In occasione della ricorrenza della Festa della Donna, il Museo del Risparmio di Torino il 7 marzo ha ospitato un incontro – nell’ambito del tema tempo e denaro – dal titolo “Donne multitasking: in equilibrio tra lavoro e famiglia”.
Statisticamente le donne, da sempre e già da adolescenti, dedicano più tempo alla casa e alla famiglia rispetto agli uomini. Che valenza economica ha questo tempo e, soprattutto, quali risvolti socio- culturali ha questo fatto?

Se ne è discusso con studiosi – sociologi, economisti, accademici – e con “addetti ai lavori”, presentando anche un valido esempio di responsabilità sociale dell’impresa.

Innanzitutto è da sfatare un luogo comune: il multitasking non è gradito alle donne, ma è subito. Le donne non sono più portate e non sono più brave degli uomini, sono semplicemente più gravate da responsabilità. Il multitasking è vissuto come una necessità che consiste nel dover fare più cose insieme e nel minor tempo possibile, in quanto gli uomini della famiglia non se ne fanno carico. La sensazione dei moderni ritmi di vita è quella della mancanza di tempo per fare tutto ciò che è necessario o comunque utile. Ogni cosa è ora più breve, dalle canzoni alle novelle. Anche le decisioni devono essere prese in maniera più veloce, talvolta considerando solo il breve e non le conseguenze nel lungo periodo.

Le donne che decidono di dedicarsi alla famiglia a scapito del lavoro e dell’attività professionale in genere, fanno una scelta incentrata nel breve periodo, in quanto solo in esso vi sono vantaggi tangibili. Nel lungo periodo i risultati saranno necessariamente negativi, in quanto alla vecchiaia spesso si somma la povertà finanziaria (a maggior ragione oggi che la pensione è solo più rapportata ai contributi versati). Una scelta di vita consapevole da parte delle donne comporterebbe anche il tener conto dello scenario futuro, ossia del lungo termine (quando le scelte ormai non saranno più modificabili) e non solo del presente e delle sue attuali esigenze. Questo aspetto è particolarmente rilevante in un contesto sociale caratterizzato sempre più dalla mancanza di stabilità del matrimonio – negli ultimi anni il rapporto tra matrimoni e separazioni è di un terzo – laddove l’assegno di mantenimento difficilmente remunera le rinunce e i sacrifici svolti a favore della famiglia, se non in rari casi di reddito particolarmente alto e di patrimonio particolarmente consistente del marito.

In termini economici e statistici, il lavoro domestico in senso lato – che comprende oltre ai classici lavori di pulizia della casa e di stiratura anche la cura di anziani/ bambini e le cosiddette attività di consumo che prevedono una trasformazione quale la cucina o l’iscrizione dei figli a scuola nonché le attività di rapporti interpersonali quali possono essere l’appianare i dissidi tra i membri della famiglia o l’organizzare le vacanze – può quantificarsi in ben 447 miliardi di Euro ed è pertanto pari al 30% del PIL italiano!!

La statistica ci dice che rispetto al 2002 il lavoro domestico delle donne è diminuito di 20 minuti al giorno e quello degli uomini è aumentato di 12 minuti, dedicati per lo più alla cucina. Ciò che vi è veramente di anomalo in Italia rispetto agli altri Paesi europei è che le donne dedicano la maggioranza del loro lavoro domestico alla pulizia/cura della casa e alla preparazione dei pasti. Ma ciò che è ancora più strano è che il 62% delle donne si considera soddisfatta, se non molto soddisfatta, di questo. I dati confermano che non vi è alcuna relazione tra carico di stress e lavoro domestico. Si può dedurre che le donne italiane, per fattori culturali, considerano il lavoro domestico importante per la loro identità. Indicativamente le donne in Italia dedicano al giorno almeno 1 h in più degli uomini nel lavoro domestico, i quali godono di 1 h giornaliera in più di tempo libero. Cibo e casa, per processi culturali consolidati nel tempo, sono valori fortemente radicati nella nostra cultura.

Gli economisti fanno notare che il tempo non è un alleato delle donne. Le donne italiane studiano più a lungo rispetto ai maschi e ottengono risultati migliori. In contropartita, però, il tempo per trovare occupazione è più lungo e la remunerazione, a parità di competenze, è minore. Evidentemente per le imprese la maternità costituisce ancora un “rischio” , tuttora attuale e non facente parte solo più del passato remoto della nostra storia. Anche laddove le percentuali di occupazione sono paritarie tra uomini e donne la forbice cresce comunque nelle posizioni apicali. Attribuire a ciò il mero criterio della retorica meritocratica sarebbe troppo riduttivo, piuttosto è più realistico il criterio del presenzialismo, essendo importante anche le modalità con le quali si danno le opportunità alle donne. In ogni caso gli studiosi sottolineano che gli incentivi economici influenzano i comportamenti delle persone, in maniera uguale se non di più, dei fattori culturali.

In alcune realtà imprenditoriali si sono fatti alcuni significativi passi in avanti in tema.

La Lavazza – primario gruppo industriale piemontese che conta 4000 dipendenti nel mondo, di cui quasi la metà in Italia – ha esteso il part time volontario anche ai propri dipendenti uomini sino al compimento del terzo anno di vita del figlio (utilizzato dall’80% delle madri). E’ stata istituita una palestra Interna all’azienda nell’ottica di ottimizzare i tempi, soprattutto per le madri di famiglia. Lo smart working – il lavoro svolto da casa ma non solo in casa – è stato introdotto e utilizzato in maniera paritaria tra dipendenti di ambo i sessi. In particolare sono state previste delle ore di “libertà” pomeridiane che non vengono valutate negativamente dall’azienda e che possono servire per i più svariati motivi (per la visita al genitore anziano, per il pediatra del figlio oppure semplicemente per andare dal parrucchiere). L’idea più originale è stata quella di aver introdotto, su base volontaria, pensato per le madri ma esteso anche ai padri, un master che dia la possibilità di utilizzare le competenze e le capacità genitoriali acquisite anche in campo professionale.

Concludendo con un dato che perviene dalla statistica, negli ultimi anni in Italia si sono delineati i “nuovi padri”, uomini di età tra i 30/34 anni con istruzione medio alta, che hanno sensibilmente aumentato il tempo di cura ai figli, passando da 45 minuti a 1h e 23 minuti da dedicare alla cura in senso lato dei figli. Purtroppo non si sono ancora evidenziati i “nuovi mariti”: in un ventennio il tempo dedicato dagli uomini al lavoro domestico è risultato essere aumentato di soli 12 minuti in più al giorno!!

Liliana Perrone

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