Nonostante il termine sia oggi di moda, o forse proprio per questo, una definizione precisa e univoca di “transumanesimo” non è facile da trovare. Si potrebbe azzardare che s’intende una ibridazione tra l’uomo e la macchina, destinata a creare una nuova specie tecno/umana.
Questo non va inteso in senso solamente fisico, cioè come frutto dell’innesto di chip o altro nel corpo umano. Alcuni studiosi, come Marshall McLuhan e Bruno Latour avevano già da tempo teorizzato come le tecnologie siano destinate ad avvicinarsi concettualmente più a una protesi che a uno strumento da utilizzare al bisogno. In pratica, senza di loro, non sarà più possibile sbrigare nemmeno le faccende più semplici.
Chi non disporrà di certi apparecchi sarà come se avesse perso la lingua o una mano. Giocando un po’ sulla suggestione, posso dire che ne ho avuto prova personalmente sabato scorso. Mi ero recato al Pac, il Padiglione d’arte contemporanea di via Palestro, a Milano, per vedere una personale di Shirin Neshat. Era quasi mezzogiorno e prima di entrare alla mostra, sono andato al LùBar, un locale nello stesso cortile del Pac, per prenotare un tavolo per le 12.30, quando avrei finito di vedere l’esposizione.
L’addetto alla reception mi ha risposto che non era possibile, in quanto prendevano prenotazioni solamente via internet. Quindi avrei dovuto collegarmi al sito per “accreditarmi”. Ho cercato di farlo ragionare, chiedendogli se non poteva semplicemente verificare se ci fossero tavoli liberi e, nel caso, riservarmene uno. Ero disposto anche a lasciare una cauzione in danaro. Niente da fare.
L’unica via era quella transumana. Ho avuto la conferma che una persona non può nemmeno sedersi al bar se non porta sempre con sé un dispositivo tecnologico. Che da strumento diventa, appunto, almeno concettualmente, una protesi del corpo umano. Com’è andata a finire? Pur avendo il telefonino, non ho fatto alcuna prenotazione online e dopo la mostra sono andato in un ristorante dove non domina ancora il transumanesimo. Per quanto tempo potremo ancora farlo?
Milo Goj
