Si dice spesso che la salute è il bene più prezioso.

Mai come in questi mesi abbiamo percepito il peso di queste parole. In termini umani, certamente, ma anche nel suo senso più ampio, dovendo fare i conti con le ricadute sociali ed economiche che la protezione della salute comporta davvero.

Anche se la nostra Costituzione non prevede alcuna gerarchia tra diritti, da febbraio 2020 in poi abbiamo assistito a un progressivo acuirsi della tensione tra tutela della sanità ed esercizio di altre libertà fondamentali, con il prevalere netto della prima sul secondo. Il che, in linea di principio, è comprensibile, soprattutto se si presta attenzione al fatto che, nei momenti più critici del contagio, a essere stato messo in pericolo è il bene stesso della vita, il cui peso sulla bilancia ha finito con il neutralizzare qualunque altra riflessione, rendendo assoluto il metro di giudizio.

Non di meno non sfugge a nessuno che in queste ultime settimane, in corrispondenza della cosiddetta seconda ondata, che, pur se attesa, si è tentato di esorcizzare nei mesi estivi, il clima pare assai cambiato, tanto nelle sfere della decisione politica, quanto tra l’opinione pubblica.

Da una parte si nota indecisione, dall’altra una certa insofferenza. Il risultato è il crescere di confusione e pressapochismo, che certo non aiutano in un momento in cui sensibilità politica e senso di responsabilità dovrebbero essere le parole d’ordine.

Non si vuole in queste poche note aprire una riflessione sul senso profondo del concetto di rappresentanza politica, che per chi scrive risiede nella capacità di assumere scelte nell’interesse di tutti (dove “tutti” può essere inteso solo in senso comunitario…); di avere una visione di bene pubblico (dove “pubblico” non può che riferirsi alla collettività), a prescindere da calcoli elettorali e opportunismi di partito. Colui che governa è chiamato ad avvalersi degli esperti, a intercettare le rivendicazioni degli elettori, a considerare le esigenze del sistema economico… ma il suo ruolo è quello di tenere tutto insieme con una decisione che non può che essere la sua visione sul tutto.

Non credo neppure che sia questa la sede per un dibattito (…che pure la pandemia ha mostrato essere essenziale…) sulla capacità della struttura di governo di far fronte al nostro modello di decentramento legislativo. La mancanza di luoghi di coordinamento dell’azione centro-periferia, che favorisce ancora una volta tatticismi politici, costituisce senza ombra di dubbio il tallone di Achille di questo impianto istituzionale che dalla riforma del 2001 è rimasto in attesa di essere definito, soprattutto per quel che concerne la rappresentanza territoriale a livello parlamentare. D’altra parte, probabilmente prima ancora che interrogarci sull’equilibrio centro-periferia, bisognerebbe chiarirsi su quale funzione sia oggi chiamato a svolgere il nostro Parlamento, che negli ultimi mesi ha mostrato tutta la sua fragilità istituzionale, restando emarginato, quasi incapace di riprendersi uno spazio per contenere la frenetica attività normativa dell’Esecutivo o almeno per contribuire a disegnare il quadro di legalità entro cui quell’attività possa svolgersi.

In questo clima di tensione crescente tra chi chiede il pugno duro e chi maggiore flessibilità, tra coloro che chiuderebbero tutto, perché se no si muore di Covid-19, e chi ricorda che se chiudiamo tutto moriremo di fame, non di meno si potrebbe cominciare, forse un po’ controcorrente rispetto al dibattito in corso, a svolgere alcune riflessioni di più ampio respiro, capaci di fornire orizzonte di senso (costituzionale) alle scelte che bisogna prendere.

Si potrebbe così richiamare il fatto che in un contesto di democrazia costituzionale nel quale ci muoviamo, la scelta non potrà mai essere tra sospendere un diritto in favore di un altro oppure desistere dal farlo. I principi del costituzionalismo contemporaneo, infatti, escludono che si possa parlare di sospensione di diritti, anche solo al fine di tutelarne uno o alcuni in particolare. Lo stato costituzionale democratico pretende di non poter venir meno ai propri valori fondanti, neppure nei momenti di estrema urgenza e necessità. Pretende fedeltà a se stesso, ossia alla sua natura di strumento per la limitazione del potere assoluto.

La chiave per l’azione politica, dunque, anche in questo difficile periodo, resta quella del bilanciamento tra diritti, che espandono la loro tutela e riducono il loro esercizio nel rispetto del principio di proporzionalità. Il che significa: contrazione di un diritto mai più incisiva di quanto ritenuto utile ad affrontare la situazione concretamente intesa; parimenti, garanzia di quelle libertà che possono continuare a essere assicurate, pur con uno sforzo organizzativo maggiore e efficiente. Solo ragionando in termini di ponderazione e non di sospensione è possibile tutelare lo stato di diritto costituzionale.

