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WeLive, WeChat. Pechino, Shangai e la vita con lo smartphone

A Shanghai o Pechino puoi vivere senz’auto, te la cavi anche senza sapere il cinese, ma non lasciare a casa o in hotel lo smartphone, non sopravviveresti

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A Shanghai o Pechino puoi vivere senz’auto, te la cavi anche senza sapere il cinese, ma non lasciare a casa o in hotel lo smartphone, non sopravviveresti. La relazione tra il cinese abitante di una grande megalopoli e il suo cellulare è affascinante, per certi versi metafisica. Lo smartphone è ormai un vero e proprio nuovo organo pulsante del corpo di un cinese metropolitano, sostituibile e ricaricabile, indispensabile alla vita. Vivere a Shanghai o a Pechino essendone privi è forse impossibile. Infatti, il cinese non stacca mai gli occhi dallo schermo. Per strada camminando, in metropolitana, al ristorante o durante le riunioni di lavoro, mai. Paga ovviamente taxi, treni, aerei, metropolitane e ristoranti. Fin poco di nuovo anche per noi, se non che non lo vedrete mai mettere mano al contante. Scansiona in continuazione QR code, al museo, in metropolitana, sul bracciolo del sedile del treno negozia un nuovo abbonamento, al caffè guarda un video sulla miscela di caffè etiope che vuole provare, o semplicemente controlla le caratteristiche di qualche prodotto. Si fa dare il percorso più veloce. Acquista i materiali scolastici dei figli e pagala retta. Cerca casa e cambia gestore elettrico. Segue svolta dopo svolta, semaforo dopo semaforo l’approssimarsi del taxi di cui ha scelto compagnia. Se vuole sceglie modello e colore della vettura, alcuni anche sulla base della faccia del taxista. A sua volta questi interagisce solo con un risponditore vocale, al quale in caso di emergenza vi propone di scandire il nome del vostro hotel. Dal telefono una risatina registrata reagisce alla vostra goffa pronuncia cinese. Il taxista attiva il traduttore vocale e via il problema è risolto.

Qui ci si nutre con lo smartphone. A Shanghai pochissimi cucinano. Latte, verdure, riso, pranzi, cene e prima colazione, the e acqua li ordinate, pagate e ve li fate consegnare ovunque con WeChat, la app di messaggistica universale cinese. Sulla metro vengono giocati contemporaneamente migliaia di giochi diversi. Fanciulle con unghie argentate e trucco che pare disegnato da un autore di manga si confrontano sullo schermo con le loro eroine. Signore mature salgono e scendono dai vagoni senza staccare gli occhi dalla scacchiera del loro majong e dandovi gomitate. Il vicino forse gioca a poker. Sui cellulari si guardano i notiziari e i video musicali del momento. Le religioni tengono botta. Al tempio buddhista si fanno le donazioni e si compra l’incenso votivo in un apposito distributore automatico a forma di pagoda, con WeChat. Con WeChat si accende un piccolo prestito, un mutuo immobiliare e si pagano le tasse, si compra l’auto.

La carrozza del treno veloce Shanghai-Beijing ha 90 posti, tutti hanno lo sguardo sul proprio schermo, tranne chi dorme (con le cuffiette) e chi tiene a bada i bambini. Sul treno si ordina e si paga il pasto, con WeChat. Il nostro vicino di poltrona, un giovane all’apparenza creativo, gira una clip dal finestrino, la monta e la posta. Riceve un bel po’ di commenti e di faccine. Scarica video di altri e prenota la sua stanza all’hotel di Pechino. Poi banalmente ascolta musica. Penserete all’inferno di una carrozza di treno dove tutti telefonano. No, quello è il Frecciarossa. I cinesi usano il cellulare per telefonare assai di rado. Lo smartphone è ben di più della protesi utile che tutti noi possediamo. È una parte del corpo che non cessa mai di funzionare e che compie infinite e vitali operazioni quotidiane. Per questo ovunque, anche al tempio buddhista ovviamente, si trovano batterie di ricarica. Il cellulare non va mai spento o riposto. In Cina lo terrete sempre in mano, anche voi. Contenitori di varia forma racchiudono da otto a dieci batterie ad alta capacità. Con WeChat, ne potete estrarre una che restituirete in qualsiasi altro punto della città terminata la ricarica. Il rischio di restare senza carica, senza vita, deve essere nullo.

Andrea Bairati e Maria Teresa Roberto

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

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