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Una lunga estate calda

Un panorama sconsolante, rispetto al quale il nostro Paese non fa eccezione, pur permettendo alcune considerazioni, che lasciano un sapore di speranza, seppur agrodolce

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Un’estate intensa quella appena trascorsa. Un’estate in cui si sono mostrati i muscoli del potere politico mentre la terra era arsa dal fuoco o sommersa dalle acque dei ghiacciai che si sciolgono.

È l’estate in cui è andato in scena un teatrino, che ha visto alternarsi sul palco mediatico mondiale personaggi illuminati dal sacro fuoco di una fantomatica volontà generale, espressione di un poco definito popolo sovrano, di cui loro e solo loro sanno intuire il bene assoluto…imitazione di slogan, ammiccamenti con cinguettii virtuali, scambi reciproci di salamelecchi e complimenti per garantire un appoggio che si saprà sottrarre quando le circostanze dalla logica del “we first” obbligheranno allo scontro…inevitabilmente.

E mentre l’Amazzonia andava in fiamme, l’aria s’è fatta più rovente, non solo in Brasile: infatti, intanto che Bolsonaro giocava a fare l’offeso, sordo alle invocazioni dei governatori e dei parlamentari del suo Paese, che gli chiedevano di accettare l’aiuto internazionale per domare i roghi attivi nella foresta, in diversi altri Paesi abbiamo assistito a un intenso braccio di ferro tra i poteri dello Stato, dai risultati tutt’altro che assodati. Non che si tratti di una sfida inedita se è vero, come è vero, che da anni è in corso un progressivo ridimensionamento del ruolo del Parlamento nei sistemi di governo delle liberal-democrazie contemporanee.

Quel che merita attenzione, in questo caso, sono i modi e i risultati: la prepotenza con cui l’attacco al potere legislativo è stato sferzato, l’arroganza di chi ha dato per scontato l’esito dell’attacco, ma anche il manifestarsi dei possibili effetti dell’hybris, che tanti eroi, accecati dal potere, ha già fatto cadere e che certo non risparmia i miti di un’estate.

Da anni assistiamo ad un progressivo avanzare delle logiche del personalismo politico rispetto alle dinamiche del parlamentarismo. La svolta populista ha certamente rafforzato l’ipotesi che il parlamento non fosse più così necessario alla democrazia, dal momento che è il popolo stesso, anche grazie ai mezzi della tecnica, a poter essere ascoltato, a poter essere messo in relazione con la sala dei bottoni, senza necessità di passare attraverso il circuito della rappresentanza.

Il fenomeno era divenuto a tal punto evidente da aver indotto qualcuno a credere che potesse essere giunto il momento di dare le ultime spallate alle istituzioni parlamentari, approfittando, anche, della moda del momento, quella dell’uomo forte al comando: mentre in Italia si invocavano i poteri forti, nel Regno Unito il Primo ministro chiedeva e otteneva la sospensione dei lavori parlamentari, in Brasile si puntavano i piedi in difesa della sovranità nazionale…e ancora gli Stati Uniti, la Cina, Hong Kong, la Russia….

Un carosello di nomi, dietro ai quali si stenta a vedere politiche e progettualità, mentre le relazioni internazionali sono ridotte a una rappresentazione di pupi siciliani…

Un panorama sconsolante, rispetto al quale il nostro Paese non fa eccezione, pur permettendo alcune considerazioni, che lasciano un sapore di speranza, seppur agrodolce.

La sconsideratezza del ministro Salvini, che crede tra un’invocazione alla Vergine e una al popolo di assurgere a capo politico incontestato di un’intera nazione, ha infatti messo in luce alcuni elementi di sistema, spesso invocati dalla dottrina, ma a volte sottovalutati nei fatti.

Davanti alla tracotanza del potere qualcosa si è mosso, la macchina parlamentare si è attivata: al di là degli esiti, ha dato prova della vitalità di un Parlamento ridotto a ben poca cosa negli ultimi mesi. Certo, non è sufficiente ad annunciare l’avvio di una nuova stagione di fiammante parlamentarismo. …ma la vicenda è senza dubbio utile a ricordarci le nostre radici istituzionali, che affondano nel costituzionalismo democratico la cui essenza risiede proprio nella volontà di limitazione del potere, che rifugge da ogni tentazione di tirannia, quella del popolo come quella del singolo.

Nel caos di queste settimane, il costituzionalismo e i suoi valori ci ricordano il senso delle procedure, delle regole capaci di portare ordine costituzionale nei momenti di crisi. Ci ricordano che non si governa a suon di sondaggi o di like e che se cade un governo è legittimo che le forze parlamentari cerchino lo spazio per evitare lo scioglimento. Così dice la Costituzione; così si arginano i deliri di onnipotenza dell’«eletto» di turno.

Non siamo chiamati a difendere questa o quella forma di governo, neppure questa o quella coalizione. Certo siamo chiamati a difendere i principi del nostro costituzionalismo, pilastri del sistema democratico, che vogliamo salvaguardare al di là di ogni provvidenza, sia essa umana o divina, sicuri del fatto che non è dal singolo che verrà la salvezza del popolo ma dalla capacità di riconoscere delle buone idee, di crederci, di difenderle, di svilupparle nello spazio pubblico.

Non tutto è ancora perduto se ci ricordiamo da dove veniamo e se abbiamo chiaro che nella Costituzione è già scritto il cammino ancora da percorrere….un cammino in difesa delle regole costituzionali plasticamente già percorso da Philip Lee, il parlamentare conservatore che qualche giorno fa durante il discorso ai Comuni di Johnson si è alzato e ha attraversato l’Aula andandosi a sedere tra le fila dell’opposizione.

Anna Mastromarino

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Anna Mastromarino
Insegna diritto costituzionale all'Università di Torino ed è membro della Fondazione Benvenuti in Italia

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