No, non sono piste da sci sciaguratamente aperte sui crinali delle montagne a fendere le foreste fitte di abeti. Del resto, per quanto sia scellerato l’uomo, chi mai aprirebbe piste con tragitti così improbabili? Sono i postumi della tempesta “Vaia” che alla fine di ottobre del 2018 ha distrutto milioni di alberi. Ha deturpato ettari di foreste tra le più belle, tra le più ammirate, tra le più magiche tra il Trentino, il Veneto e il Friuli.

È come se un gigantesco frullatore a immersione fosse stato utilizzato “a casaccio” qua e là, su e giù. L’effetto era stato quello di un gigantesco campo da gioco shangai dove, però, gli stecchini colorati affastellati inestricabilmente erano tronchi lunghi decine di metri e pesanti tonnellate e tonnellate.

Una tragedia annunciata?

Il racconto di Manuela dalla sua Fiera di Primiero era stato accorato, angosciato, preciso e dettagliato. Quel caldo innaturale, abnorme a fine ottobre; il cielo che si fa livido; quella pioggia violenta e incessante e poi i torrenti della Valle che si ingrossano a vista d’occhio. Lei nella palestra della sua scuola con i suoi studenti, la sua scuola di campioni e i suoi studenti campioni (sui quali magari tornerò). Un occhio ai ragazzi e l’altro fuori, al torrente che si ingrossa e sale, sale, sale…

La sua memoria corre al novembre del 1966. Lei bambina alla finestra della nonna su via Terrabugio – la centrale di Fiera di Primiero – divenuta letto di un impetuoso torrente, auto e alberi spazzati via e trasportati dalla piena. Quella notte del 28 ottobre 2018 pioggia e pioggia. Pioggia e vento. Pioggia che scroscia, vento che urla. E quel frastuono strano, ripetuto, incessante, ignoto, mai sentito prima. Il mattino dopo, il versante est della Valle non presenta nulla di strano: la visuale è aperta. Sul versante ovest, invece, sopra casa sua, le nuvole sono basse.
Quando si alzano l’inimmaginabile si manifesta. Il bosco non c’è più, il bosco fitto è distrutto, gli alberi sono abbattuti in un intrico inaccessibile anche a piedi.

Opere di bonifica e ripristino troppo costose

Le opere di bonifica e ripristino nel vasto territorio interessato (in particolare, oltre alla Valle di Primiero e la Val Canali, la Val di Fiemme, l’Altopiano di Lavarone, Folgaria e Luserna, la Val dei Mocheni e l’Altopiano di Piné, l’Altopiano di Asiago e il Bellunese) sono difficilissime e costosissime.
Un amico boscaiolo mi ha spiegato che sono necessari macchinari, attrezzature e professionalità molto particolari per mettere mano in sicurezza a una situazione così incredibilmente complicata e rischiosa. Se su un pendio sbagli una manovra di rimozione di un tronco, in quella situazione può venir giù tutta la gigantesca catasta e portarsi dietro mezzo bosco.

Per accedere ai luoghi di intervento occorre aprire strade dentro ai boschi e quindi abbattere alberi per farsi largo. Ricordo infatti che, salendo verso Spitz Levico (e l’incredibile fortezza scavata nel cucuzzolo della montagna), sull’Altopiano di Lavarone avevo visto all’opera giganteschi mezzi di imprese austriache e slovene. La necessità di un intervento rapido per scongiurare l’ammaloramento ulteriore dei tronchi abbattuti e la proliferazione di parassiti non ha consentito di guardare troppo per il sottile. Al danno della tempesta si sono aggiunti danni connessi alle modalità di intervento comunque necessarie e inevitabili.

Dopo la tempesta il Bostrico mette sotto attacco gli abeti rossi

Tra l’altro – mi è stato riferito – sono sorti anche problemi contrattuali, in quanto, oltre alla rimozione dei tronchi di per sé difficilissima, rischiosissima e onerosissima, era essenziale pattuire anche la successiva pulizia e bonifica del sottobosco. Non tutti se ne sono resi conto. L’esperienza ci insegna che nei contratti di appalto per opere edili occorre sempre inserire tra le prestazioni dovute dall’appaltatore la pulizia di cantiere e il trasporto alle pubbliche discariche dei materiali di risulta. Si è trattato di un’ulteriore attività delicata e dispendiosa. Chi non se ne è avveduto ha avuto brutte sorprese.

Oggi la maggior parte dei boschi deturpati è stata bonificata e ripulita. Sta cominciando a crescere l’erba, ma per riavere le foreste ci vorranno secoli.
E non è finita qui. Le particolari condizioni determinate dalla quantità di alberi morti e dall’innalzamento della temperatura anche invernale ha propiziato l’abnorme proliferazione del Bostrico Tipografo, detto anche “Bostrico dell’abete rosso”. E proprio prevalentemente di abeti rossi si tratta. I magici abeti rossi cari ed essenziali per i liutai di tutto il mondo.

Il coleottero che uccide anche gli alberi sani

L’allarme ormai è conclamato. Questo coleottero ad altissimo indice di propagazione attacca anche gli alberi sani scavando gallerie nei tronchi. L’albero si indebolisce, subentrano funghi e parassiti. Ecco le macchie di abeti morti: in piedi, ma morti. La Provincia Autonoma di Trento con l’Istituto di Entomologia dell’Università di Vienna sta provando a correre ai ripari, ma l’allarme è rosso e la preoccupazione enorme. Che cosa fare, quindi? Che cosa può fare ciascuno di noi? Andiamo a vedere.

Sosteniamo l’economia delle Terre Alte

Andiamo a vedere la meraviglia delle nostre montagne e delle nostre valli, andiamo in punta di piedi e in silenzio nella quiete dei nostri boschi, respiriamo in silenzio i profumi del bosco. Sosteniamo con attenzione e rispetto l’economia delle Terre Alte così complessa e faticosa con passo felpato, sguardo attento, orecchie tese. E col cuore pieno di meraviglia per la bellezza e di struggimento per la distruzione.

Claudio Zucchellini

Claudio Zucchellini

Avvocato, Consigliere della Camera Civile di Monza, attivo in iniziative formative per Avvocati, Università, Scuole e Società Civile.

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