratrice all’interno del terzetto di amici. Ma è Finkler che, agli occhi di Treslove, rappresenta il prototipo dell’ebreo, tanto che, dopo aver subito una rapina da parte di una donna, vuole diventare ebreo egli stesso, ovvero Finkler, assumendo il nome dell’amico, per lui, il significato stesso della parola ebreo. E sta proprio qui il nocciolo del romanzo: che ad ammirare gli ebrei e a volerlo diventare, diventare Finkler appunto, sia proprio uno sfigato, deriso anche dai figli che alla notizia che il loro padre abbia deciso di diventare ebreo, di esserlo addirittura fin dalla nascita, è tale al punto da accendere il loro sarcasmo fino a dare vita a dialoghi di un razzismo agghiacciante, anche se in chiave humor, nei confronti degli ebrei, come se a scrivere il libro fosse davvero un antisemita. Un atteggiamento che non è solo di non ebrei come possono essere i figli di Treslove, ma anche degli accesi discorsi dei membri del club ASHmed Jews, gli ebrei antisionisti, come capita a Treslove di sentire dalla bocca di una donna, Tamara Krausz “la cui pacata autorità incuteva rispetto non solo in Inghilterra, ma anche in America e in Medio Oriente, ovunque vi fossero degli antisionisti – Finkler non sarebbe mai arrivato a dire ovunque vi fossero degli anti semiti”.

Indubbiamente, un libro che, mostra un altro volto dell’ebraismo. Anche se, forse, davvero troppo crudele con se stesso.

Diego Zandel

 

Howard Jacobson, L’enigma di Finkler, La nave di Teseo, pag. 479, €. 19,00

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