Se l’Europa vuole ancora essere una potenza manifatturiera nel 2030, abbiamo bisogno di una vera politica industriale europea. Gli investimenti necessari per consentire all’Europa di competere sulla scena globale e lo sviluppo di strategie industriali a lungo termine volte, tra l’altro, a un’economia a emissioni zero, sono così importanti che possiamo avere successo solo mettendo in comune i nostri finanziamenti, le nostre competenze e le nostre competenze.   La scelta che abbiamo di fronte è semplice quando si tratta di politica industriale: unire le nostre forze o lasciare che la nostra base industriale scompaia gradualmente. Un’industria forte è al centro di una crescita sostenibile e inclusiva, soprattutto è ciò che darà all’Europa la sua sovranità economica e indipendenza. 

Così sta scritto nel manifesto franco-tedesco di politica industriale per il XXI secolo firmato a gennaio del 2019, nel quadro del trattato di cooperazione che rilancia e modernizza quello storico del 1963, firmato da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer all’Eliseo.

Dall’industria dipende la nostra sovranità e indipendenza, scrivono francesi e tedeschi.  La testa delle catene del valore si sposta altrove. Chi sta in cima comanda, chi segue pedala e arranca.

Francia e Germania, più realiste e attente alla salute delle loro imprese di noi italiani, sanno che tra trent’anni, in un pianeta abitato da dieci miliardi di abitanti, il peso dell’Europa sulla ricchezza globalmente prodotta è destinato a ridimensionarsi. Le stime degli analisti indicano una riduzione dal 15% al 9% del PIL globale.  Il peso del vecchio, ricco e stanco occidente sviluppato, si ridurrà in favore di Cina, India e Indonesia e altre economie emergenti, come Vietnam, Filippine, Nigeria. Alcune delle previsioni (1) sostengono anche che la caduta più dura la sopporteranno Italia e Spagna.   L’Europa avrà in futuro uno spazio più piccolo, già oggi la presenza di campioni tecnologici globali europei è ridotta, e dovrà difenderlo in una competizione multipolare sempre più centrata sulla tecnologia e il capitale intellettuale (1). Se realizzeremo investimenti robusti in ricerca potremo ritagliarci una parte, non più da protagonisti, ma forse non da comprimari.

In Italia è il momento d’oro dei piani strategici, dei piani nazionali delle riforme, dei programmi di crescita, di visioni di lungo termine per sostenere la competitività. Difficile dire se questo sia davvero un buon segno e se la sbandierata attenzione per l’economia reale produrrà qualche piccolo soprassalto di vitalità, svegliando dallo stato comatoso in cui si trovano le politiche per l’industria (2). In Europa, nell’era pre-Covid, operavano 2,1 mln di imprese, che davano lavoro a 30 mln di persone, producendo il 26% del valore aggiunto non finanziario, l’83% dell’export, con la generazione di 233 miliardi € di surplus nel 2017, peraltro con un apporto italiano molto significativo. Questi pochi numeri basterebbero a dirci che il manifatturiero è di vitale importanza per l’Europa per promuovere investimenti e innovazione, per l’introduzione d’innovazioni radicali, per stare nella parte alta delle catene del valore globale. Per non passare una vita da gregari.

Oggi ci sentiamo afflitti dalla nostra lentezza, dalla propensione e talento a non eseguire ciò che promettiamo e programmiamo. Ce ne siamo accorti quasi con sorpresa, feriti a morte da un virus delle dimensioni di circa un millesimo del diametro di un capello umano.

L’importanza di una ricerca che si muove su orizzonti ampi e ad alto rischio di mercato non nasce oggi, essa era ben presente già ai fondatori dell’Unione.  Al punto che nei trattati di Roma del 1957 la nascente Commissione Economica Europea pensava già alla cooperazione tecnologica tra Paesi come sfida competitiva essenziale per il futuro comune. Gli importanti progetti di comune interesse europeo (IPCEI) furono introdotti nei trattati e pensati per riunire conoscenze, competenze, risorse finanziarie e attori economici. Nacquero per superare fallimenti sistemici, del mercato, sfide sociali che non avrebbero potuto essere affrontati se non in una collaborazione di ampia scala tra Paesi, per la loro complessità e portata. Furono intesi per favorire condivisione tra settore pubblico e privato, per realizzare progetti su larga scala che apportassero vantaggi significativi all’Unione e ai suoi cittadini.

