Honoré de Balzac scrisse che “vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa”.

A tal proposito l’anno scorso questo giornale pubblicava un mio articolo riguardante la fuga del re Vittorio Emanuele III, di Pietro Badoglio, del Governo e degli Alti Comandi Militari a Brindisi dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943. In esso evidenziavo le numerose anomalie degli eventi che fanno sospettare un accordo segreto del re e di Badoglio con i Tedeschi per salvarsi la vita promettendo in cambio la consegna di Mussolini e il territorio italiano non ancora occupato dagli Angloamericani. Per avere un quadro più completo di una pagina vergognosa della nostra Storia, vale la pena approfondire ancora la vicenda grazie ad ulteriori notizie ricavate, soprattutto, dalle ricerche contenute nell’interessante libro dell’Avvocato Riccardo Rossotto, intitolato “Il Patto scellerato. I Savoia e il mistero dell’ignobile fuga”.

Di un accordo segreto con i Tedeschi, parlarono, alla fine della guerra, alcuni giornalisti come Ivan Palermo e Ruggero Zangrandi, il Generale Carboni e Peter Tompkins, agente americano dell’OSS (Office of Strategic Services) infiltrato a Roma prima della Liberazione. Non vi sono prove dirette del patto, né confessioni. Sono i fatti che parlano da soli e che lasciano sbigottiti. Seguiamone un’altra volta la trama arricchita dai nuovi elementi.

In vista dell’annuncio dell’armistizio, Badoglio e gli Alti comandi militari non rispettano l’accordo con gli Alleati di predisporre le condizioni favorevoli all’aviolancio dell’82° Divisione paracadutisti americana vicino a Roma, che viene annullato. Badoglio adduce la scusa della nostra impreparazione causata dall’anticipazione della data del comunicato da parte degli Angloamericani. Dopo l’annuncio, i Tedeschi stringono in una morsa Roma, ma i nostri Comandi stranamente non reagiscono. Anzi, spariscono per alcune ore. L’ultimo ordine è quello di Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, delle 0.20 del 9 settembre, che dispone di “non prendere iniziative di atti ostili contro i germanici.”

Eppure, i Tedeschi sono già in azione dalle ore 23…

Il SIM (Servizio Informazioni Militare), fra l’altro, intercetta una telefonata fra il Generale Westphal, capo di stato maggiore di Kesserling (comandante delle forze armate tedesche in Italia), e Berlino, nella quale viene riferito che i paracadutisti tedeschi stanno disarmando gli Italiani e la “3° Divisione Panzer Grenadieren” è già in marcia. Perché dunque il Generale Ambrosio e il Generale Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, non ordinano l’esecuzione della “Memoria OP 44” contenente gli ordini per i Comandi superiori sulle azioni di guerra da contrapporre a quelle dei tedeschi dopo l’armistizio? L’ipotesi è che proprio in quelle ore sia stato perfezionato il patto. Secondo Zangrandi e il Generale Carboni attraverso un accordo intervenuto fa Ambrosio e Kesserling.

In particolare, potrebbe essere stato il Ministro della Guerra Sorice a prendere contatti con il comando tedesco. Direttamente o tramite Ennio Von Rintelen, addetto militare a Roma e collaboratore di Kesserling. Zangrandi racconta, infatti, nel suo libro “L’Italia tradita”, che alcuni testimoni vedono in quelle ore Von Rintelen fare la spola fra Roma e il Comando tedesco a Frascati, nonostante i posti di blocco della Divisione “Granatieri di Sardegna” che sta combattendo con i Tedeschi. Non solo.

Lasciare transitare…

Tra i documenti della commissione d’inchiesta esiste una relazione del Generale De Rienzi, comandante della “Granatieri”, in cui è riprodotto il testo di un fonogramma, senza numero, diramato alle ore 3,20 del 9 settembre dal Comando di Divisione a tutti i posti di blocco che recita: “Transiterà da capisaldi provenienti da Roma verso sud, l’Ecc. Von Rintelen accompagnato da addetti militari marina ed aereonautica provvisto di lasciapassare del Comando Corpo d’Armata Motorizzato. Lasciar transitare”. Altri inquietanti fatti lasciano senza parole.

Secondo la versione ufficiale verso le 4 del 9 settembre il Generale Roatta convince tutti della necessità di partire da Roma in quanto non difendibile. In realtà sappiamo, da varie testimonianze, che Ambrosio aveva già organizzato la fuga nelle ore precedenti. Sempre Roatta, alle 5,15, ordina al Generale Carboni di far muovere le Divisioni “Ariete” e “Piave” in direzione Tivoli, lasciando la Capitale senza difesa e rischiando che le nostre truppe vengano bombardate dai Tedeschi sulle strade intasate. Inoltre, tutte le forze armate italiane, in Italia e all’estero, vengono abbandonate senza ordini per 48 ore.

