Sono trascorsi oltre quattro decenni dagli anni di piombo e di tritolo che segnarono il periodo tra il 1969 e il 1981. In questa puntata conclusiva vorremmo fare alcune considerazioni proprio su alcuni aspetti di quel lungo e terribile periodo. La prima riguarda la costante presenza e l’interferenza, durante tutto quel lungo decennio, di pezzi deviati dello Stato, anche affiliati alla Loggia massonica P2; la seconda è che di quel periodo conserviamo una memoria evanescente e sempre divisiva, peraltro particolarmente concentrata sui terroristi e non sulle vittime.
Pier Paolo Pasolini affermava che “siamo un Paese senza memoria, il che equivale a dire senza storia”. Recentemente, Giuseppe Culicchia ha dichiarato che “su quegli anni non ci si è ancora interrogati fino in fondo. C’è un rimosso soprattutto da parte degli adulti di oggi, quelli che erano ragazzi allora”.
La terza considerazione, richiamata nel titolo di questa serie – gli anni del terrorismo ma non solo…!” – riguarda il fatto che il piombo e il tritolo di quegli anni hanno messo (forse inevitabilmente) in un cono d’ombra la straordinaria produzione legislativa di un Parlamento (con la partecipazione e il consenso della maggioranza degli italiani) che, nel secondo dopoguerra, fece fare per la prima volta nella storia del Paese uno scarto di qualità e modernità sia sul piano sia delle riforme che delle grandi conquiste etiche, civili e sociali. Ne parleremo in questa ultima puntata.
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Riccardo Rossotto (“RR”): Iniziamo da alcune considerazioni sul costante “inquinamento” della loggia P2 in quel lungo decennio di piombo e di tritolo. Dall’inizio degli anni ’80 in poi sono state innumerevoli le sentenze dei Tribunali, le pronunce delle Commissioni parlamentari, i libri, i documentari e le testimonianze che, per quanto possibile, hanno cercato di definire come e quanti pezzi deviati dello Stato legati alla loggia massonica P2, abbiamo influito e determinato gli eventi del periodo del terrore iniziato con la strage di Piazza Fontana e concluso con quella di Bologna. E se, addirittura, ci sia stato un piano coordinato dal grande “burattinaio” Gelli e dai suoi uomini che ha anche riguardato altri tragici eventi come il sequestro Moro e l’omicidio Mattarella. Due omicidi eccellenti che hanno terribili analogie.
Il delitto dell’ex presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, ucciso a Palermo il 6 gennaio del 1980 sotto gli occhi della moglie Irma Chiazzese venne infatti definito un “delitto perfetto” dal “Maestro venerabile” della loggia massonica P2 Licio Gelli. Un omicidio dagli oscuri contorni ancora irrisolto dopo 45 anni, che si inserisce nella sanguinaria cornice degli anni di piombo, come viene indagato dal docufilm di Giorgia Furlan Magma. Mattarella, il delitto perfetto.
Secondo le autorevoli testimonianze inserite in questo docufilm, non fu un semplice delitto di mafia, ma un omicidio centrale nella storia della Repubblica Italiana, collegato all’assassinio Moro e alla strage della stazione di Bologna
Secondo Attilio Bolzoni, giornalista che all’epoca dei fatti lavorava per il quotidiano palermitano L’Ora, Piersanti Mattarella era l’erede ideale designato da Moro, l’uomo che avrebbe voluto e potuto realizzare il compromesso storico in quella Sicilia che negli anni ‘70-’80 veniva considerata come il laboratorio politico d’Italia. Se il compromesso si fosse realizzato in Sicilia, avrebbe potuto prendere quota anche a Roma, ipotesi non accettabile per Washington, come testimoniato nel docufilm da Luciano Violante, ex presidente della Commissione Antimafia.
Nel docufilm viene ricostruito l’incontro tra il presidente Mattarella e Virginio Rognoni, allora ministro dell’Interno, durante il quale quest’ultimo fece capire al politico siciliano di aver firmato la propria condanna a morte, stando alle parole di Maria Grazia Trizzino, sua fidata collaboratrice.