Questi importanti progetti d’interesse europeo possono riguardare tutte le politiche di intervento e le azioni che soddisfano obiettivi comuni europei. Richiedono una partecipazione fondamentale delle autorità pubbliche, sia in termini finanziari che di endorsement e competenza organizzativa, poiché il mercato non finanzierebbe progetti di tale respiro.

Ci sono voluti cinquantasette anni perchè nel 2014 venisse lanciato il primo Important projects of common European interest. Il primo è dedicato alla microelettronica e si sviluppa anche con partecipazione italiana. Con un finanziamento di 1,75 miliardi di euro pubblici da completare entro il 2024, cui l’Italia si è impegnata a contribuire fino a 524 milioni; la Germania 820, la Francia 355, il Regno Unito 48, il progetto farà leva mobilitando fino a 8 miliardi di investimenti privati.

L’obiettivo è chiaro, recuperare gap competitivo con Stati Uniti, Cina e Giappone su tecnologie che possono abilitare la crescita industriale dei prossimi decenni nell’energia, automotive, aereospaziale, sanità e ambiente, sicurezza, con un portafoglio di applicazioni possibili quasi infinito. Le tecnologie sono chip ad alta efficienza energetica, semiconduttori di potenza, sensori ottici e intelligenti, materiali compositi.

La complessità e il fascino del progetto sono grandi: cooperare tra pubblici e privati alla creazione del valore europeo, in gara contro i maggiori competitori globali su una sfida della tecnologia pervasiva, la microelettronica. Basti pensare che sono coinvolti 29 gruppi industriali europei che sviluppano e scambiano ricercatori e tecnologi su obiettivi di ricerca comuni per la realizzazione di soluzioni e prodotti che dovranno approdare al mercato. In più le quattro nazioni pilota dovranno caricarsi della responsabilità di disseminare sull’intero territorio dell’Unione i risultati, anche con azioni di formazione per i più giovani. Sono programmi estremamente sfidanti per la conoscenza, su cui con un po’ di creatività, fantasia e coraggio, l’educazione scientifica, tecnologica, matematica, economica e giuridica, progettuale, potrebbe scatenare interessi e curiosità nei giovani in modo innovativo e coinvolgente.

Gli unici italiani finora coinvolti sono la multinazionale italo-francese STMicroelectronics e la Fondazione Bruno Kessler (ente trentino di ricerca) che sperabilmente si trascineranno, PMI e altri attori nazionali.  Rotto il lungo sonno con la micro-elettronica, un secondo progetto sta prendendo forma sulle tecnologie legate a batterie ecologiche ed efficienti per la mobilità sostenibile e l’economia circolare, con una dotazione di 3,2 miliardi euro che cresceranno fino a 5 con investimenti privati. La corsa la fanno gruppi industriali come Siemens, Basf, Solvay, forti investitori stranieri ma con presenza in Italia.

L’Europa in gruppo si muove, anche se lentamente. Alcuni Paesi singoli corrono. L’Italia si fa, rappresentare da multinazionali straniere. Ma qui per ora ferve il dibattito sulla strategia. Cross the fingers.

Andrea Bairati

(1) PWC, The World in 2050: How will the global economic order change? 2017 G. P. Bonani, La sfida del capitale intellettuale, FrancoAngeli, Milano 2002 M. Orlandi, “Il bilancio del capitale intellettuale: gestione, valutazione e misurazione”, Franco Angeli, 2012.

(2) “L’Industria. Rivista di Economia e Politica Industriale” fascicolo 2/2019, Il Mulino.