“In Italia a causa del Covid ci sono stati 65 giorni di scuola regolare persi rispetto ad una media dei Paesi più ricchi del mondo di 27 giorni. Le scuole aperte sono una priorità per tutelare prima di tutto la salute psicologica dei nostri giovani”.

Sono le parole utilizzate dal Presidente del Consiglio Draghi per ribadire la necessità di tutelare e proteggere la scuola come strumento fondamentale per la democrazia. Draghi respinge il ricorso generalizzato alla Didattica a Distanza (la DAD ora affiancata dalla DDI-Didattica Digitale Integrata). Una scelta che ha creato diseguaglianze in tutto il Paese, generato esclusione e non garantisce pari opportunità a studenti e studentesse.

Chiusura delle scuole e DAD hanno inciso in modo devastante sulla vita dei nostri figli e figlie che hanno perso momenti formativi importantissimi. L’oggettiva difficoltà ad essere coinvolti da lezioni che, pur reinventate, non è stato possibile trasformare in maniera sufficiente, e i ritardi nello sviluppo delle competenze digitali tra docenti, studenti e famiglie, hanno ampliato le disuguaglianze sociali e culturali.

Il danno collaterale più grande, però, è stato il distanziamento sociale che ha costretto i ragazzi all’impossibilità di “crescere” con il confronto con i pari (il cooperative learning è un metodo didattico che si nutre della collaborazione diretta e della reciprocità) e che ha creato dei vuoti abissali nelle conoscenze e nelle capacità relazionali.

E in una una fascia particolare di giovani, quella dei soggetti fragili per disabilità psico-fisiche, oltre che per situazioni sociali di disagio, tutti questi problemi sono stati amplificati.

I ragazzi e le ragazze BES, quelli con Bisogni Educativi Speciali – che comprendono anche la disabilità grave- e i DSA , quelli con Disturbi Specifici dell’Apprendimento,  hanno vissuto questi effetti in maniera esponenziale. E se in alcune scuole virtuose sono stati attivati un gran numero di interventi per fronteggiare le loro difficoltà e quelle delle loro famiglie, in altri contesti sono stati totalmente dimenticati. Deprivati della attenzione e dell’azione di intervento diretto, nei ragazzi che hanno diritto al sostegno, si è osservato un incremento dei problemi di attenzione, ansia e aggressività.

Le famiglie hanno collaborato attivamente nella situazione di emergenza ma con l’ulteriore aggravio della mancanza delle collaborazioni domiciliari. I grandi dimenticati di questa pandemia sono i nostri figli e figlie con condizioni esistenziali particolari, quelli con disabilità dello sviluppo intellettivo, quelli che soffrono di disturbi dello spettro dell’autismo che, forse tra i più sofferenti, sono addirittura completamente scomparsi dai radar delle istituzioni.

In questo contesto si inseriscono 268.671 storie personali perché tanti sono gli studenti disabili secondo il rapporto di Save The Children.

Storie come quella di B. sofferente di disturbi dello spettro autistico ma anche studentessa adolescente con tutte le pulsioni e le incertezze dell’età. La sua è una mente che funziona in modo diverso dagli altri perché chiusa in un mondo che non riesce ad entrare in empatia relazionale con quello dei “normali” dei quali non percepisce le emozioni. Con lei però nessuno si è arreso a quella diagnosi neuropsichiatrica che fissava i suoi limiti di apprendimento a quelli di una bambina, non verbale, di 36 mesi e dunque a scuola ha sempre avuto diritto a 18 ore di sostegno con insegnante dedicata, a 30 ore di assistenza specializzata e a vivere le sue giornate insieme ai compagni e alle compagne di classe con cui solo apparentemente non comunica.  Anche se la sua storia non prevede una guarigione, perché la sua è una disabilità permanente, è stata la scuola che ha permesso a genitori, insegnanti, operatori educativi e terapisti privati di lavorare in sinergia, in un ambiente inclusivo, e scrivere comunque un lieto fine. Con lei è stato infatti aperto un canale di comunicazione attraverso la cosiddetta scrittura facilitata su una tastiera di pc attraverso la quale, con la presenza costante di una figura di riferimento, è riuscita a dire – a parole sue- che è felice di stare in classe, che ama le sue insegnanti, che una compagna le è simpatica, che le piace scrivere e  che arrabbiata perché le fa male la pancia (anche se non sa, non può sapere perché non riesce a creare le relazioni, che il mal di pancia è comune a tante ragazze della sua età e si chiama sindrome premestruale). Con il lockdown tutto questo ha subito una brusca battuta di arresto e si è trasformato videochiamate WhatsApp, in schede di apprendimento sviluppate ad hoc ma da imparare a casa, da sola. Il lieto fine in questa situazione non sarebbe mai stato possibile.

Gli effetti devastanti del lockdown e della DAD non hanno risparmiato nessuna fascia di età.

Le bambine e i bambini tra i 3 e i 6 anni stanno soffrendo di fenomeni di regressione, della perdita di alcune autonomie e per loro sarà difficile il superamento della paura e dell’isolamento che hanno caratterizzato questi due anni di pandemia. Alcuni non ricordano la vita senza mascherina o gli abbracci liberi con i coetanei. “Il distanziamento sociale rischia di diventare”, leggiamo nel rapporto elaborato per l’Università ed il Politecnico di Torino nell’ambito del progetto ‘Nessuno resti indietro,  “un habitus pericoloso per i più piccoli, che contrasta con il benessere psicologico degli stessi: apprendere che “l’altro è pericoloso per me e io lo sono per lui” può creare fobie importanti sul lungo periodo.

Ma anche gli studenti e studentesse della scuola primaria e secondaria, tra i 6 e i 17  anni, hanno subito pesatamente la DAD per la carenza di dispostivi mobili elettronici, l’assenza di rete o presenza di reti inadeguate, per le case sovraffollate, dove è stato molto complesso potersi collegare e studiare senza interferenze continue, spesso anche per l’assenza di competenze informatiche minime e soprattutto per la solitudine perché la scuola non è solo formazione culturale o trasmissione di contenuti ma è anche confronto, crescita emotiva e relazionale.

Se, nonostante tutto questo, la DAD ha consentito ai ragazzi normodotati di portare avanti quasi due anni scolastici, la metodologia digitale ha mostrato di non tener conto delle diversità funzionali dei diversamente abili. Se si aggiunge poi l’interruzione delle attività educative extra presso le associazioni, i centri educativi o dei percorsi terapeutici, si esaspera una situazione già di per sé complicata. In un momento così delicato ed emergenziale, per i soggetti fragili si è stati incapaci di pensare e attuare una pedagogia speciale che potesse consentire l’inclusione degli alunni diversamente abili e delle fasce più deboli. E dimenticare, nei momenti difficili, chi ha più bisogno è un vulnus della democrazia che deve sempre costruire una società empatica ed accogliente per tutte e tutti.

Cinzia Gaeta