31 anni fa finiva nel sangue la protesta di Piazza Tienanmen, dove decine di migliaia di studenti, a cui si erano aggiunti anche lavoratori, si erano accampati per settimane, facendo anche lo sciopero della fame, contestando le riforme economiche e chiedendo libertà di stampa e di parola. Sino a che arrivarono i carri armati. Il numero dei morti è tuttora ignoto. Centinaia, forse migliaia, vennero uccisi dalla repressione militare. L’immagine simbolo di quel tragico giorno è diventata quella del manifestante solitario e disarmato, rimasto sconosciuto, che blocca col proprio corpo una colonna di cari armati. Poi fu strage.

La commemorazione del massacro di Piazza Tienanmen è da sempre vietata in Cina e oggi, grazie al coronavirus, per la prima volta sarà vietato commemorare quella strage, se non in piccoli gruppi al massimo di otto persone, anche a Hong Kong. Dove la storia sembra ripetersi.

In un intervento pubblicato da La Stampa il 31 maggio, l’ambasciatore cinese in Italia ha scritto che «Ultimamente, per quasi un anno, ad Hong Kong le proteste per “l’emendamento alla legge sull’estradizione” – trasformatesi gradualmente in una “rivoluzione colorata” – hanno innescato violenza e terrore sulle strade della città». E così il regime di Pechino ha approvato una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong per «impedire, fermare e punire ogni atto o attività che metta in pericolo la sicurezza nazionale, come separatismo, sovversione del potere dello Stato, terrorismo (…) o attività di forze straniere che interferiscono negli affari di Hong Kong».

L’ambasciatore cinese non ha usato mezzi termini per intimare a Italia e comunità internazionale di non intromettersi: «La Cina è ferma nel voler tutelare la propria sovranità nazionale, sicurezza e il proprio sviluppo, è risoluta nel voler implementare “un Paese, due sistemi” e nel tutelare la prosperità e la stabilità di Hong Kong. Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione della Cina in questo senso».

E dall’Unione europea si è alzata solo una flebile voce di protesta senza conseguenze. Al termine della riunione dei 27 ministri degli Esteri, l’alto rappresentante Ue Josep Borrel ha detto che «tutti gli Stati membri hanno espresso una chiara posizione e la loro preoccupazione per la legge cinese su Hong Kong la cui autonomia è stata molto indebolita». La questione delle sanzioni «è stata sollevata da un solo paese, non riteniamo che sia la risposta per risolvere i problemi» con Pechino, ha aggiunto. «Non si può ridurre tutto ad una unica dimensione. Con Pechino è necessario un dialogo onesto e aperto su tutte le questioni, dal commercio alle sfide globali come il clima, senza dimenticare la questione dei diritti umani. Continueremo a discutere e cercheremo di mettere pressione sulle autorità cinesi», ha continuato Borrell. Alla domanda se gli accordi sugli investimenti tra Ue e Cina possano essere messi a rischio dalla questione Hong Kong, ha risposto con un secco: «no».

Più netta la condanna da parte di Usa, Gran Bretagna, Canada e Australia in una nota congiunta, contro cui la Cina ha presentato “proteste formali”.

Sul piano concreto si è mosso ieri il premier britannico Boris Johnson, che si è dichiarato pronto a dare la cittadinanza a 2,85 milioni di persone di Hng Kong. Come riferisce Rai News, verrà consentito ai 350 mila residenti di Hong Kong che hanno un passaporto britannico e agli altri 2,5 milioni che possono chiederlo «di venire nel Regno Unito per un periodo rinnovabile di 12 mesi e ottenere ulteriori diritti di immigrazione, incluso il diritto al lavoro, che potrebbe metterli sulla strada per la cittadinanza». «Ciò – ha sottolineato Johnson in un editoriale pubblicato dal Times e dal South China Morning Post – equivarrebbe a uno dei maggiori cambiamenti nel nostro sistema di visti nella storia britannica. Se sarà necessario, il governo britannico farà questo passo e lo farà volentieri», ha assicurato il premier, affermando che «non volterà le spalle» agli abitanti di Hong Kong che temono la stretta autoritaria cinese.   Al contempo, Johnson ha espresso la speranza che «non si arriverà a questo, il Regno Unito non vuole altro che Hong Kong abbia successo nell’ambito de ‘un Paese, due sistemi’. Spero che la Cina voglia lo stesso».

Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

Il direttore responsabile de L'Incontro