Tra i vari motivi di scontro politico è da ultimo emersa la vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti da parte del Presidente della Repubblica. Parliamo della Minetti nota alla cronaca per essere stata il simbolo degli aspetti più eticamente discutibili del berlusconismo. Per le vicende delle cene eleganti a casa Berlusconi era stata condannata per favoreggiamento della prostituzione e successivamente aveva rimediato una condanna per peculato per aver distratto, da consigliere regionale di Forza Italia, fondi pubblici per proprie spese personali estranee al proprio ufficio.

La “bagarre de rue” tra opposte fazioni è sorta a seguito di uno scoop de Il Fatto Quotidiano che, nell’analizzare il provvedimento di clemenza, reso noto in precedenza da una trasmissione televisiva, avrebbe rilevato una serie di incongruenze nella fase procedurale e, in particolar modo, avrebbe ipotizzato che la Minetti avrebbe, anche recentemente, proseguito nella condotta censurabile già oggetto delle più risalenti cronache che l’avevano portata a subire condanne in sede penale.

Da una serie di elementi emersi dall’inchiesta giornalistica la Minetti non avrebbe quindi avuto i requisiti per ottenere la grazia e il provvedimento sarebbe stato perciò ottenuto profittando della superficialità delle istituzioni preposte. Sono intervenute prese di posizione da parte del Governo a piena tutela del Ministro della Giustizia, osservando che le valutazioni del caso spettavano alla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano, e che il provvedimento finale è un atto discrezionale del Presidente della Repubblica.

Schiere di giuristi si sono riversate sui mezzi televisivi e sul web per spiegare che il Governo e, nella specie, il Ministro della Giustizia non hanno alcun sindacato nella procedura in esame sicché essi sarebbero totalmente estranei a qualsivoglia critica. Peraltro, è stato evidenziato che la grazia è stata concessa per motivi umanitari, per consentire alla Minetti di accudire un bimbo malato da lei adottato perché in stato di abbandono. Per tale motivo i “governisti” hanno lamentato un atteggiamento discriminatorio “a contrario” da parte dei propri avversari che vorrebbero privare la Minetti dei propri diritti e delle proprie ragioni solo perché appartenente all’opposto schieramento politico.

Sul fronte opposto, le voci avverse alla maggioranza hanno enfatizzato i caratteri più nefasti del passato della Minetti rammentando il suo ruolo di favoreggiatrice della prostituzione nel contesto meglio noto come “bunga bunga”, e segnalando che anche dopo la definitività delle condanne penali avrebbe proseguito nella sua attività di animatrice di “feste particolari” in Uruguay con il proprio compagno, con ciò evidenziando il venir meno del proprio pentimento e del proprio ravvedimento che, per orientamento costituzionale costante, costituiscono i presupposti per un provvedimento di clemenza. Peraltro, secondo dette opinioni, alcune informazioni raccolte da Il Fatto Quotidiano dimostrerebbero che non vi sarebbe stata alcuna ragione umanitaria, non essendovi stata alcuna reale adozione di minore in stato di abbandono, al di là delle formalità apparenti.

Come avviene ormai da tempo la stragrande maggioranza delle argomentazioni sui vari temi che appassionano la polemica politica è totalmente obnubilata dal fanatismo e dal settarismo ideologico, rendendo assai difficile per un normale cittadino la comprensione dei termini reali del problema.

L’aspetto più deprimente di tale polemica è che molte delle inesattezze sul tema provengono da tecnici che non dovrebbero presentare gravi lacune nel proprio ambito professionale. In questa sede, prima di esprimere un’opinione del tutto soggettiva sotto il profilo politico, è assolutamente necessario premettere ciò che le norme prevedono debbano essere l’iter procedurale ex art. 681 c.p.p, e il conseguente provvedimento di clemenza di cui all’art. 174 cod. pen..

La grazia, come l’indulto, è un provvedimento che condona, in tutto o in parte, la pena inflitta, o la commuta in un’altra specie di pena. Il presupposto è quindi una sentenza irrevocabile di condanna sì che le condotte o lo stile di vita precedenti il giudicato penale non sono, in senso stretto, propriamente rilevanti per l’ammissibilità di un provvedimento di clemenza.

La procedura su istanza di parte prevede che, nel caso di persona non detenuta come la Minetti, la domanda possa essere presentata al Procuratore Generale presso la Corte di Appello del distretto territoriale competente il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al Ministro della Giustizia con le proprie osservazioni.

