C’è un ottimismo della volontà, espresso da Davide Giacalone nel suo ultimo libro “Futuribile – Domani sarà sempre migliore di Ieri” edito da Rubbettino, da meritare attenzione in un momento in cui il mondo non sta attraversando uno dei suoi periodi migliori viste le guerre in corso, di cui una nel cuore dell’Europa.

Quell’Europa che Giacalone difende a spada tratta fin dalle prime pagine, ben descrivendone la posizione a sostegno dell’Ucraina e altri aspetti dell’attualità politica. Per il resto, l’autore valuta come, dopo il benessere raggiunto con la fine della Seconda guerra mondiale e il crollo dell’Unione Sovietica con la speranza di un futuro via via sempre migliore, questo abbia oggi “perso il suo peso, il suo essere una promessa” divenendo quasi una minaccia” tale da produrre squilibri.  “Il tempo migliore” scrive Giacalone “ha smesso di essere quello a venire ed è divenuto quello alle spalle, mitizzato non meno dei futuri ideologici del secolo scorso” producendo idee che promettono per il futuro un ritorno al passato con richiami all’antica grandezza, sovranità o ricchezza.

Eppure, se l’andazzo della politica, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, è questo, la realtà è che “se si guarda alla vita economica o a quella civile di ciascuno non si trova nessuno che voglia ritrovarsi nella condizione che abbiamo alle spalle, perché non siamo mai stati così ricchi, sani, longevi e liberi. I disperati del Mondo vorrebbero venire a vivere nei nostri Paesi, mentre i ricchi del Mondo ci vengono a comprare casa, attività, club sportivi e vivere i loro giorni di appagato benessere e furioso consumo. Gli stessi movimenti non esistono in direzione opposta”.

Una realtà incontrovertibile! Ma forse il problema è un altro, che in parte Giacalone analizza, intorno al quale, però, va rivisto quel concetto di progresso che negli ultimi anni la classe dirigente, prima degli Stati Uniti e a seguire quella dell’Unione Europea, ha fatto propria con una visione del tutto dimentica, sul piano economico del valore fondante delle democrazie liberali: in primo luogo quello dell’economia di mercato, preferendo sostenere un rischioso dirigismo di eccessivo stampo statalista, tale da ridurne le potenzialità. Si pensi solo all’estremismo green che ha portato a suicide imposizioni di mercato di carattere burocratico, degne dei peggiori politburo, nel cui nome, per dirne una, si è distrutta l’industria dell’automotive, con tutte le conseguenze del caso sul mondo del lavoro e non solo. E la deriva dirigista è stata tale per cui oggi anche coloro che si definiscono liberali, attuano o sostengono una politica a intervento statale di per sé opposta ai principi liberali e, quindi, liberisti delle origini, che hanno particolarmente minato la piccola e media impresa.

Dal punto di vista civile, invece, è accaduto a queste classi dirigenti di aver troppo condiviso gli eccessi della cultura voke, arrivando questa al punto di rimuovere violentemente il richiamo a eventi, valori, uomini che non possono essere giudicati in base ai pruriti moralistici, etnici, sessuali presuntamente egualitari di oggi, bensì vanno collocati nella storia del loro tempo: una deriva, questa, che ha permesso addirittura l’impudicizia di correggere i testi di autori del passato, figli della loro epoca e linguaggio, per tacere di film, serie tv e quant’altro, in maniera tale da manipolare gli originali trasformando i bianchi in improbabili neri per una malintesa operazione antirazzista che si rivela invece essere il suo contrario.

Sta di fatto che questa visione, quasi imposta e diventata parte della narrazione spesso ufficiale, unitamente agli altri, tanti eccessi dirigisti che mi guarderei bene dal chiamare progressisti, quanto non piuttosto nuove forme di totalitarismo, del tutto dimentiche, per altro, di quei totalitarismi che hanno segnato il secolo scorso e forse, questo sì, come scrive Giacalone “…lontano quanto basta perché se ne perda la memoria collettiva e per far crescere una classe dirigente che non porta nelle carni le cicatrici di quel che è stato. E l’annebbiarsi della memoria produce l’annebbiarsi del futuro e l’abbagliarsi del presente”.

Quanto di questo annebbiarsi e abbagliarsi è vittima l’attuale classe dirigente europea, che solo ora, per altro parzialmente, riconosce i suoi errori? Quanto oggi essa è disponibile ad arretrare di fatto da quel dirigismo burocratico che, di per sé, è poco aderente a quei valori di libertà civile ed economica nati dalla sconfitta del nazifascismo e del comunismo? Non è un caso se sul piano culturale assistiamo a forze politiche importanti, presenti in Europa e negli Stati Uniti, che esprimono sostegno a regimi liberticidi, dal Venezuela di Maduro ad Hamas, assegnando a quest’ultimo l’esclusiva rappresentanza palestinese, quando altro non è che un’organizzazione terroristica finanziata in gran parte dalla teocrazia iraniana (e, proprio in queste ore, vediamo le critiche di queste forze politiche – a cominciare dall’attuale sindaco di New York – rivolte all’operazione che ha portato alla morte un dittatore sanguinario come Khamanei), alimentando nel mondo un palese ritorno all’antisemitismo che va al di là delle responsabilità dello stato di Israele.

Quale ottimismo, dunque, nei confronti del futuro, finché le classi dirigenti, invece di far propria una cultura della libertà, preferiscono ergersi “a guide autoritarie che sollevino i singoli dalle loro responsabilità”? col risultato – come scrive giustamente Giacalone – di andare del tutto “in cortocircuito con l’individualismo dei diritti personali” così favorendo “la deresponsabilizzazione collettiva” che pare essere la via di fuga un po’ di tutti.

Di fronte a tanto, resta ammirevole l’ottimismo di Davide Giacalone che, pur nella consapevolezza “dello scadimento della classe dirigente e del mondo politico”, chiude il suo libro con una dichiarazione di rifiuto di “un futuro ricolmo di bile” giudicando “più bello pensare a un futuro, immaginare un futuribile, in cui ogni giorno ci si misura con nuove sfide e ogni giorno si sfida se stessi a migliorarsi e superarsi”.

Diego Zandel

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