Il calciomercato, che terminerà il prossimo primo settembre, è giunto ai giorni finali e il dibattito si fa sempre più caldo. Due sono i principali filoni di discussione. Uno si ripete ogni anno, tanto che ne sentivo parlare fin da bambino. L’altro è relativamente nuovo, perlomeno nelle dimensioni che ha assunto. Il primo è di natura moralistica. Tutti gli anni c’è chi si scandalizza delle cifre che girano.
A qualcuno appare inconcepibile che, per acquistare un calciatore, si possano spendere decine (qualche volta persino centinaia) di milioni di euro. E viene giudicato ancor più scandaloso che un giocatore guadagni milioni di euro l’anno, mentre chi svolge professioni “utili” alla società, come insegnanti, medici, scienziati, riceve compensi al confronto irrisori. Come sempre, non prendo posizione. Ricordo però che non è una bizzarria della società moderna. Nella storia spesso è stato così.
Nell’antica Roma i grandi aurighi, come Diocles, Skorpus, Crescens, hanno guadagnato in carriera cifre difficilmente traducibili in euro, ma comunque nell’ordine di centinaia di milioni. Qualcuno parla addirittura di miliardi di euro. È stato calcolato che, al tempo dell’imperatore Traiano, un auriga potesse guadagnare in una sola giornata di corse quanto un centurione in un anno di servizio nelle legioni.
Evidentemente, la natura umana tende ad appassionarsi di più per chi ha talenti che potremmo definire “di tipo ludico”, che per chi svolge lavori essenziali. Campioni dello sport, ma anche cantanti, attori; insomma i protagonisti di quello che chiamiamo oggi show business. Forse l’uomo sente l’esigenza di sognare, di evadere dalla realtà e dalle sue brutture ed è disposto a spendere soldi e tempo per farlo. Così è e i puritani si mettano pure il cuore in pace, con i loro discorsi che a volte rischiano la deriva verso lo Stato etico. Cioè verso una società che impone di cosa ci si debba appassionare.
Il secondo aspetto è più recente e trasversale ad altri settori. Si potrebbe definire “la finanziarizzazione delle passioni”. Mentre un tempo il tifoso era interessato soltanto alle doti tecniche di un giocatore, ora è attento anche a quanto è costato alla sua squadra. Non per motivi moralistici, ma per vedere se è stato portato a termine un buon affare. Leggo sui social e sui giornali discussioni che non mettono a confronto calciatori solo per la loro resa sul campo. Non di rado appaiono frasi tipo “Si, il mio centravanti ha segnato 12 gol e il tuo 20. Però il mio è costato 8 milioni di euro e il tuo 35 milioni”. È da lì sfottò vari. Un fenomeno che andrebbe interpretato.
Milo Goj
