Era sera a Milano, e le luci si confondevano con la nebbia. Negli anni Settanta la città, al calare del sole, si riempiva di luoghi dove le parole bruciavano: alla Casa della Cultura, al Cineforum, al Macondo. Erano tempi in cui il dibattito culturale non si consumava soltanto sulle pagine dei giornali, ma viveva nei bar, nei circoli, nelle sale parrocchiali, nelle librerie, nei cineclub. Non c’era la preoccupazione di essere “politicamente corretti”, ma la necessità di affermare una posizione, anche a costo di suscitare antipatie durature.
Ricordo una sera alla Fondazione Corrente, in un dibattito infuocato, Fortini sfidò a duello un intellettuale che stava discutendo con lui. Non era una boutade teatrale: c’era una serietà antica in quella sfida, un senso della posta in gioco che andava oltre l’episodio. Non si trattava di vincere una schermaglia dialettica, ma di difendere un’idea di verità.
Quando la polemica era parte della cultura
Non era un caso isolato. La storia dell’arte e della letteratura è attraversata da scontri che oggi sembrerebbero impossibili: Dalí che inveisce contro Cézanne, D’Annunzio e Marinetti (“un cretino fosforescente”), Savinio che definisce Proust “l’uomo dalla frase lunga e dal pensiero corto“, lo stesso Fortini che si esibisce nella “Difesa del cretino” contro Pasolini. Polemiche aspre, persino feroci, ma che avevano una funzione di tenere aperto il conflitto tra visioni del mondo.
Oggi questo sembra lontano anni luce. Il dibattito intellettuale è il termometro della vitalità di un’epoca, se si affievolisce, è segno che qualcosa nella circolazione delle idee si è incrinato. E quel termometro, da anni, segna una temperatura tiepida.
Non che non ci siano scontri, anzi le offese in televisione, sui social, nei festival sono perfino in aumento, ma sono diatribe senza alcuna base teorica, più che un dibattito per affermare una tesi è un concorso di supremazie dove si contrappongono maschie e femmine Alfa per la conquista della più alta share di visibilità.
L’industria culturale come sedativo
Del resto, la produzione artistica sottostà all’industria culturale che è fatta di un suo rituale preciso: curatori, editor, case editrici, gallerie, mostre, presentazioni e festival, tanti festival. E l’industria culturale ama rappresentarsi e acquietare il proprio pubblico. Marcuse fra i primi aveva evidenziato come l’industria culturale, integrata nei meccanismi di mercato, ha anestetizzato il conflitto. Nell’Uomo a una dimensione osservava che l’arte, un tempo carica di una forza utopica e rivoluzionaria, è stata neutralizzata, assorbita nel ciclo della produzione e del consumo. I grandi capolavori non sono più pietre d’inciampo per la coscienza, ma oggetti decorativi, pronti a essere riprodotti e svuotati.
“Bach usato come musica di sottofondo in cucina”, perde la sua forza eversiva. La musica che un tempo apriva orizzonti interiori oggi accompagna l’acquisto di detersivi o di frutta confezionata. È la stessa opera, ma privata del suo contesto e del suo potere destabilizzante, resa innocua dalla ripetizione e dall’uso banale. Non è una proibizione esplicita, nessuno vieta di litigare o di provocare. Ma il sistema preferisce che non lo si faccia. Gli editori, le istituzioni culturali e le grandi piattaforme vogliono narrazioni condivisibili, non fratture insanabili. Il mantra del momento è lo Storytelling. Il conflitto, quando esiste, è derubricato a polemica mediatica di superficie, utile a generare qualche click ma incapace di incidere davvero.
Dal fuoco alla vetrina
Negli anni Settanta, la polemica culturale era anche un esercizio di stile: bisognava saper argomentare, smontare l’avversario con precisione chirurgica. Oggi il modello dominante è quello della “cultura da vetrina”: un’esposizione ordinata, esteticamente curata, ma priva di vere fratture. Si presenta, non si contesta. È una tendenza che vale per la letteratura come per l’arte contemporanea: la performance sostituisce il confronto, l’evento soppianta la discussione, l’applauso sostituisce il dubbio.
Questo non significa che l’arte non abbia più nulla da dire, ma che spesso rinuncia a colpire le coscienze. Forse perché la realtà stessa, con le sue tragedie e le sue accelerazioni tecnologiche, ha superato la capacità dell’arte di scandalizzare. Forse perché gli artisti e gli intellettuali sono consapevoli che il dissenso ha costi reputazionali ed economici sempre più alti.
La neutralizzazione del dissenso
L’effetto complessivo è una pacificazione apparente. Le divergenze non scompaiono, ma vengono espulse dalla sfera pubblica e ricondotte in spazi dove non possono fare troppo male. La polemica diventa un esercizio letterario rétro, una nostalgia da raccontare ai festival stessi, come un ricordo pittoresco di un tempo in cui ci si poteva permettere di essere divisivi.
Eppure, senza il pepe della polemica, cosa resta? Forse solo i circoli di lettura, i buoni sentimenti gozzaniani, le buone maniere. La prospettiva, se vogliamo essere brutali, è quella di aprire tante RSA. per l’arte e la cultura: luoghi puliti, ordinati, sicuri, ma dove il tempo scorre lento e nulla accade davvero.
Riaprire il conflitto
Il dibattito intellettuale, quando è autentico, non è semplice rissa verbale. È la dimostrazione che esistono ancora idee per cui vale la pena alzare la voce, mettere in discussione amicizie e alleanze, rischiare di essere impopolari. Forse è tempo di rivendicare questo spazio: non per compiacere un pubblico nostalgico, ma per restituire all’arte e alla letteratura il loro ruolo di strumenti di trasformazione. Come scriveva Pasolini, “si scandalizzano solo le anime morte”.
Ma la nostra epoca ha ancora il coraggio di scandalizzarsi? E non parlo solo dell’arte e della letteratura ma della vita di tutti i giorni e della Storia, quella con la S maiuscola, che si sta raccontando davanti ai nostri occhi da Gaza a Kiev, dal cimitero del Mediterraneo alla frattura sociale tra i pochi ricchi e i molti poveri, dall’IA alla rivoluzione dei dati.
Domenico Ioppolo
