Da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna
Il nostro editore Riccardo Rossotto, valente e autorevole storico, soprattutto del XX secolo, ha realizzato nelle settimane scorse una serie di podcast dedicati al terrorismo in Italia, dalla strage di Piazza Fontana (1969) a quella della Stazione di Bologna (1980). Rossotto ha trasformato questo lavoro in articoli che pubblichiamo con piacere. Ecco la prima puntata
Milo Goj
Perché tornare su un argomento tragico e doloroso 50 anni dopo? Con Franco Amato abbiamo cercato di indagare su un fenomeno che ha attraversato il nostro Paese soprattutto negli anni ’70 e che purtroppo è ancora ignorato o poco conosciuto dalle nuove generazioni. In undici puntate vi racconteremo quella storia, alternando i nostri interventi.
Riccardo Rossotto (“RR”) Certe date della nostra vita non si dimenticano mai. Rimangono impresse per sempre nella nostra mente, riproponendosi nei nostri pensieri con le immagini, i luoghi, le dinamiche di quel giorno particolare che è rimasto ben inciso nella nostra memoria selettiva. Non è detto che siano sempre ricordi felici e cioè eventi familiari o sportivi che hanno segnato positivamente certe fasi della nostra vita. A volte sono il triste o tragico ricordo di eventi luttuosi, di tragedie, di svolte che hanno segnato drammaticamente le nostre vite. Quelli nati negli anni 50, 60 e 70, per esempio, si ricorda certamente dov’era l’11 luglio del 1982, quando l’Italia diventò campione del mondo allo stadio Bernabeu di Madrid, battendo la Germania 3-1
Personalmente, il primo episodio della mia vita che ricordo con precisione e con dolore, risale al 22 novembre1963, quando a Dallas, in Texas, fu assassinato il Presidente John Kennedy, l’ispiratore di quel sogno americano che aveva affascinato le nostre generazioni. Ebbene, c’è però un’altra data, successiva, che non posso scordare e che mi porterò sempre dentro nella mia vita: il 16 marzo 1978, il giorno del sequestro dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, un sequestro che si concluse con l’assassinio del politico democristiano. Ho voluto partire da queste considerazioni che vogliono sottolineare l’importanza della nostra memoria storica, personale, per inaugurare una serie di puntate del nostro podcast, dedicate alla storia del terrorismo in Italia tra il 1969ne il 1981.
Con l’amico Franco Amato, ci siamo interrogati negli ultimi tempi su quegli “anni di piombo e tritolo”; su come avevamo vissuto quel tremendo periodo, avendo già un’età che ci permetteva di comprendere la pericolosità e drammaticità di quel fenomeno per il nostro paese.
Con Franco condividiamo la percezione, quasi una sicurezza, che le nuove generazioni, sia i millennials sia quelli della “generazione Z “, sanno poco o nulla di cos’è successo in Italia in quegli anni, salvo forse aver sentito, in famiglia o a scuola, qualche frammento di ricordi, di nomi, di stragi.
Da appassionati di storia, ma soprattutto pensando entrambi che soltanto la conoscenza del passato può aiutare i contemporanei a cercare di capire cosa ci stia succedendo intorno, impostando poi, di conseguenza, il nostro futuro, ci siamo convinti della necessità di provare a raccontarla la storia degli “anni Settanta “: un’operazione complessa, forse anche presuntuosa. Ma ci siamo assunti la responsabilità di provarci lo stesso proprio per offrire ai nostri figli e ai nostri nipoti degli stimoli per andare a capire cosa fosse successo nel nostro Paese che, in certi momenti, fu davvero a rischio di finire in un bagno di sangue.
Ci siamo allora chiesti, preliminarmente, “come” raccontarla quella storia. Definendone un perimetro temporale, ovviamente convenzionale e soggettivo, per cercare di concentrare la nostra narrazione sugli anni, a nostro avviso, più importanti di quel fenomeno, dalla sua genesi fino alla sua sconfitta.
Dopodiché, abbiamo individuato 10 periodi che potevano rappresentare dei simboli di questa ricostruzione, selezionando dei passaggi, sempre, a nostro avviso, importanti per avere una chiave di lettura lucida e sgombra da emotività particolari, a distanza di trent’anni da quegli eventi.
Ogni puntata, pertanto, sarà dedicata a un episodio con l’approfondimento dei protagonisti di quella specifica vicenda.
