In questi giorni di angoscia per la sorte del popolo afghano, di nuovo ripiombato nell’oscurantismo talebano, spesso ci poniamo degli interrogativi su come sia stato possibile ripetere ancora una volta gli errori già commessi negli ultimi due secoli da tutti i maldestri colonizzatori dell’Afghanistan.

Ci chiediamo, al di là della sciagurata gestione americana dell’abbandono di Kabul senza informare neanche gli alleati (davvero un vergognoso “8 settembre” per la leadership politica e militare americana) come sia stata possibile una nuova sottovalutazione delle insidie soggettive e oggettive di quei territori.

Una prima risposta ce la forniscono i dati dell’Agenzia dell’Onu che si occupa di criminalità internazionale e di traffico della droga (Unodc – l’ Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine): nel 2020, nel Paese appena riconquistato dai talebani dopo 20 anni di occupazione occidentale, 224.000 ettari erano coltivati illecitamente ad oppio.

La presenza dei contingenti internazionali sul territorio non ha mai interrotto o per lo meno combattuto questa produzione che, anzi, è cresciuta arrivando a toccare nel 2017 i 328.000 ettari di territorio con una produzione di oppio pari all’80% dell’intera produzione illecita mondiale.

Quando si cerca di capire la storia recente dell’Afghanistan non si può prescindere o peggio occultare questa peculiare caratteristica di quel Paese: il più grande produttore mondiale “illegittimo” di oppio.

Roberto Saviano, sul Corriere della Sera, ha recentemente fornito un quadro dettagliato di questa drammatica e non gestita situazione.

Il valore delle 9.900 tonnellate di oppio prodotte in Afghanistan nell’anno record del 2017, è stato di circa un miliardo e mezzo di dollari: secondo il report dell’Onu, se si tiene anche conto del valore di tutte le altre droghe – ad esempio, hashish e marijuana – l’economia illecita complessiva, in quell’anno, è stata superiore ai 6 miliardi di dollari.

Di qui nasce una prima riflessione: il più grande fallimento dell’occupazione occidentale in Afghanistan non è stato tanto portato dai risultati ottenuti nella guerra al terrorismo, quanto, piuttosto, dalla cronica e, purtroppo, dolosa incapacità delle forze militari occidentali di interrompere il narcotraffico che finanzia e mantiene le reti internazionali proprio del terrorismo dell’Isis.

Sempre secondo il report delle Nazioni Unite, l’eroina talebana rifornisce la camorra, cosa nostra, la n’drangheta, la mafia russa e americana e coinvolge interessi enormi a livello internazionale.

I talebani sono diventati degli espertissimi narcotrafficanti che non intendono assolutamente “mollare l’osso” al di là di qualsiasi questione politica o religiosa.

È rimasta famosa un’affermazione del generale americano Franks, il primo comandante delle truppe occidentali impegnate nell’occupazione dell’Afghanistan: “Non siamo una task force antidroga. Questa non è la nostra missione”.

Sostanzialmente un messaggio agli afghani di non allearsi o comunque appoggiare i talebani in quanto gli occidentali avrebbero “chiuso un occhio” sulle loro produzioni illegittime di oppio. La missione occidentale avrebbe dovuto puntare alla sostituzione delle piantagioni di papavero con quelle di altre specie ortofrutticole, supportando ed incentivando i contadini locali a realizzare tale riconversione, con la garanzia di una protezione fisica e di erogazioni di sussidi compensativi.

Salvo alcuni esempi virtuosi del nostro contingente italiano che, nella zona di Herat, ottenne risultati pregevoli in questo tentativo coraggioso di sradicamento e rinconversione delle tradizioni agricole locali, la gran parte dei reparti occidentali insediatisi sul territorio non si sono mai occupate di tale aspetto, fondamentale per estirpare la cultura talebana dalla popolazione del posto.

È stato un vero fallimento, come dimostrano le cifre: nel 2001 le piantagioni illegali arrivavano ad appena 70.000 ettari, il 20% di quelle attuali. L’esplosione delle coltivazioni di oppio illegali è il frutto della guerra: questa è la tesi dell’Agenzia Unodc. Il risultato è stato la creazione di vaste zone del territorio completamente fuori dal controllo dell’ordine pubblico.

I talebani hanno usato l’oppio per finanziare il loro movimento. I governi alleati, invece di usare i soldi per la trasformazione delle piantagioni dei papaveri, hanno usato le risorse per colpire il nemico dal punto di vista militare. Oggi ne paghiamo tutti il pesantissimo prezzo: soprattutto lo pagano quegli afghani che avevano creduto nella civilizzazione del Paese promessa dagli alleati.

Ma la democrazia non si esporta lasciando in vita modelli di coesione sociale fondati sul narcotraffico o sulla corruzione.

Questo è il doloroso bilancio di un vergognoso fallimento già scritto alla vigilia.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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