Ed eccoci all’ultima puntata della serie di articoli che il nostro editore, Riccardo Rossotto, nella sua attività di storico, ha dedicato al terrorismo nell’Italia degli anni Settanta. Come negli appuntamenti precedenti. anche questo contributo è tratto da un podcast delle stesso Rossotto
Milo Goj
Mentre a Torino, come abbiamo visto, lo Stato cercava di processare sin dal 1976 il nucleo storico delle Brigate Rosse, nel resto del Paese le gambizzazioni e gli omicidi delle Br e delle altre sigle del terrorismo di sinistra erano quasi quotidiane. Poi, il 16 marzo 1978, venne sequestrato il Presidente della Dc. Iniziarono i 55 giorni più lunghi e drammatici della Repubblica Italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale.
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Riccardo Rossotto (“RR”): È 16 marzo 1978, ore 9.00. All’incrocio di via Fani, due auto bloccano l’auto dell’onorevole Aldo Moro e quella della scorta. Moro sta andando in Parlamento per il voto al Governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti, DC con sostegno esterno PCI
In un attimo quel pezzo di strada si trasforma in un campo di battaglia: alcuni terroristi vestiti con le divise Alitalia uccidono i cinque uomini della scorta: Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Oreste Leonardi e Raffaele Iozzino, l’unico membro della scorta che prima di morire riuscì a sparare due colpi di pistola contro i terroristi. Moro viene sequestrato.
Tre mesi prima, nel febbraio del 1978, con una nuova “Risoluzione Strategica”, le BR avevano lanciato la “campagna di primavera”, che culminò proprio con il sequestro di Aldo Moro. Per rivendicare l’uccisione della scorta e il rapimento di Moro le Brigate rosse diffusero il comunicato numero 1 che riprendiamo nel suo testo originale.
RR: Moro fu tenuto prigioniero per 55 giorni. Il Governo rifiutò qualsiasi ipotesi di trattativa con le BR, sostenuto dalla maggioranza dei partiti – tranne il Psi e il Partito radicale – dei sindacati e dei grandi quotidiani.
Moro, rinchiuso nella “prigione del popolo” brigatista, fu interrogato più volte, essendo ritenuto detentore di conoscenze delicatissime in materia di politica interna e internazionale.
Quando le richieste dei sequestratori non furono esaudite, i brigatisti Mario Moretti e Germano Maccari uccisero Aldo Moro con undici colpi di arma da fuoco. Il corpo del presidente della DC venne ritrovato alle 13 del 9 maggio 1978 nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, nel centro della Capitale, a metà strada tra la sede della DC e quella del Pci.
Sul sequestro e l’assassinio di Moro sono stati scritti migliaia di articoli, decine di libri, prodotti numerosi film e documentari, pubblicate decine di migliaia di pagine delle Commissioni parlamentari. Nella memoria degli italiani rimangono impresse 2 fotografie: la prima è quella dei cadaveri dei cinque uomini della scorta coperti da lenzuola in via fani; la seconda è quella di Moro nel bagaglio della Renault 4 rossa in via Caetani. Noi abbiamo scelto di parlare non della cronaca di quei 55 giorni, ma dei tanti misteri che, ancora oggi, hanno segnato quel tragico episodio,
FA: Uno dei tanti ruota intorno ad una misteriosa moto Honda di colore blu con due persone a bordo che un testimone dichiarò di aver visto in via Fani, durante quei drammatici momenti. Moto da cui venne sparata una raffica di mitra contro il passante ‘ad altezza d’uomo’. Le Brigate Rosse hanno sempre negato che i due viaggiatori – un giovane di circa 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, e un uomo con il passamontagna scuro – facessero parte del commando, ma una lettera anonima inviata alla Stampa nell’ottobre 2009, pare scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore della Honda blu, riaccese i riflettori su quanto avvenne la mattina del 16 marzo: «Quando riceverete questa missiva, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni (…) il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose, ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…».
Anche se questa ricostruzione fu confutata da alcuni studiosi del caso Moro, è rimasto irrisolto, rimane il dubbio che le due persone appartenessero a pezzi deviati dello Stato.
RR: Il 16 marzo, un residente di via Fani, spettatore del sequestro dal balcone della sua abitazione, scattò diverse foto che immortalarono la strage e la fuga del commando. Di quegli scatti, consegnati dalla moglie dell’uomo a qualche rappresentante delle forze dell’ordine o dei servizi accorsi sul luogo, non si saprà più nulla. Il rullino scomparve, così come le ‘famose’ borse contenenti i documenti riservati di Moro non sequestrati dalle Brigate rosse. Chi sottrasse la ventiquattrore scura e la cartella di pelle marrone dalla Fiat “130”?