Nel procedimento di grazia all’autorità giudiziaria non spetta alcun potere decisorio, dovendo essa soltanto compiere attività di acquisizione di elementi di giudizio strumentali alla proposta motivata che dovrà essere adottata dal Ministro della Giustizia nell’esercizio di una funzione non giurisdizionale. L’organo che emana il provvedimento su proposta del Ministro è il Presidente della Repubblica a cui è diretta l’istanza, provvedimento che, da quanto detto, è complesso, cioè formato dalla volontà di vari enti, individuale, cioè diretto a un soggetto determinato, straordinario e discrezionale, non essendo cioè vincolato a limiti normativi connessi a natura ed entità della pena.

Stante l’asciuttezza del dettato normativo, dottrina e giurisprudenza, oltre che la prassi costituzionale, hanno dato sostanza al concetto, delineando il provvedimento come atto di equità e di giustizia del caso singolo, volto a mitigare gli effetti di una pena. E come si evidenzia nella Relazione al progetto preliminare del nuovo codice di procedura penale del 1988, la grazia ha una funzione eminentemente correttiva, equitativa e di mitigazione del rigore della pena, ma anche di risocializzazione sulla base dei trattamenti rieducativi svolti.

Da quanto condiviso dalla scienza giuridica, gran parte delle polemiche ideologiche a cui assistiamo ha ben poco fondamento. Come si ricava dall’art. 89 della Costituzione il Presidente della Repubblica non ha un autonomo potere di grazia poiché anche per essa è assolutamente necessaria la proposta discrezionale del Ministro della Giustizia.

Sotto il profilo formale, escludere la responsabilità di un solo organo dall’iter di un atto complesso che prevede il concorso necessario della volontà di ben tre organi (Autorità giudiziaria, Ministro proponente e Capo dello Stato che emana il provvedimento) è un atto che appartiene alla propaganda più che alla chiarezza istituzionale. Anche ignorando che la proposta perviene al Capo dello Stato con un provvedimento motivato del Ministro della Giustizia, per essere validamente adottato l’atto di grazia ha necessità della controfirma non solo formale, ma sostanziale del Ministro stesso (art. 89 Cost.), rendendo evidente l’assenza di un reale potere di grazia autonomo del Presidente.

E’ perciò palese che ove nella fattispecie vi fossero state criticità generali tutti gli organi necessari ne sarebbero coinvolti.  Si tratta di comprendere se e quali siano le presunte criticità di un iter che per sua natura è comunque discrezionale. A tal riguardo, sotto il profilo sostanziale, il tema delle ragioni di giustizia, equità e umanità che stanno alla base della proposta di Nordio e del provvedimento di Mattarella è infatti ben più complesso.

Ove non si ritenesse di violare i limiti della pubblica decenza, si dovrebbe sgombrare il campo dalla gran parte delle illazioni sollevate da certa stampa circa le falsità che avrebbero illegittimamente supportato l’istanza di grazia. E’ infatti ben poco credibile che una difesa tecnica come quella che assiste la Minetti – unita ai mezzi economici (e non solo) di cui godono la Minetti medesima e il suo compagno Cipriani – abbia presentato una siffatta istanza in assenza di provvedimenti formali di adozione, o in presenza di indagini di polizia giudiziaria in ambito penale nei confronti della richiedente.

Detto in altre parole, è assai arduo che le varie informazioni raccolte dai giornalisti – a prescindere dalla loro verità fattuale – possano avere avuto ingresso in qualche atto giudiziario o amministrativo con modalità tali da rendere inammissibile o di difficile accoglimento un’istanza di grazia. Dando quindi per ammessa e ricevibile l’istanza di cui si discute, ci si deve chiedere se il caso di specie giustifichi una grazia.

Nel nostro ordinamento abbiamo circa 65.000 detenuti che stanno scontando anni di carcere, sopportando i rigori della legge, in un ambito penitenziario invivibile che consente una capienza massima di circa 50.000 internati. Detta situazione, ai limiti della tortura, ha già provocato oltre 300 suicidi negli ultimi 5 anni con un incremento impressionante all’inizio del corrente anno. Di questi 65.000 detenuti parecchie migliaia hanno figli da accudire e presentano una condotta attestante ravvedimento sincero, e riconoscimento delle proprie colpe, con volontà di tornare ad una vita comportamentale corretta.

