Dicembre 1940: la guerra nel continente europeo è scoppiata da più di un anno. La Gran Bretagna ha fino a quel momento resistito agli attacchi tedeschi, vincendo la battaglia dell’agosto di quell’anno nei cieli della Manica. L’Europa continentale è ormai in mano ai regimi nazi-fascisti, l’onda nera che ha scatenato la Seconda Guerra mondiale. Ma c’è di più, come ha dimostrato il patto segreto dell’agosto del 1939, tra Stalin ed Hitler, le dittature anche ideologicamente lontane ed opposte, si sono transitoriamente alleate per spartirsi le spoglie delle democrazie liberali in coma.
Un giovane giornalista inglese, George Orwell (1903-1950) dopo aver vissuto da testimone e protagonista la Guerra Civile spagnola, inizia a scrivere una serie di reportage sullo stato dell’arte di una Europa che sta scivolando verso forme di fascismo universale che manipolano la verità e riducono o annullano le libertà personali e collettive dei cittadini. Insomma, uno scenario che, a noi contemporanei di questo terzo decennio del terzo millennio, dovrebbe insegnare qualcosa: dovrebbe obbligarci a leggere con grande attenzione quegli scritti di George Orwell, un monito a non sottostimare mai la violenza e la manipolazione dei cervelli.
In questo contributo cercheremo di raccontarvi le riflessioni di Orwell, scritte proprio tra la fine del 1940 e il 1941. Orwell sarebbe diventato famoso in tutto il mondo soltanto qualche anno dopo, quando pubblicò “La Fattoria degli Animali” e “1984”, due libri che ci costringono a non essere indifferenti ai pericoli che stiamo correndo proprio noi europei in questi mesi. Abbiamo già lungamente trattato il rischio della disinformazione per le democrazie occidentali. Quelle manovre manipolatorie ai danni dell’opinione pubblica che, attraverso la tecnologia, costituiscono l’arma più pericolosa in mano a quegli autarchi che stanno combattendo contro le nostre libertà democratiche.
In una società ormai completamente interconnessa, dove i device sono diventati delle protesi del nostro corpo e, soprattutto, del nostro cervello, il rischio di essere sopraffatti dalle fake news e dalle mire più o meno clandestine dei vari Putin di turno, è diventato, ahinoi, una certezza, un pericolo che non dobbiamo assolutamente sottovalutare. Proprio per questi motivi, oggi, vi raccontiamo la storia di un visionario giornalista inglese, George Orwell, il famosissimo autore dei capolavori intitolati “La fattoria degli animali” e “1984“. Un cittadino del mondo che già novant’anni fa si rendeva conto che il tema centrale delle nostre democrazie era costituito proprio dalla salvaguardia del principio della verità, della correttezza di una informazione che rappresentava e rappresenta lo strumento per formare i cittadini all’interno di una società democratica.
Orwell, pochi mesi dopo che era scoppiata la Seconda Guerra mondiale, in un’Europa Occidentale ormai invasa dalle armate tedesche, scrisse una serie di articoli su un tema che considerava fondante per una coesione pacifica del mondo. Denominò la collana “Il fascismo e le democrazie”. I cinque scritti, oggi ripubblicati dal Corriere della Sera, furono diffusi fra il 1940 e il 1945 da George Orwell, quando il giornalista aveva fra i 37 e i 42 anni, dopo che aveva viaggiato dall’Oriente colonizzato all’Occidente, sconvolto da totalitarismi e guerre.
Si parla di democrazia, si parla dell’importanza della verità, di fascismo, di manipolazione dell’informazione, di abusi di potere: tutti concetti che attraversano tutte e cinque gli articoli che comparvero sui giornali anglosassoni o vennero trasmessi alla radio, prima che George Orwell desse alle stampe i due suoi citati capolavori “La fattoria degli animali” e “1984”.
