Il declino delle BR iniziò, paradossalmente, nel maggio del 1978 con l’assassinio di Aldo Moro. In uno dei tanti film dedicati al sequestro e all’uccisione di Moro si vedono i brigatisti rimanere allibiti di fronte alla mobilitazione popolare a difesa della democrazia. Si attendevano la rivoluzione e l’assalto allo Stato delle masse e si resero invece conto di non avere il consenso popolare che immaginavano!
Un altro episodio, che vi abbiamo raccontato, fu l’uccisione del sindacalista Guido Rossa, che sollevò un profondo sdegno e che spazzò via ogni non netta avversione nei confronti del terrorismo nel Pci e della sinistra extraparlamentare. Alla fine delle BR contribuirono sicuramente anche la ricostruzione del nucleo antiterrorismo del Generale Dalla Chiesa e il varo della legge Cossiga, a cui fece seguito il pentimento di Patrizio Peci. Si aggiunse poi il fallimento del sequestro del Generale della Nato James Lee Dozier e gli arresti inferti da uno Stato finalmente determinato ed efficiente. Eventi che ripercorreremo nel corso di questa puntata.
*** *** ***
Riccardo Rossotto (“RR”).: Dopo il delitto Moro, all’interno dello Stato, del Governo, della magistratura e delle forze dell’ordine iniziò un dibattito su quale potesse essere la strada più giusta per sconfiggere il terrorismo rosso, un fenomeno che coinvolgeva ormai migliaia di italiani, molti in clandestinità, moltissimi nel ruolo di fiancheggiatori.
Una delle prime decisioni determinanti nel biennio 1979-1980 fu la ricostruzione del nucleo speciale antiterrorismo dei carabinieri del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il nucleo era stato istituito alla fine di maggio del 1974, nella caserma dei carabinieri di Via Valfré a Torino, dove poteva contare inizialmente su 7 ufficiali e 33 sottoufficiali. Come abbiamo raccontato in una delle puntate precedenti, il nucleo di Dalla Chiesa l’8 settembre 1974 compì l’arresto di Alberto Franceschini e Renato Curcio, ma – cosa ben strana – nell’estate del 1975 il governo decise di scioglierlo e i componenti del nucleo vennero trasferiti e assegnati ai distaccamenti di Milano, Roma, Napoli e Genova.
Soltanto a seguito del rapimento e della morte di Aldo Moro, il 9 agosto 1978, Carlo Alberto Dalla Chiesa fu nuovamente chiamato dal Governo a coordinare le forze di polizia e degli agenti dell’intelligence nella lotta contro il terrorismo, alle dirette dipendenze del nuovo Ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, che insistette per la competenza in materia di antiterrorismo del Generale, riconosciuta dall’opinione e temuta dalle Brigate Rosse. E sarà proprio il Generale Dalla Chiesa a catturare quello che sarà il primo, importante e decisivo brigatista pentito, Patrizio Peci.
Franco Amato (“FA”): L’altro fattore decisivo per sconfiggere il terrorismo rosso fu l’emanazione del decreto del 15/12/1979 n. 625, poi convertito in legge il 6 febbraio 1980, la cosiddetta legge Cossiga, ispiratore e primo firmatario.
Il titolo “Misure urgenti per la difesa dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica” prevedeva che, per coloro che “si adoperano per evitare che l’attività delittuosa abbia ulteriori conseguenze, o che aiutano concretamente l’autorità di polizia e l’autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l’identificazione o la cattura dei partecipanti, potranno vedere la loro pena ridotta dall’ergastolo ad una detenzione variabile fra i dodici e i vent’anni”.
Pena che era completamente annullata per “coloro che, volontariamente, impediscono l’atto delittuoso e forniscono elementi di prova determinanti per l’esatta ricostruzione del fatto e per l’identificazione dei loro eventuali complici”.
RR: Il 19 febbraio 1980, pochi giorni dopo l’approvazione da parte del Parlamento della “legge Cossiga”, a Torino, i carabinieri del nucleo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa catturarono Patrizio Peci, un importante capo dell’organizzazione locale delle Brigate Rosse.
Quel giorno a Torino si festeggiava il carnevale. Intorno a Piazza Vittorio, le strade erano piene di gente mascherata e i carabinieri di Dalla Chiesa saltarono letteralmente addosso a due uomini che stavano passeggiando nei dintorni di Piazza Vittorio. Non ci fu alcuna colluttazione e i due uomini si dichiararono subito prigionieri politici, anche se non fornirono la loro identità. Vennero immediatamente incarcerati e poi identificati come Patrizio Peci e Rocco Micaletto, due brigatisti da tempo ricercati.
Così come i terroristi arrestati precedentemente, anche Peci e Micaletto non diedero alcun segnale di collaborazione ma poi Peci, chiuso nel carcere di massima sicurezza di Cuneo, chiese di incontrare il Generale Dalla Chiesa. Infine, il 1° aprile la svolta: Peci chiese di conferire con Giancarlo Caselli, Giudice istruttore di Torino, e per quarantott’ore filate raccontò tutto quello che sapeva delle Brigate Rosse, andando ben aldilà delle speranze degli inquirenti.
