Tra il 2 ed il 3 maggio (la data è incerta perché dipende dalla visibilità della luna) è finito il Ramadan, la festa sacra dei musulmani.

Ma, “Evvai, è finito il Ramadan” è l’affermazione di gioia, forse poco ortodossa, uscita con un impeto di giovane goliardia da un gruppo di ragazzi che frequentano il progetto “Città dei Mestieri” presso la Città dei Ragazzi di Roma davanti a pasticcini e pane appena sfornato!

Mentre si agita lo spettro della terza guerra mondiale c’è infatti un piccolo angolo di mondo alla periferia di Roma dove si respira voglia di inclusione, generosità, impegno. La Città dei Ragazzi di Roma è stata fondata nel 1953 da Mons. Carrol-Abbing e da Don Antonio Rivolta per accogliere, dopo la seconda guerra mondiale, giovani in difficoltà.

Oggi e’ una struttura commissariata immersa in 80 ettari di verde che accoglie migranti minori non accompagnati e dove è in corso il progetto Città dei Mestieri , finanziato da Fondazione Migrantes, per la formazione e avviamento al lavoro di 20 immigrati che frequentano il corso di panificatore, pizzaiolo, pasticcere e aiuto cuoco. Hanno cucinato per 40 giorni senza poter toccare nulla di ciò che avevano preparato e hanno accolto la fine del Ramadan con il sano appetito che contraddistingue tutti i ragazzi.

14 nazionalità, per lo più africane, più 2 afghani e un indiano

Sono quelli arrivati con il gommone, quelli scappati dall’Afghanistan con i cargo mentre altri morivano attaccati ai carrelli degli aerei. I sette minori risiedono nella Città dei Ragazzi, gli altri di poco più grandi, sono ospitati in centri di accoglienza sparsi soprattutto nella periferia romana. Con gli inefficienti mezzi pubblici della capitale impiegano fino a due ore per raggiungere la scuola. Salvo impegni con l’avvocato per il permesso di soggiorno, sono sempre presenti e puntuali.

Gli insegnanti sono professionisti che ricevono un compenso

I tutor, che hanno scritto il progetto e raccolto i fondi, sono volontari che credono nel “give back”. Restituiscono gratuitamente quanto hanno appreso nel percorso lavorativo e fungono da supporto per tutte le difficoltà, personali o culturali, che possono sorgere con e tra i ragazzi e ragazze. Un piccolo gruppo, parte del mondo del volontariato che conta quasi 7 milioni di persone le quali, agli impegni della vita quotidiana, decidono di affiancare azioni gratuite – per circa 850.000 ore di lavoro all’anno – a supporto della collettività, con un impegno che si aggiunge agli strumenti, non sempre esaustivi, del welfare pubblico. Il profilo di questo esercito di pace e solidarietà è stato rappresentato in un libro – reportage, presentato nel 2018, alla Camera dal CESVIT.

C’è chi sceglie di prestare la sua attività all’interno di un’organizzazione strutturata e chi invece preferisce farlo senza intermediazioni, magari in una logica di prossimità e di vicinato. Chi è mosso da valori religiosi e chi, nell’aiutare gli altri, trova anche una risposta al bisogno di socialità. La propensione al dare una mano non è correlata al disporre di un reddito alto, mentre esiste un legame forte tra impegno sociale e risorse culturali. Non sono infatti le risorse economiche la variabile determinante per accrescere le probabilità che una persona faccia volontariato, bensì quelle socio-culturali.  Titolo di studio, abilità digitali, partecipazione culturale. Per cui, più aumenta il numero di laureati e il numero di persone ricettive alla cultura e più aumenta il tasso di volontariato. E il numero di cittadini che aiutano il prossimo e investono nel bene comune.

Fare volontariato scuola di democrazia

Per far crescere la solidarietà e l’impegno civico è di primaria importanza dunque investire nell’educazione, nell’istruzione universitaria e nella cultura. Fare volontariato inoltre è scuola di democrazia perché partecipare ad associazioni ha un effetto di socializzazione alla partecipazione politica, soprattutto per le classi sociali più svantaggiate.