Orwell fotografava lucidamente la sfida lanciata dai fascismi ovunque nel mondo “Alla parola totalitarismo, si pensa subito alla Germania, alla Russia, all’Italia -scriveva – ma io credo che si debba ammettere il rischio che il fenomeno diventi mondiale”. Concentrava la sua attenzione-preoccupazione su un aspetto dell’ascesa del fascismo al potere: la scomparsa dei fatti, la negazione dell’esistenza stessa di una verità oggettiva: “Sono le persone poco istruite, o in condizioni economiche precarie, con una vita privata infelice, le prime vittime di questa tragedia”.
Per riuscire a mettere a fuoco, in modo più compiuto, la personalità e il pensiero di Orwell, vale la pena spendere qualche parola in più per descrivere una sua breve biografia. Nacque in India, a Motihari, nella regione del Bihar, il 25 giugno 1903 da una famiglia scozzese appartenente alla borghesia medio-bassa. Il padre era un funzionario dell’amministrazione britannica in India. Allo scadere del suo primo anno di vita la madre lo riportò nel Regno Unito, prendendo casa a Henley-on-Thames, nell’Oxfordshire.
Fu iscritto al college Saint Cyprian di Eastbourne. Nel 1917 venne ammesso al famoso Eton College che frequentò per quattro anni e dove ebbe come insegnante Aldous Huxley che avrebbe lasciato un segno profondo nel futuro letterario e filosofico di George. A 19 anni fu spedito in Birmania dove divenne ufficiale della polizia imperiale inglese. Ma sei anni dopo lasciò la carriera di funzionario coloniale per diventare esploratore e scoprire la miseria degli ultimi in varie metropoli europee. Per conoscere la realtà della vita nelle prigioni britanniche, si finse prigioniero, condividendo per qualche settimana la sua vita con gli altri carcerati.
A metà degli anni ‘30 fu affascinato (uno dei tanti giovani europei che infiammarono i loro cuori con la partecipazione alla resistenza contro i generali golpisti di Francisco Franco) si trasferì in Spagna per partecipare a quella battaglia per la libertà contro il fascismo. Orwell si iscrisse nelle fila del Partito Operaio di Unificazione Marxista (Poum). Rischiò ripetutamente la vita e fu ferito ma riuscì a sfuggire miracolosamente all’eccidio ordinato da Stalin di tutti gli anti stalinisti, la tragedia che segnò in modo decisivo la sconfitta della rivoluzione spagnola. Tornato in Inghilterra, Orwell riprese la sua attività di giornalista e scrittore.
Durante la guerra ed esattamente agli inizi del 1944 completò quello che viene considerato probabilmente il suo capolavoro: “La fattoria degli animali”. Un libro che incontrò parecchi rifiuti per la pubblicazione, essendo una manifesta critica allo stalinismo e essendo allora, non dimentichiamocelo, l’Inghilterra alleata con Mosca. Nel 1947 si stabilì con il figlio in un’isola sperduta delle Ebridi. Era ammalato di tubercolosi e quel clima non si confaceva certo alle sue disperate condizioni di salute, costringendolo a continui ricoveri. Nel 1948 Orwell completò l’ultima revisione dell’altro suo romanzo più famoso “1984” che praticamente costituì il suo testamento. Orwell morì infatti all’età di 46 anni il 21 gennaio 1950 proprio per complicazioni polmonari.
Ma torniamo al suo pensiero visionario, quasi da chiaroveggente. Visto il contesto con il quale siamo costretti a confrontarci quotidianamente in questo faticoso è controverso terzo decennio del III millennio, leggendo i testi di George Orwell si capisce quanto fu preveggente nell’individuare con chiarezza i pericoli che rischiavano di travolgere i sistemi democratici. Orwell fu sicuramente un giornalista e un autorevole autore di romanzi ma, possiamo aggiungere, senza rischiare una deriva agiografica, che fu anche un filosofo che interpretò e descrisse, con profondità e cinismo, i difetti degli esseri umani fragili di fronte alle promesse demagogiche del dittatore di turno, dittatore normalmente monopolista di una informazione più di stampo propagandistico che non veritiero.