FA: Patrizio Peci divenne così il primo pentito del terrorismo italiano. Le informazioni contenute nelle 63 pagine del verbale del suo primo interrogatorio costituirono per le forze dell’ordine uno strumento fondamentale per individuare i brigatisti e i loro covi. L’operazione più clamorosa avvenne nella notte del 28 marzo 1980, a Genova, in via Fracchia, proprio nei pressi – come avete letto nella precedente puntata – dell’abitazione di Guido Rossa, il sindacalista ucciso la mattina del 24 gennaio 1979.
Ebbene, nella notte del 28 marzo 1980, i carabinieri fecero irruzione in quell’appartamento individuato grazie alla collaborazione di Peci e, dopo uno scontro a fuoco, uccisero quattro brigatisti, tra cui Riccardo Dura, membro del comitato esecutivo delle BR e responsabile principale della colonna genovese. Le dichiarazioni di Peci portarono a spiccare 93 mandati di arresto e 45 fermi di polizia e alla scoperta di numerose basi.
Giancarlo Caselli, che raccolse per primo la deposizione di Peci, dichiarò: “Peci ha avuto un’importanza ancora più grande dal punto di vista politico, perché è stata la dimostrazione pubblica che personaggi del suo livello non credevano più nella pratica e nella teoria della lotta armata, nel brigatismo. Consideravano questa esperienza fallita”. Peci, come vedremo tra poco, pagò tragicamente per la sua collaborazione.
RR: Nonostante i colpi subiti a seguito del pentimento di Patrizio Peci, nella primavera del 1980 le Brigate Rosse e le altre organizzazioni terroristiche di sinistra continuarono a compiere attentati e omicidi: il 12 maggio a Mestre fu ucciso Alfredo Albanese, dirigente Digos; il 19 maggio a Napoli fu la volta di Pino Amato, consigliere regionale della DC; il 28 maggio 1980, a Milano, il giornalista Walter Tobagi venne ucciso da un gruppo di terroristi guidato da Marco Barbone, che successivamente dichiarò che l’omicidio “serviva da biglietto di presentazione per entrare a pieno titolo nell’organizzazione brigatista e non rimanere nel limbo dei fiancheggiatori!
Si scoprì inoltre che, sei mesi prima dell’omicidio, un infiltrato tra i terroristi aveva inviato ai carabinieri una memoria in cui spiegava dove si sarebbe effettuato e chi sarebbero stati i responsabili (Marco Barbone e la sua ragazza): si sospettò inoltre che a scrivere il volantino di rivendicazione fosse gente che conosceva a fondo il mondo del giornalismo milanese.
Nel dicembre 1980 venne rapito a Roma il giudice Giovanni D’Urso, dirigente del Ministero di Grazia e Giustizia, definito da brigatisti “il massimo responsabile del trattamento di tutti i proletari detenuti nelle carceri normali e nelle carceri speciali”. Il 28 dicembre divampò una rivolta nel carcere di Trani: 19 guardie carcerarie vennero prese in ostaggio da brigatisti e detenuti comuni e furono poi liberate in seguito a un intervento dei GIS.
La sera del 31 dicembre arrivò la vendetta brigatista, con l’assassinio del generale Enrico Galvaligi. Il 12 dicembre del 1980, le Brigate Rosse rapirono a Roma il giudice Giovanni D’Urso, il magistrato distaccato al ministero della Giustizia dove dirigeva l’ufficio incaricato del trattamento dei detenuti. I brigatisti lo bollarono come aguzzino e boia. Il 4 gennaio 1981 fu annunciato che D’Urso era stato condannato a morte, ma che sarebbe stato salvato se la stampa avesse pubblicato un proclama sottoscritto dal comitato di lotta del carcere di Trani. La classe politica italiana, come in occasione del rapimento Moro, si divise tra fronte della fermezza e fronte della trattativa.
I giornali si divisero tra chi pubblicò e chi no il comunicato e il Partito Radicale offrì alla famiglia D’Urso il loro spazio di Tribuna politica flash della Rai, e in quell’occasione la figlia Lorena lesse ampi stralci dei due comunicati. All’alba del 15 gennaio Giovanni D’Urso venne ritrovato vivo in via del Portico d’Ottavia, vicino al Ministero di Grazia e Giustizia.
FA: Un altro duro colpo alle BR avvenne il 4 aprile 1981 con l’arresto a Milano di Mario Moretti ed Enrico Fenzi che stavano tentando di ricostituire la colonna milanese. Con la loro cattura emersero altre figure di spicco nella galassia brigatista e all’interno dell’organizzazione nacquero due correnti principali: l’ala movimentista, in linea con il Fronte delle Carceri e la colonna napoletana guidata da Giovanni Senzani; l’ala militarista, le BR-PCC (Partito Comunista Combattente), con a capo Barbara Balzarani, la primula rossa delle BR.
