In un mio precedente editoriale, avevo scritto che il continuo crollo delle vendite dei quotidiani in Italia è nella logica delle cose. Anzi è ancora inferiore a quanto ci si potrebbe attendere.

Con l’arrivo di Internet, la carta stampata avrebbe dovuto reagire con le armi delle professionalità, dell’autorevolezza e dell’attendibilità, acquisite in decenni (a volte in più di un secolo) di storia. Invece, con poche eccezioni, i giornali appaiono conformisti e omologati.

E, soprattutto, prestano il fianco al sospetto di non fare gli interessi dei lettori, ma delle lobby, sia finanziarie, sia politiche, sia pubblicitarie, che li influenzano o, addirittura li controllano. Le conseguenze si vedono appunto sulle copie diffuse. Nel dicembre 2021, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, le vendite cartacee individuali giornaliere del Corriere della Sera sono diminuite da 167.810 a 151.020. Quelle de La Repubblica, da 120.013 a 98.697.

Si tratta di due testate che, negli anni d’oro, superavano abbondantemente quota mezzo milione. Da parte sua, La Stampa, è scivolata da 76.371 a 67.224. Non so con esattezza quante copie siano vendute fuori Torino, ma è ragionevole pensare che quelle del capoluogo regionale non arrivino a 50.000. Il che, in una città con oltre 850.000 abitanti, costituisce un risultato sconfortante in termini di rappresentatività sul territorio.

In Italia è crisi continua

Ma, se l’Italia piange, la Francia, al di là dei risultati di vendita, certo non ride. La vicenda legata alla recente scomparsa di Luc Montagnier, di cui domani si dovrebbero tenere i funerali, ha segnato uno dei punti più bassi per la credibilità e il prestigio della stampa d’Oltralpe.

Facciamo un passo indietro. La morte del Premio Nobel 2008 per la medicina era stata annunciata la mattina di mercoledì 9 febbraio da France Soir (francesoir.fr). Ora, Montagnier è lo scienziato francese più noto degli ultimi 40 anni. Mito della Francia per il suo contributo dato alla scoperta del virus Hiv, che gli valse il Nobel, era stato attaccato da parte della stampa e della comunità scientifica qualche anno fa, quando iniziò a mostrare una inclinazione verso i rimedi naturali, a suo avviso a volte più efficaci delle sintesi chimiche.

Un premio Nobel ‘linciato’

Una posizione che non poteva piacere alla potentissima industria farmaceutica che, secondo i maligni, cominciò un’azione volta a screditarlo, ben supportata dai media che la cosiddetta Big Pharma è in grado di influenzare. Con l’esplosione della pandemia, Montagnier tornò prepotentemente sotto i riflettori. Fu tra i primi (e sicuramente il primo tra i grandi biologi e virologi) a dirsi sicuro che il virus fosse nato in laboratorio. Il che gli valse lo scherno da parte di giornalisti e opinion leader, che qualche mese dopo, quando le evidenze sulla non naturalità del virus cominciarono a essere accettate dalla comunità scientifica, dovettero ricredersi.

Ma le polemiche su Montagnier esplosero quando, per la sua contrarietà alla politica di vaccinazione di massa, divenne l’idolo dei no vax e, specularmente, l’avversario più disprezzato e temuto dalla medicina “ufficiale”. Insomma, si poteva apprezzare o ridicolizzare, amare o detestare il Premio Nobel 2008, ma non lo si poteva certo ignorare.

Un ritardo imperdonabile

Di fronte all’annuncio dell’improvvisa scomparsa di un personaggio di tale notorietà e attualmente al centro di polemiche feroci, ci si sarebbe aspettato che in Francia la stampa mainstream si buttasse a pesce, dando immediato risalto alla notizia. Invece dall’anticipazione di France Soir (testata poco amata dalle istituzioni, perché accusata di non censurare tesi complottiste), alla conferma da parte dei grandi media e dei loro siti, è passato oltre un giorno e mezzo. Liberation per prima ha ripreso la notizia alle 16 e 30 circa del 10 febbraio, subito seguita dalle altre testate.

Eppure la morte di Montagnier era stata confermata su Twitter qualche ora prima, la mattina del 10 febbraio, da un altro scienziato molto noto in Francia, il professor Didier Raoult. Anche lui passato all’improvviso, nel circolo mediatico dalle stelle alla stalle. Osannato quando era il consulente principe di Emmanuel Macron per la Santé nelle fase iniziale della pandemia. Messo alla berlina (e licenziato), quando aveva contestato l’utilità delle vaccinazioni di massa.

Tutti i social contro la ‘svista’ della stampa francese

Come mai questo inspiegabile ritardo? France Press, una delle più autorevoli agenzie stampa transalpine, ha cercato di giustificare l’imperdonabile “buco” della notizia, dicendo di aver incontrato difficoltà nel trovare conferme ufficiali sulla morte del Premio Nobel. Una versione contestata fortemente dal popolo dei social, che, come riporta FranceInter.fr, ha ritenuto in massima parte che i giornali abbiano voluto prendere tempo per fare raffreddare la notizia. In realtà, Twitter è andato addirittura in tilt per gli innumerevoli cinguettii contro la presunta censura da parte dei media mainstream.

Non sono certo in grado di dire cosa ci sia dietro l’assordante silenzio durato un giorno e mezzo, un tempo infinito per l’informazione contemporanea. Di certo la stampa francese è stata travolta dalle critiche e ha visto compromettere la propria immagine di “Quarto potere” al servizio del pubblico.

Milo Goj

Milo Goj

Milo Goj, attuale direttore responsabile de L’Incontro, ha diretto nella sua carriera altri giornali prestigiosi, come Espansione, Harvard Business Review (versione italiana), Sport Economy, Il Valore,...

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