Tra queste migliaia nei suoi anni di mandato Mattarella ha concesso ben 71 grazie, da ritenersi già benevole ove si osservi che nei 10 anni precedenti il suo primo mandato erano stati emessi solo 23 provvedimenti di grazia. Pertanto, tra migliaia di situazioni di vita disperate, di soggetti ravveduti, in carcere duro da anni e perciò impediti nell’assolvere la necessità di accudire i propri figli minori, Nordio e Mattarella hanno scelto di concedere discrezionalmente la grazia a Nicole Minetti per ragioni di equità e di giustizia.

Come è noto la Minetti non ha mai fatto carcere in via definitiva né mai lo avrebbe fatto perché il cumulo di pena è inferiore a 4 anni di reclusione e pertanto la condannata ha diritto a misure alternative alla detenzione, con limitato impegno temporale. Inoltre, la Minetti convive con un soggetto ricchissimo, si muove su jet privato, alterna i propri domicili in località da sogno, ed è assistita e servita da personale e collaboratori.

In presenza di immense risorse economiche e di numerosi collaboratori, nonché in assenza di pena detentiva, con disponibilità di tempo concessa dalle misure alternative (peraltro limitate nella durata stante la modestia della pena), la Minetti avrebbe potuto e potrebbe curare e accudire agevolmente il figlio adottato, senza particolari impedimenti. Questa è la situazione per la quale Nordio e Mattarella hanno ritenuto che Minetti avesse maggiori necessità di giustizia e di equità rispetto a migliaia di indigenti non in grado di accudire i propri figli minori perché in carcere da anni in situazioni disumane, senza alcun aiuto e senza alcuna disponibilità economica.

Ciò è assolutamente legittimo perché, come si è più volte ribadito, la grazia è un provvedimento assolutamente discrezionale. Analogamente, sino agli anni ’90, tutto ciò sarebbe stato ugualmente lecito e legittimo sotto il profilo giuridico, ma, con tutta probabilità, la stragrande maggioranza della popolazione avrebbe ritenuto profondamente ingiusto, iniquo, e immorale un simile provvedimento di clemenza: aiutare un miliardario perché più bisognoso di aiuto rispetto ad un indigente non sarebbe mai stato visto allora come un esempio di grande umanità e di giustizia.

Ora, al contrario, la classe dirigente del paese, le istituzioni, e la maggioranza degli elettori ritengono equo ed eticamente giusto tale provvedimento, giungendo persino a difenderlo pubblicamente, nei social networks e nei talk show, come esempio di equità, con vis polemica e furore ideologico. Se il provvedimento era ed è legittimo sotto il profilo giuridico – con buona pace de Il Fatto Quotidiano – ciò che veramente è cambiato nella società italiana non è il diritto – il quadro giuridico relativo alla grazia è immutato da decenni – ma è la cultura di un popolo, sono i significati del vivere sociale, e gli stessi concetti di equità, di giustizia, di umanità.

Le istituzioni non veicolano altro che i valori espressi dalla società che rappresentano, così come il Governo rappresenta i valori espressi dalla maggioranza degli elettori. Sino agli anni 90 la società italiana presentava i caratteri di una sorta di capitalismo sociale che integrava il libero mercato, la logica del profitto e la crescita economica con il sostegno e la solidarietà sociale, in termini di solidarietà e di equità.

Da oltre 30 anni in Italia il merito è identificato con il denaro mentre uno status di privilegio, concesso dai potenti, è ciò a cui aspira la maggioranza degli individui del paese. La Minetti non rappresenta solo il simbolo del tempo che fu (Ruby nipote di Mubarak, il “bunga bunga”, il peculato in Regione Lombardia e via dicendo) ma è tuttora il simbolo dei valori che molti nel paese vorrebbero trasmettere ai propri figli, valori tipici del capitalismo feudale.

Molti ricorderanno la frase di Berlusconi, nel marzo 2008, rivolta ad una giovane precaria in difficoltà economiche allorché la invitò a sposare un uomo ricco come scopo della vita per risolvere i propri problemi. Questa è invero la soluzione che anche oggi la Minetti esibisce (volente o nolente) – ben dopo le precedenti condanne – essendosi legata ad un altro tycoon miliardario.

Il provvedimento di cui si discute è quindi ineccepibile sotto il profilo giuridico e lo è, attualmente, anche sotto il profilo etico perché l’etica collettiva consiste nei valori che la nostra società ora esprime: privilegio, disuguaglianza, denaro. In definitiva, ciò di cui si discute non riguarda i giuristi e neppure il malaffare politico. Si tratta semplicemente della visione del viale del tramonto in cui si è incamminato da tempo il capitalismo sociale e della contestuale affermazione, ormai imperante, del capitalismo feudale.

Massimo Chioda

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