Franco Amato (“FA”): Uno dei primi a comprendere che l’assassinio del presidente Mattarella non poteva essere spiegato solo dalla pista mafiosa fu Giovanni Falcone, che a metà degli anni ’80, decise di percorrere la strada che portava all’eversione nera e che condurrà in seguito al nome di Giusva Fioravanti, definitivamente assolto in ogni grado di giudizio. Il filo che unisce il caso Moro a quello Mattarella e alla strage di Bologna era quello di evitare l’arrivo del partito comunista al governo del paese, con licenza di uccidere chiunque si opponesse a tale disegno o potesse risultare utile a costruire la strategia della tensione. Secondo Falcone, che comprese come del caso Mattarella fosse stata data un’immagine sfocata, Gladio e P2 erano due degli organismi coinvolti in tali dinamiche,
RR: Un intreccio che è stato ricostruito recentemente anche da Giuliano Turone – il magistrato che il 17 marzo 1981 sequestrò, insieme al collega Gherardo Colombo, gli elenchi della P2 – nel suo ultimo libro – Crimini inconfessabili, il ventennio dell’Antistato. Turone parla di “una strategia della tensione di matrice atlantica, ovvero gestita dai servizi atlantici e in particolare dalla Cia” e dai servizi deviati, infiltrati dalla P2, per che ciò che concerne le BR, pur riconoscendo che si trattò di fenomeno italiano, fa coincidere il sequestro di Aldo Moro con l’ingresso della strategia nella vicenda, ovviamente con il fine di evitare che Moro uscisse vivo dal sequestro. E ricorda la figura di Steve Pieczenik di cui abbiamo parlato nella puntata dedicata al sequestro del Presidente delle DC.
FA: Tutto riporta quindi al famoso fattore K e all’impedimento del compromesso storico, visto come fumo negli occhi anche dai sovietici. Nel caso Moro come in quello di Piersanti Mattarella. Turone ricorda che Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, terroristi dei Nar, furono assolti per non aver commesso il fatto perché nei primi anni Novanta si è ritenuto che le prove a loro carico non fossero sufficienti, ma Turone ritiene che alcuni elementi furono trascurati: come la strana scomparsa dall’ufficio corpi di reato del tribunale di Palermo, degli spezzoni di targa dell’auto dei killer, ritrovati nel covo torinese dell’estremismo di destra, in via Monte Asolone, durante una perquisizione dei carabinieri.
RR: E veniamo alla considerazione su come quel lungo decennio sia diventato preda di una Damnatio memoriae, o, nel migliore dei casi, una fase della vita del nostro paese ancora divisiva.
A provare a riconciliare il Paese con quel periodo ci provò il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano istituendo, nel maggio 2007, il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo.
Vorremmo ricordare quanto disse il Presidente in occasione della cerimonia che si tenne a Roma, al Quirinale, il 9 maggio 2008, data scelta per caduta l’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro “Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l’Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. È il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l’Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro Paese ha vissuto in anni tra i più̀ angosciosi della sua storia e che non vuole mai più̀, in alcun modo, rivivere.” (…) “L’obbiettivo che i gruppi terroristici perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell’ordine costituzionale. (…)
E ancora: “Perché́ se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più̀ alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso”.
Un’iniziativa, quella del Presidente Napolitano, sicuramente meritoria e necessaria, ma che non ha impedito, anche recentemente, di guardare a quegli anni con una visione spesso divisiva, tra reticenze e ambiguità, silenzi e omissioni e ricordo dei “propri morti”. Una memoria quindi ancora non limpida e pienamente condivisa.
FA: Giungiamo, infine, alla terza considerazione di questa puntata conclusiva. Gli anni Settanta non furono solo piombo e tritolo, ma anche anni – come abbiamo ricordato fin dalla prima puntata – di riforme e di grandi conquiste civili e sociali che vale la pena di ricordare: le leggi sull’aborto e sul divorzio; la chiusura dei manicomi; l’obiezione di coscienza; la legge 119 di riforma dell’esame di maturità; la legge 153 che introdusse la pensione sociale erogata dall’Inps ai cittadini ultrasessantacinquenni con un reddito insufficiente; la legge 910 (legge Codignola) che liberalizzò gli accessi universitari; lo Statuto dei Lavoratori, che estese una serie di tutele e di diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione anche all’interno delle fabbriche, tra i quali il famoso articolo 18, che stabiliva che il licenziamento del lavoratore potesse avvenire solo per giusta causa.
E ancora: alcuni provvedimenti sul ruolo centrale degli IACP (Istituto Autonomo Case Popolari); un piano triennale di finanziamento per l’edilizia pubblica in locazione; la possibilità di esproprio anche alle zone già̀ edificate per esigenze di risanamento e nuove regole di indennizzo; il regolamento del canone sociale.
Gli anni Settanta furono anche quelli dell’emancipazione femminile, dei grandi cantautori italiani, delle risate amare al cinema con Fantozzi, del premio Oscar ad Amarcord e degli scherzi grevi di Amici Miei. L’onda luna di rinnovamento lasciata dal ’68 produsse quindi i suoi effetti, nelle alule parlamentari e nelle nostre comunità, eppure tutto è stato “coperto dal rumore” dei mitra e delle bombe.