FA: Un altro mistero è quello del covo di via Gradoli e della seduta “spiritica”. Il 4 aprile 1978, Romano Prodi raccontò a un alto funzionario della Democrazia Cristiana che durante una seduta spiritica avvenuta due giorni prima a Zappolino, poco fuori Bologna, nella casa di Alberto Clò, professore di Economia dell’Università di Bologna, gli spiriti avevano rivelato che Moro era prigioniero a Gradoli, un paesino vicino a Viterbo, sul lago di Bolsena. La segnalazione fu presa seriamente e arrivò alla polizia, ma gli agenti mandati sul posto non trovarono nulla. Due settimane dopo a Roma la polizia scoprì per caso in via Gradoli l’appartamento dove viveva Mario Moretti e uno dei carcerieri di Aldo Moro. Moretti sfuggì alla cattura – che avrebbe potuto cambiare le sorti del sequestro – perché aveva lasciato il covo poche ore prima. Dopo l’uccisione di Moro, magistrati e commissioni di inchiesta chiesero più volte ai dodici partecipanti alla seduta di Zappolino come fosse stata possibile una simile coincidenza. Tutti quanti confermarono la versione di Prodi. Ma rimane il dubbio sul perché le forze dell’ordine andarono nel piccolo paese di Gradoli e non in via Gradoli, a Roma.
RR: Il mistero del falso comunicato: nella mattinata del 18 aprile 1978, in seguito ad una telefonata anonima, un redattore del Messaggero trovò in un cestino di rifiuti, in piazza Belli, un comunicato delle Brigate Rosse nel quale si affermava che la salma di Aldo Moro era nei fondali del Lago della Duchessa, in località Cartore di Rieti. Le Brigate Rosse, quasi immediatamente, ne negarono l’autenticità, considerandola una «provocazione del potere». A confezionare il falso “comunicato n. 7” era stato Antonio Giuseppe Chichiarelli, oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana al soldo di apparati istituzionali deviati.
Un anno dopo l’uccisione di Aldo Moro, nell’aprile del 1979, avvenne il ritrovamento, apparentemente casuale, del suo borsello contenente oggetti che alludevano, collegandoli fra loro, a depistaggi sull’omicidio Pecorelli, sul sequestro Moro, sull’uccisione del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco e sul Lago della Duchessa. Poi qualcuno decise di sventare il potenziale pericolo rappresentato dal falsario e il 28 settembre 1984 Antonio Giuseppe Chichiarelli e la convivente Cristina Cirilli furono uccisi da numerosi proiettili calibro 6,35.
FA: Un altro mistero è quello delle rivelazioni di Steve Pieczenik, il funzionario Usa inviato in Italia nei giorni del rapimento Moro. Per la Procura generale di Roma, la missione dello psichiatra statunitense, funzionario vicino al “falco” dell’amministrazione Usa Henry Kissinger, inviato in Italia dal Dipartimento di Stato Usa come consulente di Francesco Cossiga, aveva il preciso scopo di rendere la crisi italiana inoffensiva per la Nato. Con una strategia puntuale: “Mettere le mani sui testi e sui nastri dell’interrogatorio di Moro – ha scritto nel 2014 il PG di Roma Luigi Ciampoli: eliminare Moro; costringere le Br al silenzio”. Nel novembre 2014 Pieczenik è stato rinviato a giudizio dalla Procura generale di Roma, per “concorso nell’omicidio di Aldo Moro”
Ebbene, Pieczenik ha dichiarato: “Quando Moro ha fatto capire attraverso le sue lettere che era sul punto di rivelare dei segreti di Stato e di fare i nomi di coloro che quei segreti detenevano, in quel momento mi sono girato verso Cossiga dicendogli che ci trovavamo a un bivio: se Moro potesse continuare a vivere o dovesse morire con le sue rivelazioni. La decisione di far uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera. La decisione finale è stata di Cossiga, e presumo anche di Andreotti: Moro doveva morire”.
Un’accusa respinta fermamente da Andreotti e Cossiga, che però fu confermata dalla tragica morte di Moro,
RR: Ci sono tantissimi personaggi misteriosi che affollano il caso Moro: come il brigatista Leonardo Bertulazzi, latitante dal 1980, appartenente alla Colonna genovese delle Brigate Rosse, che aveva compiuto l’omicidio del sindacalista Guido Rossa ed era stata poi smembrata con l’irruzione di via Fracchia, a Genova, nella notte del 28 marzo 1980 dai carabinieri del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Secondo alcuni brigatisti Bertulazzi era in assoluto il più pericoloso e sanguinario di tutti e proprio il ruolo avuto dalla colonna genovese nel caso Moro è uno degli argomenti più controversi: secondo diversi studiosi, infatti, tra i membri del commando che rapì Aldo Moro in via Fani c’erano uomini mai identificati appartenenti proprio alla colonna genovese.
Poi c’è Giuseppe Lojacono, economista ed esponente romano del Pci che con il nome di battaglia “Otello”, negli anni ‘70 militò prima in gruppi della sinistra parlamentare romana, e in particolare di Poter Operaio e poi nelle BR.
