L’interessante articolo dal titolo “La destra omofoba, sovranista, antimmigrazione e antiabortista (ma ne siamo sicuri?)” qui pubblicato il 10 giugno scorso suscita una lunga serie di importanti riflessioni.
Il tema sollevato attiene al fatto che vi sia un’imperante demonizzazione dei movimenti e dei partiti di destra, ai quali vengono infondatamente attribuite posizioni razziste e neonaziste. Detta opera di demonizzazione sarebbe determinata dal mainstream dominante dell’informazione e appare indirizzata a cancellare l’avversario politico in modo totalitario.
Gli oppositori di Trump e dei partiti di governo italiani e ungheresi potrebbero facilmente obiettare che gli epiteti indicati nella titolazione sono in realtà i valori con i quali i cosiddetti populisti si autodefiniscono, ribadendo essi stessi, nei programmi e nella comunicazione, di essere nazionalisti, sovranisti, antiabortisti, contro le diversità di genere e l’afflusso incontrollato di migranti.
Ed è pure discutibile che, in paesi come il nostro, l’opposizione e/o le minoranze controllino l’informazione a danno delle menzionate maggioranze. Non sono tuttavia tali profili a suscitare la riflessione quanto il tema che si impone nell’analisi di fondo che emerge dall’articolo.
L’attuale destra reazionaria in che termini può essere definita fascista o nazista? E ancora, ha senso utilizzare le categorie politiche della prima metà del Novecento per definire o interpretare l’azione politica di un movimento del terzo millennio? Che valenza può avere per gli avversari politici della destra sovranista basare la comunicazione su dette partizioni?
Se il collegamento tra il nazismo hitleriano e l’attuale destra appare assai “complicato” (per usare un eufemismo), i caratteri portanti del fascismo sono agevolmente rinvenibili in molti programmi politici dei partiti nazionalisti in esame. La risposta del fascismo alla società liberale e alla sua degenerazione socialista era basata sul corporativismo, sul nazionalismo politico e religioso, sul privilegio gerarchico, recuperando in chiave moderna molti dei valori dell’ancien regime abbattuto dai liberali.
Leggendo le Tesi di Trieste – per restare in Italia, ma analoghe considerazioni valgono in altri paesi – si può trovare un’eco significativa di certa ideologia. Ma dal punto di vista storico tali “operazioni” sono prive di senso. Ogni programma, ogni azione politica, così come ogni costrutto teorico da attuare in pratica, deve fare i conti con l’ambiente storico a cui deve adattarsi.
Il contesto del primo dopoguerra europeo presenta alcune assonanze con il periodo attuale, ma le assonanze tali restano perché le ragioni dell’attuale crisi delle società liberali sono diverse dalle cause che hanno portato all’affermarsi del fascismo.
Ciò che accomuna i vari periodi storici è però l’incapacità della classe dirigente di affrontare e di risolvere i problemi che affliggono la società. Nella situazione attuale i partiti menzionati intercettano il consenso di gran parte della popolazione dei ceti più svantaggiati, e di buona parte del ceto medio, penalizzati dalle politiche liberiste imposte dai nuovi paradigmi economici sin dagli anni ’90.
L’allargarsi a dismisura della povertà e la concentrazione del reddito solo in poche mani, ribaltando totalmente l’evoluzione keynesiana avutasi dagli anni ’50 agli anni ’80, ha necessariamente portato chi ha pagato tale svolta a dare il proprio consenso a coloro che hanno contestato detto processo e additato presunti colpevoli da combattere politicamente (immigrazione, degrado dei valori tradizionali, elitè).
Nel caso dell’Europa, la risposta politica a tali fenomeni è stata la subalternità a certi interessi finanziari e la totale mancanza di autonomia politica che hanno incrementato il divario tra establishment e popolazione.
La dialettica politica basata sulle accuse di post-fascismo o di post-nazismo rimane quindi del tutto sterile e priva di qualsiasi efficacia posto che l’azione politica della classe dirigente europea, con il continuo impoverimento dei ceti maggioritari nella popolazione, non fa altro che rafforzare il proprio avversario.
E’ peraltro vero che le ricette di taluni movimenti, o la posizione di certi fenomeni – come Trump che appartiene socialmente alla elitè che ha beneficiato dell’impoverimento globale – non garantiscono affatto la soluzione dei problemi. Ma è altrettanto evidente che essi costituiscano l’unica voce fuori dal coro.
Non sono quindi le accuse di sovranismo a Orban o di irrazionalità a Trump a far cambiare idea all’elettorato, ma – anche se forse è troppo tardi – il gas pagato al prezzo praticato dal fornitore e non a quello speculativo fissato da 8 banche d’affari sotto forma di derivati finanziari, oppure la tassazione dei mega profitti delle grandi multinazionali del web, o ancora una politica estera che non sia il perseguimento dei meri interessi di una sola potenza straniera extraeuropea, e così via.
D’altra parte, come ha brillantemente argomentato il filosofo americano Justin Smith (L’irrazionalità. Storia del lato oscuro della ragione”) più che la razionalità, è l’irrazionalità a guidare le scelte quotidiane degli uomini.
Massimo Chioda