Saranno pertanto 10 puntate che si svilupperanno attraverso una conversazione tra Franco Amato e il sottoscritto, con ricordi, analisi, commenti, valutazioni non sempre analoghe o condivise, di due torinesi che vissero quel tragico periodo nella città forse più colpita e martoriata dal terrorismo.
Crediamo, a questo proposito, che sia utile ed opportuno, anche se in sintesi, chiarirvi come abbiamo vissuto direttamente quel periodo: che lavoro stessimo facendo, che impatto la stagione del terrorismo abbia avuto sulle nostre vite; come vivemmo, insomma, quella tragedia e che impatto ebbe su di noi.
Per doveri di ospitalità, partiamo da Franco Amato.
FRANCO AMATO (“FA”): Sono nato nel 1962 e quindi ho vissuto la mia adolescenza e la mia giovinezza proprio nel periodo tra il 1969 e il 1980 in cui l’Italia fu segnata dal terrorismo di destra e di sinistra. In particolare, nel 1978 ero un ragazzo già interessato alla politica e a quanto avveniva a Torino e nel Paese. Il mio ricordo più persistente risale, come per te, al 16 marzo del 1978, il giorno del rapimento Moro. Nel pomeriggio andai a un’assemblea a un circolo di sinistra che allora trovava sede a Parco Rignon, nel quartiere Santa Rita. Era in corso un’assemblea e ovviamente si parlava del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della sua scorta. Chiesi di intervenire e dissi che i 5 uomini della scorta erano anche loro proletari. Fui completamente ignorato ma alla fine dell’assemblea due ragazzi poco più grandi di me mi dissero con tono minaccioso che gli uomini della scorta erano 5 sbirri simboli del potere. E di evitare di difenderli.
Fui così scosso da quelle parole che per anni decisi di non fare più politica, Ripresi solo nel 1982, quando tutto era finito e la violenza fisica e verbale di quegli anni era ormai un ricordo.
RR: Per quanto riguarda il sottoscritto, la memoria è leggermente diversa. Nato nel 1953, mi affacciai agli anni 70 al termine del periodo scolastico. Il mio ‘68, era stato molto personale, più caratterizzato dalla mia passione sportiva (facevo il portiere delle squadre giovanili della Juventus) che non dall’impegno politico. Avevo iniziato, proprio agli inizi del 1970, l’attività di volontario nelle organizzazioni giovanili del Partito Liberale e svolgevo a favore di mio zio Carlo Felice (che sarebbe diventato poi consigliere regionale del partito) il ruolo di galoppino, addetto al volantinaggio. Grazie ad un amico, conosciuto proprio nella GLI (Gioventù Liberale Italiana) e divenuto poi uno dei più famosi giornalisti sportivi italiani, Tony Damascelli, ebbi l’opportunità di coronare una delle mie passioni più grandi: quella di fare il giornalista. Trascorsi cinque anni indimenticabili al Corriere dello sport, entrando nel mondo della carta stampata e quindi vivendo, seppur dall’angolo di visuale sportivo, tutta la comunità dei giornalisti torinesi, impegnata proprio in quegli anni infernali nella cronaca quotidiana degli efferati attentati e omicidi perpetrati dalle varie sigle terroristiche rosse e nere.
Ogni mattina, appena svegli, ricordo che accendevamo la radio per sentire dai primi radiogiornali chi fosse stata quel giorno la vittima della violenza armata. A chi fosse toccato, insomma, quel giorno!
Ma torniamo al nostro progetto editoriale. Adesso sapete chi eravamo e cosa facevamo in quegli anni e possiamo dunque dare il primo ciack alla nostra narrazione. Per avviare la nostra ricostruzione, abbiamo deciso di partire da uno stralcio dell’ultima lettera che Aldo Moro, durante il suo sequestro, scrisse alla moglie Noretta. Un testo che ci dà una chiave di lettura importante per aiutarci ad entrare meglio nelle dinamiche politiche, sociali e umane di quella stagione complessa e drammatica del nostro paese.
Una lettera, Franco, che ti colpì molto.