Nel 1981, sotto la guida di Giovanni Senzani, i brigatisti organizzarono quattro sequestri: quello di Ciro Cirillo, assessore democristiano alla regione Campania; di Giuseppe Taliercio, direttore del petrolchimico di Porto Marghera; di Roberto Peci, fratello del brigatista pentito Patrizio, e del generale della Nato James Lee Dozier.
I sequestri ebbero esiti tragicamente differenti: i cadaveri di Taliercio e Peci furono ritrovati rispettivamente il 6 luglio e il 3 agosto. L’assassinio di Peci fu ripreso e fotografato, destando sgomento anche all’interno dell’universo terroristico. Invece, nel caso di Ciro Cirillo lo Stato (o meglio, pezzi di esso), diversamente da quanto accaduto con Moro, gestirono nel carcere di Ascoli una incredibile trattativa a cui parteciparono le BR, Raffaele Cutolo, altri esponenti della camorra funzionari e ufficiali dei servizi segreti iscritti alla P2, tanto che Cirillo fu liberato il 24 luglio e per lui fu pagato un riscatto di un miliardo e 450 milioni. Una vicenda torbida sia per il ruolo di esponenti delle istituzioni sia per gli stessi brigatisti, di fatto complici di quell’assurda gestione del sequestro.
RR: Il 17 dicembre 1981 le Brigate Rosse compirono una delle azioni più clamorose della propria storia: il generale James Lee Dozier, sottocapo di stato maggiore al quartier generale NATO di Verona, fu sequestrato da quattro brigatisti nella casa dove abitava, fu infilato in un baule e tenuto prigioniero a Padova per 42 giorni. Vi furono i consueti comunicati dei terroristi e venne annunciato un “processo del popolo”. Nei propositi dei brigatisti, il sequestro avrebbe dovuto rilanciare l’organizzazione ma fu invece un fallimento: non conoscendo l’inglese, non furono in grado di rivolgere domande al prigioniero e Dozier venne poi liberato, con una spettacolare azione, il 28 gennaio 1982, dai NOCS.
Il fallimento del sequestro e gli arresti compiuti anche a seguito del pentimento di altri terroristi – da Roberto Sandalo a Michele Viscardi, da Marco Donat-Cattin a Emilia Libera e Roberto Savasta – diedero il colpo di grazia a quanto restava dell’organizzazione, ormai priva di una guida centralizzata.
Ormai la storia delle Brigate Rosse era terminata, ma è bene ricordare che, tra il 1974 e il 1988, hanno rivendicato 80 omicidi. L’anno peggiore fu il 1978, quello del rapimento di Aldo Moro: 230 attentati che causarono 42 morti e 43 feriti. Il bilancio complessivo del terrorismo italiano, inclusi gli atti delle Brigate Rosse e altri gruppi, è di 350 morti e più di 1000 feriti.
FA: Purtroppo ci fu ancora una scia di sangue: il rapimento e l’uccisione, il 28 gennaio 1983, di Germana Stefanini, vigilatrice penitenziaria del carcere di Rebibbia. Un assassinio anch’esso assurdo e crudele. Poi avvenne la gambizzazione, Il 4 giugno 1983, del padre dello Statuto dei Lavoratori Gino Giugni.
L’ultima risoluzione strategica, in cui si ammetteva il fallimento della lotta armata, fu del 1984. Tra gli ultimi ad essere arrestati, il 19 giugno 1985, ci fu Barbara Balzerani, ma poi avvennero gli omicidi del generale statunitense Hunt nel febbraio 1984; dell’economista Ezio Tarantelli, il 27 marzo 1985; dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti; il 10 marzo 1986, del generale Licio Giorgieri nel marzo 1987 e del Senatore Roberto Ruffilli il 16 aprile 1988.
Nel 1987 i detenuti del nucleo storico, tra cui Renato Curcio e Mario Moretti, dichiararono conclusa la stagione della lotta armata. Il 23 ottobre 1988, un gruppo di irriducibili, tra cui Prospero Gallinari, dichiarò in un documento di sei cartelle e mezzo che “la guerra contro lo Stato era finita”, e che “le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri politici delle Brigate Rosse”, sconfessando chi all’esterno voleva utilizzare la sigla BR e sciogliendo di fatto l’organizzazione. Dal primo attentato brigatista erano passati 18 anni.
Lo smantellamento dell’apparato terroristico si concluse per le BR-UCC tra il 6 e il 7 settembre 1987, e per le BR-PCC il 2 settembre 1988, quando furono letteralmente smantellate le ultime due cellule operanti a Napoli e Parigi.
RR: Fu così che si concluse la storia del più duraturo movimento terroristico di sinistra mai esistito in Europa, anche se ci furono ancora dolorosi strascichi: tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio dei primi anni 2000 comparvero le Nuove Brigate Rosse, che uccisero Massimo D’Antona nel 1999 e Marco Biagi nel 2002, per poi essere smantellate nel 2004. Gli ultimi “colpi di coda” di una terribile e fallimentare storia che ha segnato la storia del nostro Paese.
Riccardo Rossotto
