L’eco di quanto avvenuto alla fine degli anni Duemila, dove la componente “internet” del Nasdaq ebbe una crecita del 90% prima dello scoppio della bolla, è sempre più forte.

Questa volta a essere protagoniste sono le aziende del settore tecnologico, ma la spinta è sempre la stessa, la caccia a individuare aziende in crescita, in un mondo con un’enorme quantità di liquidità, e la paura di perdere opportunità. Negli ultimi due anni il Nasdaq Composite (indice borsistico americano) guadagni annui nell’intorno del 40%.

Molti dei fondi di investimento sono pieni di aziende del settore tecnologico e green che perdono soldi ma vengono valutate secondo multipli che normalmente sono applicabili ad aziende che guadagnano soldi.

Un altro indicatore di una situazione che si è surriscaldata è la crescita delle SPAC (special purpose acquisition companies). Sono società che raccolgono capitali e vanno poi in cerca di aziende da acquisire. Così come nell’era “internet” molte di queste realtà cercano di entrare nelle società nella fase iniziale di vita. In questo riescono a portare denaro dei risparmiatori verso aziende che hanno ricavi ancora molto bassi e che non potrebbero essere quotate sul mercato.

Le SPAC hanno raccolto lo scorso anno circa 70 miliardi di dollari, se si considera la struttura finanziaria che normalmente utilizzano nelle acquisizioni si tratta di una potenzialità d’investimento di oltre 300 miliardi di dollari. E ad introdurre ulteriore pressione ad investire vige la regola che se il denaro non viene investito nei due anni successivi a quando è stato raccolto viene restituito agli investitori.

Un esempio che può dare l’idea è Tesla. Il valore delle azioni è così stratosferico che Elon Musk (il fondatore) è diventato più ricco di Jeff Bezos. Agli attuali corsi di borsa è valutata 1.600 volte il livello degli attuali utili. In termini più concreti, ai prezzi di oggi ci vorranno 1600 anni di distribuzioni di dividendi, come gli attuali, per recuperare il prezzo pagato. Nel 2020 Tesla ha venduto 499.550 auto e ha una capitalizzazione di Borsa superiore a 750 miliardi di dollari. General Motors ha venduto, sempre nel 2020, 2,5 milioni di auto ma la sua capitalizzazione borsistica è di “soli” 62 miliardi di dollari.

Tutto questo non può che favorire la formazione di “bolle speculative” che quando scoppiano creano tanti problemi, dopo lo scoppio del 2000 ci sono voluti 15 anni per recuperare I livelli precedenti.

Giovanni Maria Paviera

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