L’altro ieri, 16 luglio 2019, dal 31° piano del grattacielo di Intesa SanPaolo di Torino si vedeva un paese meno brutto di quello che si sente giù di sotto. Salendo in ascensore la rabbia e il rancore di questi tempi, sono sembrati diradarsi e aprirsi alla vista della tradizionale, rassicurante ragionevolezza degli italiani. La nona indagine sul risparmio condotta dal Centro studi Luigi Einaudi in collaborazione con Intesa San Paolo, ci descrive un’Italia del risparmio tutto sommato vitale, progettuale, conservativa forse, ma non passiva. Ai cambiamenti del mondo e dei mercati hanno reagito le imprese, ma anche individui e famiglie non sono stati a guardare.

In uno scenario mobile, instabile e con forti perturbazioni politiche, in casa e fuori, in cui la liquidità abbonda e i tassi sono bassi o negativi, l’italiano è tornato a risparmiare, prendendo però le sue buone precauzioni. Come un gatto di fronte al pericolo e all’incertezza (copyright di Giuseppe Russo direttore del Centro Einaudi) si è fermato, ha preso il salvadanaio e ci ha messo dentro di nuovo un po’ di mattone (il 63% dei patrimoni, grande amore degli italiani), un po’ di protezione della salute e del welfare per sé e per la famiglia (non si sa mai, si invecchia e il sistema pubblico non sempre garantisce), ha salutato gli asset class (meglio diffidare dei mercati finanziari) ed è tornato ai professionisti del risparmio gestito (lasciamo fare a chi sa).

La notizia è che riappare anche il ceto medio, l’insalata mista di occupazioni, come scriveva Wright Mills, motore della domanda interna, a rischio di estinzione fortemente tartassato dalla crisi. Eppure, anche in una situazione di stagnazione come quella attuale, a PIL 2018 e 2019 fermi o quasi, c’è stato un miglioramento dei redditi medi (tra i 1500 e i 3000 euro), con il ritorno di ben 1,3 milioni di famiglie in questa fascia, la riduzione conseguente dei meno abbienti (meno di 1000 €) e dei limitatamente abbienti (1000-1500€). Torna a crescere la quota che risparmia (il 52%). Quasi il 60% è discretamente soddisfatto del proprio reddito e gli italiani tornano a mettere nel salvadanaio una bella fetta del proprio reddito (il 12,6%).

Cauto come un gatto e con la memoria da elefante (sempre Giuseppe Russo) il nostro risparmiatore compra case e sta liquido. “Il 50% del risparmio è ancora sui conti correnti, costa, non rende e non serve a ciò di cui abbiamo bisogno” ha ricordato il Presidente di Intesa SanPaolo Gian Maria Gros-Pietro. Prudenti, ma ancora molto bisognosi di informazione e cultura finanziaria, se il 54% del campione si dice totalmente disinteressato all’informazione in materia.

Una bella quota del campione, il 57%, si dichiara ottimista e assume comportamenti conseguenti: compra e ristruttura casa, avvia attività, investe in formazione, cambia lavoro e crea famiglia. Il gatto ottimista reagisce al caos esterno e progetta futuro per sé e per i propri famigliari.

Dal 31° piano l’Italia viene descritta come un luogo in fondo anche meno ingiusto nel distribuire la ricchezza. Gregorio De Felice chief economist della banca ci ricorda che il 10% degli italiani più ricchi possiede il 42,8% della ricchezza totale, contro il 50,6% dei francesi, il 60% dei tedeschi, il 79,5% ! ovviamente degli USA.

Nelle luminose ed eleganti stanze del 31° piano ci si è astenuti dal cercare facili relazioni tra i confortanti risultati dell’indagine e le politiche. Si sa queste ci mettono tempo ad agire. Ci basti sapere che l’Italia vivace degli ottimisti c’è. Imprese e risparmiatori hanno dimostrato di saper reagire ai travagli di questi anni. Su queste forze si può contare per riportare crescita e dare prospettive al Paese. Non sarebbe impossibile, ha concluso De Felice, attestarsi ai livelli dello spread spagnolo, con il rapporto BONOS-BUND a dieci anni ormai sceso a quota 70. I risultati li vedremmo eccome. 34 mld di € all’anno per sette anni (scadenza media del debito italiano) sarebbero un bel tonificante per il debito italiano e ridarebbero margine agli investimenti e potremmo tornare a investire.

In fondo basterebbe un po’ di politica. Un po’ più di stabilità, qualche riforma, credibilità internazionale, un inizio di semplificazione amministrativa, la riforma della giustizia civile, un minimo, non molto, di visione industriale, chissà forse tornare a mettere qualche soldo in ricerca e sviluppo…..Siamo arrivati al piano terra mi avverte la gentile funzionaria della banca accompagnandomi all’uscita.

Andrea Bairati