Lojacono fu coinvolto nell’omicidio dello studente greco Miki avvenuta il 28 febbraio 1975 di fronte alla sede del MSI del rione Prati e per il quale fu condannato in contumacia a 16 anni di carcere. Passato alle Brigate Rosse, nel 1978 fu sospettato di aver partecipato all’assassinio del giudice Riccardo Palma e partecipò, il 10 ottobre 1978, all’assassinio del magistrato Girolamo Tartaglione, direttore generale del Ministero di Grazia e Giustizia. Sospettato anche di aver partecipato alla strage di via Fani, dopo essere espatriato prima in Algeria e poi in Brasile, giunse in Svizzera, dove acquisì la cittadinanza tramite naturalizzazione, adottando il cognome della madre svizzera, Baragiola. Dato che la legge allora in vigore in Italia non permetteva la doppia cittadinanza, ha “automaticamente” cessato di essere cittadino italiano.
Il 6 novembre 1989 Lojacono fu condannato dalla Corte di Assise del Canton Ticino a 17 anni di prigione per l’assassinio di Tartaglione e per due tentativi di rapina a mano armata anche se scontò solo 11 anni, per buona condotta. L’8 giugno 1988 le autorità elvetiche aprirono una procedura sulla sua eventuale partecipazione al sequestro Moro, ma questa venne archiviata per mancanza di prove in quanto gli autori del delitto si erano rifiutati di testimoniare davanti alla giustizia elvetica. Nel processo Moro-quater la giustizia italiana lo condannò all’ergastolo in contumacia per aver bloccato via Fani assieme ad Alessio Casimirri intrappolando l’auto di Aldo Moro e della scorta (sentenza confermata il 14 maggio 1997). La giustizia svizzera decise invece di non promuovere verso Lojacono l’accusa di assassinio e quindi di non rinviarlo a giudizio. Nel 2000 uscì dal carcere svizzero in libertà condizionata e nel giugno dello stesso anno venne arrestato in Corsica su mandato di cattura della magistratura italiana. Ottenne però la scarcerazione ed evitò l’estradizione in Italia in quanto il diritto francese non riconosce la condanna in contumacia e il diritto svizzero non prevede l’estradizione per i propri cittadini.
FA: Oltre ai tanti misteri, ci sono però anche alcuni fatti veri e incontestabili: il 31 gennaio del 1978, circa due mesi prima del rapimento Moro, fu istituito l’UCIGOS, un organismo di polizia speciale che avrebbe dovuto lavorare alle dipendenze del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Qualche settimana dopo, prima però della strage di via Fani, accadde una cosa inspiegabile: lo smantellamento dell’Ispettorato antiterrorismo diretto da Santillo che aveva raggiunto risultati eccellenti contro i terroristi e contro la Loggia Massonica P2.
Fatto fuori Santillo e la sua “squadra”, a indagare sul terrorismo, prima del rapimento di Moro, rimase solo l’UCIGOS. Chi aveva interessi a cancellare la squadra antiterrorismo di Santillo per fondare una polizia alle strette dipendenze di Cossiga?
Sono quindi tanti, troppi, i misteri ancora irrisolti:
- ancora oggi non conosciamo l’identità̀ di tutte le persone che hanno sparato in via Fani;
- molti elementi portano a concludere che Moro non sia stato tenuto prigioniero solo nel covo di via Montalcini;
- non possediamo una versione completa del memoriale Moro, ma solo frammenti, e in fotocopia (ritrovati in 2 momenti diversi);
- sussistono molte incongruenze nella ricostruzione fornita dai brigatisti in sede processuale e negli archivi ministeriali non risulta reperibile documentazione importante relativa alla gestione del sequestro
Sappiamo però due cose: che la politica di apertura a sinistra di Moro era malvista da molti settori dell’amministrazione Usa e che nel 1981, quando venne alla luce la loggia massonica P2, si scoprì che tutti i vertici dei Servizi segreti all’epoca dei 55 giorni appartenevano a questo gruppo di potere occulto.
Infine, un’ultima considerazione: nelle previsioni delle BR il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro doveva essere la miccia della grande rivoluzione popolare, della rivolta delle masse e dell’abbattimento dello Stato Imperialista. Ma non fu così. E da allora inizio il declino del terrorismo rosso che si sarebbe concluso pochi anni dopo.
RR: Abbiamo iniziato questa puntata leggendo alcuni passi dal comunicato numero 1 e vorremmo concludere con alcuni passaggi del comunicato numero 6, del 15 aprile, e del comunicato numero 9, del 5 maggio 1978 riprendendoli nella loro versione originale.
Questo lessico crudele e terribile cozza con quello usato da Moro nelle tante lettere scritte in quei 55 giorni. E ci verrebbe da dire che del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, quello che resta, oltre ai tantissimi misteri, e al dolore dei suoi famigliari, è proprio il suo calvario, la certezza di essere stato abbandonato da quello Stato democratico a cui aveva dedicato tutta la sua vita politica. Un dramma umano, oltre che storico e politico.
Riccardo Rossotto
