A differenza delle polemiche che spesso accompagnano l’avvicinarsi della ricorrenza del 25 Aprile, la commemorazione del 2 Giugno sembra immune da tensioni di natura memoriale. E da quel sano entusiasmo costituzionale che dovrebbe rappresentarne l’essenza.

Si potrebbe essere portati a ritenere che tale basso profilo della Festa della Repubblica possa essere determinato da un profondo consenso che giorno per giorno è andato consolidandosi attorno alla celebrazione. Non di meno le ragioni di questa scarsa attenzione dell’opinione pubblica potrebbero avere motivi più profondi che negli ultimi anni hanno risvegliato l’attenzione degli studiosi (per tutti, si veda, da ultimo, l’opera collettanea in 6 volumi pubblicata da Viella). Proverò anche io a formulare alcune osservazioni che possano (forse) stimolare un dibattito.

Costituzione luogo della memoria

Il nesso tra 2 Giugno e Costituzione non merita neppure di essere richiamato tanto è evidente e scontato. Nel Referendum che in “quel” 2 giugno si svolse si ritrova l’atto fondativo dell’Assemblea costituente e il suo mandato assiologico.
Qualche parola vale piuttosto la pena di essere spesa sulla valenza memoriale rivestita oggi dalla Costituzione, perché si tratta di una riflessione meno assodata, che contribuisce a gettare luce sulle domande che ci andiamo qui ponendo. La Costituzione può essere considerata, ripercorrendo il ragionamento di Pierre Nora, un “luogo di memoria”. I testi costituzionali, infatti, sono spazi immateriali dove la storia si fa presente attraverso la definizione di regole di comportamento che pretendono di disciplinare il presente in funzione del futuro, contribuendo alla costruzione di una identità costituzionale collettiva.

Autorevolezza meno emozionante

Altrove, in tal senso, ho parlato della Costituzione come esempio della teoria artistica del contro-monumento. E c’è chi, riferendosi ad altri documenti di rilevanza storico-memoriale, ha usato l’espressione “monumento linguistico”. Il testo scritto, infatti, ha per sua natura una vocazione a farsi strumento di memoria, dal momento che la parola è scritta per essere segno che si rinnova nel presente dopo ogni lettura, con la pretesa di proiettarsi nel tempo. Ancor più se quella parola ha carattere giuridico e, dunque, esige non solo di proiettarsi, ma anche di conformare di sé quel futuro.

Orbene, nel caso specifico della Costituzione italiana, pur ammettendo che si tratta di un testo che gode di ampia autorevolezza tra i suoi cittadini, bisognerà riconoscere che ormai da lungo tempo non pare essere in grado di suscitare, con il suo ricordo, trasporto ed emozione, come invece accade con altri oggetti esemplari. Non pare, cioè, in grado di tradursi in partecipazione memoriale e in ritualità collettiva, neppure in occasione della ricorrenza della Repubblica.

Un tiepido entusiasmo per il 2 Giugno

Non so se si possa parlare di pathos tra gli addetti ai lavori o nell’ambito delle cerimonie istituzionali che i pubblici poteri sono chiamati a svolgere nella giornata del 2 Giugno. Quel che è certo è che, più in generale, il legame dei cittadini con la Costituzione italiana raramente sembra concretarsi nella quotidianità. Si stenta cioè a passare dalla sacralità del testo alla ritualità della vita costituzionale di ogni giorno.
La Consulta, del resto, si è accorta da tempo di questa distanza tra testo e vita costituzionale. Ne ha preso atto e ha provato di conseguenza a reagire, per quanto le era possibile e nonostante le critiche suscitate, riportando la Costituzione tra la gente. Ne sono prova le visite dei giudici nelle scuole e nelle carceri, ma anche l’apertura del procedimento costituzionale alla figura dell’Amicus Curiae.

Recuperare il valore della Patria e della bandiera

Per quanto mi riguarda, credo che le ragioni del tiepido entusiasmo con cui ogni anno si accoglie il 2 Giugno siano strettamente legate all’esaurirsi del rapporto mythos-logos che per anni ha sostenuto la narrazione costituzionale. Certo pesano anche quei motivi che sono stati più volte ricordati e che hanno senza dubbio a che vedere con i connotati prevalentemente militari che caratterizzano le celebrazioni romane (poco in linea con l’orizzonte di senso dello spazio pubblico delle nuove generazioni) e con quel nodo irrisolto a causa del quale vi sono concetti e simboli (tra tutti la patria, la bandiera, per certi versi la stessa idea di nazione e di popolo…) che, pur appartenendo alla nomenclatura costituzionale, restano ostaggio, ancora oggi, del passato fascista e per questo marginalizzati. Non di meno, resto convinta che valga la pena soffermarsi anche su altre spiegazioni.