Durante la cerimonia inaugurale di Padova capitale europea del volontariato 2020 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un passaggio del suo discorso, ha detto che i volontari sono “corpi intermedi della Repubblica pronti all’intervento di urgenza. Impegnati nelle ricostruzioni delle lacerazioni patite dalle popolazioni, delle ferite presenti nel nostro tessuto sociale – e alle quali non sempre le istituzioni riescono a porre rimedio – nella gestione e nel perseguimento di obiettivi di sostenibilità sociale e ambientale”.

Le diverse forme del volontariato e della cooperazione sopperiscono dunque all’assenza o alla latitanza dello Stato. Ma, soprattutto in questo momento, non possono fermarsi alla mera assistenza ma devono, proprio come corpo intermedio, sollecitare l’intervento dello Stato. In tutte le sue articolazioni e sviluppare progetti che puntino a rendere l’assistito autonomo e produttivo per il paese ospitante. Il volontariato è dunque un viaggio fatto di incontri e progetti il cui successo è l’efficacia dell’aiuto prestato. In questa ottica il progetto Città dei Mestieri prevede che, dopo il corso, i volontari si facciano carico di contattare i potenziali datori di lavoro per includere questi ragazzi e ragazze nel nostro tessuto sociale.

Ma ancora prima il volontariato è soprattutto un mosaico di storie raccontate per cui occorre cancellare convinzioni e i pregiudizi predisponendosi all’ascolto di realtà molto lontane dalla nostra. Nel briefing ricevuto dai responsabili del centro e dalle assistenti sociali, che seguono soprattutto i minori, i tutor della Città dei Mestieri imparano che ci sono ragazzi, soprattutto albanesi, spediti dalle famiglie indigenti, in Italia per ricevere assistenza medica. Ci sono gli egiziani che, al compimento della maggiore età, vengono chiamati dai connazionali a vendere fiori nei chioschi aperti a Roma 24 ore. Ce ne sono altri, la maggioranza, che fuggono da guerre o da conflitti a bassa intensità e che sono qui a 17 anni …. proprio soli!

Il tutor aiuta a sviluppare fiducia e rispetto

C’è allora il ragazzo afghano che mostra con le lacrime la foto del suo compagno di scuola ucciso dai talebani. Il giovanissimo del CIAD che ha un curioso accento romano (annamo è finita la scuola dice ogni volta) che racconta di avere 13 tra fratelli e sorelle perché il papà, musulmano, ha due mogli. Aggiunge però che vivi sono solo sei.

Gli altri sono morti?” – “Alcuni sì. Altri sono spariti

Cosa vuol dire spariti?”  – “Mi vergogno ora. Forse te lo dirò” e si alza di corsa per raggiungere la cucina.

Imparare a fare il pane, un mestiere per il mondo

E la ragazza nigeriana che vuole imparare a fare il pane “perchè è un mestiere che ti porti in tutto il mondo. E perché non si può vivere facendola cameriera ai piani di un grande albergo pagata 4 euro a stanza”. Uno dei volontari chiede all’assistente sociale come questi ragazzi, che vengono inseriti nelle scuole pubbliche, interagiscano con i coetanei italiani. La sua espressione quando risponde mostra l’imbarazzo e la pazienza di dover spiegare una verità elementare.

Non interagiscono. Le difficoltà linguistiche, che pure incidono, sono paradossalmente le meno importanti. Questi ragazzi e ragazze partono dai loro villaggi di origine intorno ai 14 anni. Arrivano in Italia dopo un viaggio che dura in media 2 anni durante il quale hanno visto e subito di tutto. Fame, stanchezza sfinente, torture, abusi, solitudine in un mondo di adulti. Una adolescenza negata, spesso preceduta da una infanzia disagiata. Sono distanti anni luce dai ragazzi italiani della loro età. Questi sono ancora adolescenti, quelli , a 16 anni, uomini fatti e donne con un vissuto devastante. L’unico modo per farli interagire è mettere una palla al centro e farli giocare al calcio”.

Ma non basta, non può bastare per lenire le ferite, per dare loro una nuova prospettiva di vita. Troppo poco il tempo di permanenza nei centri per i minori. A 18 anni, mentre i nostri figli sono ancora a casa, loro saranno soli in un paese straniero. Occorre che lo Stato risponda alle sollecitazioni del mondo del volontariato perchè le persone che hanno bisogno di aiuto sono sempre di più, destinate ad aumentare per effetto di guerre sconsiderate e crudeli, di pandemie e carestie.

Cinzia Gaeta