In questo senso il lacerante scontro cui stiamo assistendo tra tutela della salute, garanzia del diritto allo studio, salvaguardia dell’economia, per esempio, potrebbe essere affrontato sotto una luce diversa, senza per forza ridurre la decisione politica sulle libertà a un discorso secondo cui chi vince, vince tutto e null’altro resta da dire.

In questo senso molto potrebbero fare gli organi deputati al controllo dell’agire politico. La Corte costituzionale in prima battuta, in relazione alle (poche a dire il vero) fonti primarie approvate; il Parlamento stesso, rispetto alla incontenibile fiumana di ordinanze e decreti di rango amministrativo che si è riversata sulla vita dei cittadini. Non da ultimo, in termini concreti, la stessa giustizia ordinaria.

Se in un primo momento la necessità di agire con urgenza di fronte a un fatto straordinario può aver paralizzato la dinamica dei pesi e contrappesi del sistema italiano, è chiaro che oggi la situazione appare sempre meno straordinaria, nel senso che sempre meno imprevedibili risultano le necessità cui dare una risposta e sempre meno urgenti, perché non più inaspettate, le ragioni dell’agire.

Ciò rende auspicabile un ritorno alla misura. Non tanto dei provvedimenti da prendere, che saranno inevitabilmente duri per far fronte a questa situazione fuori controllo a livello mondiale; piuttosto per quel che concerne le procedure della decisione, al fine di garantire sempre la legalità costituzionale degli atti assunti, non solo da un punto di vista procedurale, ma anche sostanziale.

E ancora non basta.

C’è anche un aspetto contenutistico oltre che formale che la fedeltà alla nostra identità costituzionale ci impone. E in questo senso non possiamo fare alcun passo indietro.

Perché per restare all’altezza delle sfide che la nostra Carta impone, il nostro ordinamento non può solo limitarsi a garantire diritti, in senso lato. Deve essere in grado di assicurare diritti di qualità, accessibili a tutti.

Il nostro sistema costituzionale pone al centro del proprio agire la dignità della persona umana. Di tutte le persone umane. Il che significa che la garanzia dei diritti, anche quello alla salute e alla vita, deve essere letta prima di tutto nell’ottica di esaltare la persona nel suo complesso come fine ultimo dell’azione politica. La persona nel suo complesso: dall’atto della nascita a quello della morte; nella sua integrità fisica, ma anche emotiva e psicologica; nella sua veste di soggetto titolare di diritti individuali, ma anche di membro di collettività che segnano il suo profilo culturale e morale.

Non possiamo abbassare la guardia; non possiamo abbassare la nostra pretesa circa la qualità dei diritti che devono essere riconosciuti. Neppure in questo periodo di grave incertezza e difficoltà. Non possiamo farlo perché non possiamo pensare a ogni singolo diritto riconosciuto se non come a uno strumento per permettere il pieno sviluppo delle singole persone. Al di fuori di questa visione, ogni progetto politico diviene sterile.

Le condizioni di abbandono in cui sono cadute alcune fasce della nostra società; l’assenza di attenzione rispetto al livello di formazione che la nostra scuola sta garantendo agli studenti; il venir meno degli strumenti che assicurano solidarietà sociale al di fuori dell’emergenza; l’abbandono di ogni considerazione per quel che concerne il pluralismo culturale o l’integrazione verso le comunità di minoranza che sono spesso anche le più fragili da un punto di vista socio-economico; la mancanza di livelli minimi garantiti per le procedure sanitarie che esulano dal contenimento e cura del Covid-19 (si pensi alla –non–pratica dell’aborto e alle sue ricadute sulla vita delle donne…)… L’elenco è lungo. Anche volendo non potremmo qui esaurirlo. Ognuno di questi punti, apre la riflessione a nuove riflessioni, a nuovi ambiti. Ilumina nuove condizioni di disagio e di precarietà.

Il rischio è che stabilizzando l’esistenza del nostro costituzionalismo in una condizione di emergenza, la pretesa rispetto a un costituzionalismo esigente si allenti.

Non credo che possiamo permetterlo.

Questa pandemia inevitabilmente porterà via con sé molte delle nostre certezze. Ce ne accorgeremo nei mesi, anni a venire. Sta a noi decidere se le permetteremo di portarsi via anche pezzi di quelle conquiste di civiltà giuridica cui eravamo approdati attraverso lotte e rivendicazioni.

Non si tratta di non rendersi conto delle difficoltà contingenti. Si tratta di non abbassare la guardia; di essere vigili.

Teniamoci stretto l’indispensabile.

Anna Mastromarino

Anna Mastromarino

Anna Mastromarino

Insegna diritto costituzionale all'Università di Torino ed è membro della Fondazione Benvenuti in Italia

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