Il rispetto che non si fa pratica quotidiana

Bisognerà, così, ammettere che il rispetto formale che i cittadini nutrono per la Costituzione ha da tempo smesso di farsi pratica, senza più riuscire ad assumere le forme dell’ordinario. Ciò è accaduto, per l’appunto, perché il mythos costituzionale, a partire da un certo momento, non ha più saputo farsi logos, ossia discorso attorno alla Costituzione. Non ha saputo, cioè, assumere un valore simbolico, paradigmatico, capace di illuminare di straordinario il discorso sul quotidiano, che pure è una dimensione della Carta.

La funzione “mitica” del 25 Aprile

La funzione mitica è stata per lo più assimilata da altre festività, come quella del 25 Aprile, in quanto alimentata da una narrazione più adatta alle pratiche memoriali contemporanee che si fondano su quello che Giovanni De Luna ha emblematicamente definito il paradigma vittimario. Non importa quale sia il valore da celebrare. Da diversi anni la memoria istituzionalizzata si consolida in ogni caso attorno alla consacrazione delle vittime, di coloro che hanno compiuto un sacrificio e che ancora ripresentificano il loro atto estremo attraverso i compagni superstiti, che possono dare testimonianza dell’accaduto.

La Festa che celebra una vittoria

La vittima si è convertita nell’oggetto esemplare per antonomasia innescando una serie di conseguenze, in termini di inaridimento dell’azione memoriale nello spazio pubblico, di cui negli ultimi anni si cominciano a vedere i segni. Il 2 Giugno non poteva non patire le conseguenze del contesto in cui si sviluppano le dinamiche memoriali contemporanee. La Festa della Repubblica, infatti, è la celebrazione di una vittoria. Quella della democrazia su cui si fonda la nostra storia costituzionale dal 1946. Con essa si intende commemorare un successo, l’affermazione della dignità umana e della libertà come orizzonte del nuovo ordinamento. I padri e le madri costituenti non sono morti “per” la Costituzione. Sono vissuti per affidarci una Costituzione… si tratta della narrazione di un trionfo, ahimè, poco adatta ai tempi più inclini a pathos vittimari.

Ripartire dai valori della Costituzione

Da dove ripartire quindi se intuiamo, come credo che accada anche a voi, che forse proprio l’esaltazione di quello straordinario che si fa ordinario e di quel discorso che al medesimo tempo si fa mito, ma anche racconto del quotidiano, può costituire uno spunto per riattivare i meccanismi stanchi della cittadinanza, della partecipazione, dell’impegno istituzionale? La risposta è complessa ma trova fondamento in una certezza. Partire dal 2 Giugno significa ripartire dalla Costituzione, da questo luogo di memoria che si fa futuro.

Riguardare la Costituente con stupore e compassione

I conflitti sociali che sono il fisiologico humus in cui si muove il costituzionalismo democratico, d’altra parte, offrono quotidianamente nuovi spunti da cui muovere per vivere nella pratica il mito costituzionale. Quando sappiamo cogliere questi spunti si torma effettivamente a guardare alla costituente e al nostro testo costituzionale con stupore e com-passione. Non è forse quello che è avvenuto da ultimo, quando le rivendicazioni volte a proporre il punto di vista di genere sulla storia e a far riemergere la memoria repressa delle donne hanno alimentato il discorso sulle costituenti, affiancando finalmente l’espressione di “madri costituenti” a quella datata dei “padri”?

L’ordinario si è fatto straordinario

Le vite di quelle giovani, in ombra per decenni, nella loro ordinaria straordinarietà, sono state capaci di parlare alle donne di oggi e reclamano di rivolgersi alla società di domani. Il racconto della loro esistenza e del loro ruolo in costituente ha riacceso l’attenzione sulla Costituzione e sull’eccezionalità di quei giorni, che rompevano il quotidiano pretendendo al contempo di assicurarne la continuità nel tempo.

È nell’ordinario che si è fatto straordinario, affinché i cittadini e le cittadine d’Italia potessero tornare a vivere un quotidiano libero e degno, che si concreta l’atto mitico del momento costituente. È nella celebrazione di quel successo che potremmo forse ritrovare entusiasmo, gioia per l’appartenenza a questa Repubblica. A me non pare poco. Anzi, mi pare qualcosa che meriti di essere celebrato.

Anna Mastromarino

 

 

 

 

Anna Mastromarino

Professoressa Associata di Diritto Pubblico Comparato Delegata di Dipartimento per la Mobilità Internazionale Dipartimento di Giurisprudenza Università di Torino

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