Certo, è vero che, dopo la strage di Bologna del 1980, la popolazione italiana era stanca di quella violenza e voleva mettersela definitivamente alle spalle. A sancire, non solo simbolicamente, l’inizio di un nuovo periodo, fu la marcia dei quarantamila quadri della Fiat che a Torino sfilarono nel centro cittadino per dire basta alla violenza e per rivendicare lo spazio per la maggioranza silenziosa che rappresentavano. Una manifestazione che aprì gli anni ’80, un decennio che si concluse nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda e, in Italia, l’eclisse del fattore K. Un decennio che spalancò le porte all’individualismo e che, non a caso, vide il Paese ritrovarsi unito intorno al Presidente Pertini nel 1982 in occasione della vittoria della squadra azzurra ai campionati del mondo di calcio in Spagna.
RR: Ci sarà da riflettere ancora e a fondo sulla genesi e sulla fisionomia dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico di cui è stata teatro l’Italia: su come siano nati e via via cresciuti, su quali ne siano state le radici, le ideologie e strategie di supporto. E c’è da augurarsi che si riesca ancora a indagare, anche in sede giudiziaria, su singoli fatti di devastante portata, per accertare pienamente la verità̀.
Quel che più conta, tuttavia, è scongiurare ogni rischio di rimozione di una così sconvolgente esperienza vissuta dal Paese, per poter prevenire ogni pericolo di riproduzione di quei fenomeni che sono tanto costati alla democrazia e agli italiani. Ci sona ancora segni di reviviscenza del più̀ datato e rozzo ideologismo comunista, per quanto negli scorsi decenni quel disegno rivoluzionario sia naufragato insieme con la sconfitta del terrorismo, mostrando tutto il suo delirante velleitarismo, la sua incapacità̀ di esprimere un’alternativa allo Stato democratico. E, allo stesso tempo, segni di reviviscenza addirittura di un ideologismo e simbolismo neofascista.
Bisogna contrastare il dato che accomuna fenomeni, pur diversi ed opposti, di intolleranza e di violenza politica, dell’esercizio arbitrario della forza, del ricorso all’azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico. Occorre opporre a questo pericoloso fermento di rigurgiti terroristici, la cultura della convivenza pacifica; della tolleranza politica, culturale e religiosa; delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana.
E occorre ribadire e rafforzare, senza ambiguità, un limite assoluto da non oltrepassare, qualunque motivazione si possa invocare, del rispetto della legalità̀, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo.
FA: Condivido, e lo dobbiamo anche fare per rispetto a quanti morti e feriti in quel decennio e ai loro famigliari, la cui prova più̀ alta – lo ha detto con parole bellissime nel suo libro Mario Calabresi – è stata quella di far crescere i figli liberi dal rancore e dall’odio, di «scommettere tutto sull’amore per la vita», di guardare avanti «nel rispetto della memoria».
Bisogna ricordare e anche indignarsi di fronte alla mancanza di vergogna di alcuni ex terroristi, come quella, proprio poche settimane fa, di un ex brigatista, lo stesso che un anno fa raccontò con agghiacciante freddezza come aveva ammazzato Carlo Casalegno e che in una intervista ha dichiarato di provare «rammarico per i famigliari delle vittime delle BR», ma ha aggiunto di aver dato per scontato che «quando si fanno azioni di un certo tipo accade di “dare dei dispiaceri ad altri” ».
Queste sono le ragioni per cui si doveva e si deve dar voce non solo a chi ha scatenato la violenza terroristica, ma anche e soprattutto a chi l’ha subita, ai famigliari delle vittime e anche a quanti sono stati colpiti, sopravvivendo ma restando per sempre invalidati, nel fisico e nell’anima. Si deve dar voce a racconti di verità sugli “anni di piombo e tritolo”, ricordando quelle terribili vicende come sono state vissute dalla parte della legge e dello Stato democratico e dalla parte di un’umanità dolorante.
Solo così, con questo rispetto per la memoria e con questa vicinanza alle persone che hanno sofferto, si potrà rendere davvero omaggio al sacrificio di tanti. Come abbiamo fatto noi ricordando alcune delle vittime del terrorismo caduti a Torino proprio in quegli anni. A questo proposito rinviamo i lettori alla visione del video che abbiamo realizzato a Torino proprio su questo tema: il video è rintracciabile sulla piattaforma Spotify nel Podcast denominato “Nel labirinto del tempo: una finestra sull’attualità” di Riccardo Rossotto, nella puntata n.90 del 25 agosto 2025.
Riccardo Rossotto