Alla fine del 1940 e alla vigilia di un 1941 che avrebbe segnato due passaggi fondamentali della cronologia degli eventi del secondo conflitto mondiale – il 21 giugno l’inizio dell’operazione Barbarossa e cioè dell’invasione militare della Germania di Hitler in Russia e il 7 dicembre di quell’anno l’attacco giapponese a Pearl Harbor, che obbligò gli Stati Uniti del Presidente Roosevelt ad entrare in guerra contro i paesi dell’Asse. Ebbene, Orwell, in quei caotici e tragici mesi di guerra, scrisse l’articolo che si intitolava proprio “Fascismo e democrazia” pubblicato nella rivista “The Left News” nel febbraio 1941.
Orwell, in quel testo, sottolinea come “Uno dei passatempi meno impegnativi al mondo e quello di smascherare la democrazia” quella borghese infatti era considerata sia dai fascisti sia dai nazisti sia dai comunisti una “frode” perché “anche con essa sarebbero rimaste inalterate le condizioni di disparità tra gli esseri umani” e “la libertà politica sarebbe stata solo uno specchietto per le allodole”. Davvero questo era il contesto politico di quegli anni? Orwell traccia tutto un altro percorso che non vuole salvare la democrazia dalle sue imperfezioni o brutalità, ma ne vuole ribadire il primato rispetto a ogni altra forma di totalitarismo, un po’ come disse Winston Churchill nella sua famosissima sintesi sul valore della democrazia.
Un totalitarismo soggiogava in quei mesi del 1940-1941 gran parte delle popolazioni del continente europeo: Germania, Italia, Spagna e Russia rappresentavano esempi di regimi dittatoriali che potevano contare anche su un grande sostegno popolare. Orwell difende a spada tratta la democrazia britannica di cui lui conosce benissimo anche tutti i difetti, letti soprattutto dal suo angolo interpretativo di socialista massimalista. Eppure, scrive testualmente, che la “Democrazia inglese non è affatto una messa in scena, non è una semplice sovrastruttura ma al contrario e qualcosa di estremamente prezioso che deve essere preservato ed esteso”.
In Inghilterra, scriveva l’autore, si può andare nei pub ad esprimere liberamente le proprie idee, cosa che non era permessa a Berlino, Roma, Madrid o Mosca. “Allo stesso modo e per le stesse ragioni a Berlino Roma, Madrid e Mosca non esiste un posto come Hyde Park e cioè un luogo speciale dove opinioni anche illegali sono libere di circolare”. Orwell é consapevole che “La relativa libertà di cui godiamo dipende dall’opinione pubblica… se questa è apatica, le minoranze scomode verranno perseguitate anche se ci sono leggi che le proteggono”. Inoltre, sottolinea, il pericolo della facile “Impressionabilità delle masse di fronte alle notizie false” (le nostre fake news).
Racconta cosa successe negli Stati Uniti, nell’ottobre del 1940, quando diffuse alla radio proprio lui la notizia di un’invasione aliena: scoppiò il panico e tantissime persone saltarono in macchina e si diedero alla fuga. Era una bufala, ovviamente, ma servì come “alert” sui rischi della propaganda e della disinformazione. In più passaggi Orwell ribadisce quanto abbiamo già detto e cioè che le persone con più probabilità di essere influenzate dalla disinformazione sono quelle povere e poco istruite; sono quelle senza lavoro o sull’orlo della bancarotta.
“Uno stato d’animo che ha indotto intere nazioni a gettarsi fra le braccia di un Salvatore!”. Superfluo ci sembra il sottolinearvi l’importanza di una lettura di questi scritti di George Orwell, un uomo che seppe schierarsi contro l’onda lunga della deriva totalitaria in quell’Europa degli anni ‘30 e ‘40, assumendo posizioni scomode e non abdicando mai al suo compito e alla sua responsabilità di mettere in guardia i cittadini del mondo contro la disinformazione e le manipolazioni dei regimi dittatoriali. Un maestro che a distanza di novant’anni ci aiuta ancora a capire il rischio che stiamo correndo, fornendoci dei rimedi che dobbiamo adottare per evitarlo. Buone riflessioni, cari amici e a lunedì prossimo.
Riccardo Rossotto
