Il 9 giugno si è tenuto nella sede della “Casa nel Parco”, nel quartiere Mirafiori Sud di Torino, un dibattito con  protagonista l’avvocato Bruno Segre. L’incontro è stato organizzato dalla Fondazione della Comunità di Mirafiori Onlus e Fondazione Croce.

Partigiano ed imprigionato nelle carceri fasciste e naziste, dopo la fine della guerra, Segre ha sempre coltivato due duplici attività e passioni. Da una parte avvocato, con particolare riferimento alla tutela degli obiettori di coscienza degli anni ’50 / ’60. Dall’altra giornalista ed editore della prestigiosa rivista L’Incontro, da lui fondata e diretta per oltre 70 anni e che ora prosegue le pubblicazioni “online”.

Un appuntamento per non dimenticare

Nella sua presentazione Elena Carli, segretaria generale della Fondazione Mirafiori, ha precisato che l’iniziativa era la prima di una collaborazione che si intende sviluppare, nell’interesse dei cittadini. Sia con il Consiglio dell’Ordine dei Commercialisti di Torino, sia con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino e la sua Fondazione Croce. Quest’ultima, come ha ricordato l’avvocato Lucchese, in rappresentanza del presidente della Fondazione Croce avvocato Enrico Maggiora, è stata istituita per ricordare il sacrificio di Fulvio Croce, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1977.

La difficile strada verso la legalità durante il fascismo

La parola è stata quindi data all’avvocato Segre. Con la consueta lucidità e passione civile, ha intrattenuto il pubblico sul tema della “legalità”. Partendo dalle sue esperienze Segre ha evidenziato come la legalità, durante il fascismo, fosse stata abbattuta con la violenza e la repressione e si basasse, talora, su un apparato di meschina pura forma. Segre ha raccontato che, al momento di sostenere gli esami universitari, l’obbligo di portare la camicia nera veniva aggirato dagli studenti che la indossavano solo prima di entrare nell’aula per poi toglierla al di fuori.

La storia di Segre si intreccia con la Storia d’Italia

Le stesse leggi razziali, punto di massima abiezione del regime fascista e del Re che le approvò, erano aggirabili con le opportune conoscenze o con donazioni di denaro a qualche funzionario corrompibile. Bruno Segre a seguito della necessità di sfuggire, quale ebreo per parte di padre, a tale folle legislazione, fu costretto a dotarsi di documenti falsi. Ma, a seguito di un controllo, venne incarcerato nella famigerata caserma di Via Asti di Torino, luogo di torture ed anticamera per la morte o per i campi di sterminio in Germania.

Fulvio Croce, il presidente che fece rispettare la legge

Proseguendo nel racconto della sua vita e della storia del nostro Paese, Segre ha usato parole molto forti contro l’illegalità palese dei metodi usati dalle BR allorché esse assassinarono nel 1977, l’avvocato Croce. Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, Croce ebbe il “torto” di fare rispettare le leggi dello Stato. Leggi che prevedevano e prevedono che qualsiasi imputato debba essere assistito da un difensore di fiducia o d’ufficio. E consentire così lo svolgimento di un regolare processo che vedeva imputati i capi storici delle BR.

Segre: Mai abbattersi, mai arrendersi…

Le Brigate Rosse, ha detto Bruno Segre, dichiaravano di volersi opporre alle leggi dello Stato. Ma non cercavano affatto di migliorarle, nell’interesse dei cittadini. Pretendevano essi stessi – che erano pure una risibile minoranza – di abbattere lo Stato uccidendo politici, magistrati, sindacalisti e semplici poliziotti e carabinieri che adempivano unicamente al proprio dovere. L’incontro si è concluso con un lungo applauso. Segre che ha invitato tutti i cittadini, anche nei momenti di difficoltà, a non abbattersi. E per questo ha preso proprio ad esempio dal titolo del suo volume dedicato appunto all’esperienza carceraria di Via Asti: “Non mi sono mai arreso”.

Così come a non dimenticare che il nostro faro costante non può essere altro che la legalità, coniugata nel rispetto della Costituzione ed all’interno dell’Europa democratica.

Alessandro Re