FA: Sì. E prima di leggerne alcuni passi vorrei ricordare quando fu scritta. Moro era stato rapito il 18 marzo 1978 dalle Brigate Rosse. Per le Br si tratta del grande attacco al cuore dello Stato proprio nel giorno in cui era previsto il dibattito alla Camera e il voto di fiducia per il quarto Governo presieduto da Giulio Andreotti che sanciva, per la prima volta dal 1947, che il PCI avrebbe concorso direttamente, votando nella maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. E il principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato proprio Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Dopo 55 giorni, che esamineremo approfonditamente in una delle prossime puntate, le BR annunciano nel Comunicato n.9 delle Brigate Rosse “Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”. Moro, nella sua prigione scrisse decine e decine di lettere, si dice quasi 90, ma credo furono molte di più e quando capisce che ormai non c’è alcuna speranza di essere liberato, scrive questa lettera alla moglie Eleonora Chiavarelli che lui chiama Noretta, senza firma ed incompleta che sarà recapitata il 5 maggio).
“Mia dolcissima Noretta, dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. (…) Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà̀ preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. (…) Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo”.
RR: A distanza di trent’anni l’auspicio di Aldo Moro di vedere la luce si è ulteriormente amplificato ed è diventato il nostro. Il desiderio di capire e spiegare cosa avvenne sul serio in quegli anni nel nostro paese è diventato quasi una responsabilità, perché tutto non finisca nel dimenticatoio, in un oblio, non virtuoso, che potrebbe rappresentare una rimozione senza conoscenza.
FA: Sì, Nelle prossime puntare parleremo di quello cha accadde nel nostro Paese tra il dicembre 1989 e l’agosto 1980, due date terribili.
RR: Sì, la strage di Piazza Fontana e quella della Stazione di Bologna. E, in quel lungo decennio, le altre stragi compiute dal terrorismo di destra e le centinaia di omicidi, gambizzazioni e rapimenti compiuti dalle organizzazioni della galassia del terrorismo rosso. In Italia, i terrorismi politici si manifestano in forme di virulenza senza pari, in Europa, per varietà̀ e durata, molto maggiore rispetto a fenomeni analoghi, ossia non su base etnica o nazionalistica). “Una specificità̀ italiana degli anni Settanta: coesistenza di terrorismi di destra e sinistra e di diversi gruppi in competizione tra loro all’interno dei due schieramenti. Si tratta di strategie differenziate: stragi indiscriminate e non rivendicate (estrema destra); attentati individuali rivendicati (estrema sinistra e, in parte, estrema destra. La prima grossa diversità̀ del caso italiano rispetto ad altri sistemi politici [Giappone, Repubblica Federale Tedesca e Stati Uniti] è dunque non solo l’ampiezza del fenomeno neo-fascista, e la sua virulenza, ma il tipo di appoggio, deliberato e consapevole o dovuto a colpevole sottovalutazione, che esso ottiene da parte di diversi spezzoni dell’apparato statale (nonché́ da parte dei regimi autoritari operanti sul continente europeo e in America latina, almeno fino alla seconda metà del 1974)” (G. Pasquino)
FA: Sì. Vorrei ricordare a questo proposito che proprio nel 1978 si raggiunse l’apice di attentati.
RR: Le domande a cui provare a rispondere sono tante: quanto il terrorismo italiano fu contaminato da potenze straniere o quanto invece, proprio dopo il ‘68, fosse semplicemente una declinazione violenta e domestica di una voglia di cambiamento che evocava, più o meno strumentalmente i valori della Resistenza, quella, secondo alcuni, tradita poi nel dopoguerra.
Nelle prossime puntate ripercorreremo quel lungo decennio attraverso gli eventi e i protagonisti. Inizieremo dalla strage di Piazza Fontana e giungeremo a quella della stazione di Bologna, attraversando la storia delle Brigate rosse e del terrorismo di sinistra. Un viaggio doloroso che nasconde ancora angoli bui di quella che possiamo definire una sorta di guerra civile con centinaia di vittime innocenti uccisi da quanti volevano sovvertire il cosiddetto Sim, Sistema Imperialista delle Multinazionali e da pezzi deviati dello Stato e speriamo dunque che questo progetto stimoli la vostra attenzione, ottenendo adeguati ascolti e consensi. Terremo conto dei vostri commenti, delle vostre valutazioni, delle vostre critiche in modo tale, eventualmente, da integrare e modificare, in corso d’opera, l’articolazione o le modalità della narrazione. Buona lettura a tutti con l’auspicio che ciascuno di voi vorrà socializzare questa storia in famiglia, ai suoi figli e ai suoi nipoti, a tutta la sua comunità affettiva e professionale, rispondendo in diretta a tutti gli interrogativi e a tutti i dubbi che si potranno scatenare ascoltando, magari per la prima volta, cosa sia successo in Italia dall’inizio degli anni 70 fino all’inizio degli anni 80.
Riccardo Rossotto