Centinaia di migliaia di soldati italiani vengono fatti prigionieri dai Tedeschi e deportati nei lager

Perché i Comandi italiani, così facendo, aprono ai Tedeschi la strada per Salerno dove è avvenuto lo sbarco degli Alleati? E perché Kesserling non fa bombardare le divisioni italiane in ripiegamento su Tivoli? Alle 5.30 del mattino del 9 settembre il corteo di auto dei fuggitivi (la famiglia reale, il Governo e gli Alti Comandi con famiglie, 250 persone circa) composto da almeno 80 automobili con le insegne militari italiane transita liberamente sulla Tiburtina in direzione Pescara. Percorre tranquillamente 250 chilometri e supera almeno 5 posti di blocco dei tedeschi. Il Generale Zanussi, che viaggia nel corteo, ricorda che la parola d’ordine “ufficiali generali” fa alzare misteriosamente le barriere dei posti di blocco. Esiste la testimonianza di un ufficiale tedesco del posto di blocco della Wehrmacht sotto Avezzano, il capitano Gerard, che in un volumetto ritrovato dal giornalista Cesare De Simone, scrive: “una decina di auto in testa alla colonna avevano le tendine tirate sui finestrini. Non sapevo chi ci fosse dentro ma sapevo che chiunque vi fosse poteva passare”. Il corteo di auto, come confermato da vari abitanti della zona, viene sorvolato più volte da aerei tedeschi e lo stesso accade anche per la nave Baionetta, sulla quale viaggiano i fuggiaschi verso Brindisi.

Perché Kesserling permette questa fuga?

La resa delle truppe italiane a Roma non viene proposta, come fu detto poi, dal Generale Student nel tardo pomeriggio del 9, ma le trattative cominciano fin dalle prime ore del mattino come confermato dal Generale Gritti davanti alla Commissione d’inchiesta e da Kesserling nelle sue memorie. Resa che avviene, guarda caso, solo alla conferma dell’arrivo dei fuggitivi a Brindisi. I garanti dell’intesa rimasti a Roma, cioè il Generale Calvi di Bergolo, genero del re, il Ministro Sorice e Mario Badoglio, figlio del Capo del Governo, dopo un breve periodo di detenzione in Germania ottengono un trattamento privilegiato fino alla fine della guerra. Come ho già raccontato nell’articolo dell’anno scorso, vari testimoni ci dicono che la liberazione di Mussolini a Campo Imperatore è una farsa e il Duce, che era stato promesso agli Alleati, viene in pratica consegnato ai Tedeschi. Perché? Tutte queste circostanze, illuminate dai nuovi particolari, avvalorano sempre più la tesi del patto scellerato e segreto.

La vicenda fu sottoposta prima al vaglio di una Commissione Parlamentare d’inchiesta per la mancata difesa di Roma nominata nel 1944 dal Governo Bonomi, al termine della quale risultarono colpevoli solo Roatta e Carboni. Poi, al giudizio del Tribunale Militare di Roma, in cui tutti furono assolti. Gli atti rimasero coperti da segreto di stato per più di vent’anni. Nel processo fu singolare il comportamento del Generale Roatta, il quale, dapprima si difese duramente lasciando intendere possibili clamorose rivelazioni. Poi si calmò fino al silenzio. Probabilmente il suo messaggio era giunto a destinazione. Il giorno prima del deposito degli atti della Commissione d’inchiesta, infatti, Roatta, che nel frattempo era stato arrestato per l’omicidio dei fratelli Rosselli, fuggì, o più probabilmente fu fatto fuggire dall’ospedale ove era ricoverato.

Forse per spiegare questa ennesima fuga è necessario ricordare che, quando era giunto a Brindisi, in qualità di ex capo del SIM aveva posto le basi di un nuovo servizio segreto clandestino che diverrà poi il cosiddetto “noto servizio” o “anello”, nei decenni successivi collegato alla “strategia della tensione”. L’oscura storia dell’ignobile fuga che abbiamo rievocato e che Ruggero Zangrandi definì “un nero tradimento dell’esercito e del paese”, ci ammonisce ad osservare sempre con spirito critico la versione ufficiale delle vicende politiche.

Lorenzo Bianchi

 

Lorenzo Bianchi

Avvocato, studioso di Storia e di Diritto Umanitario con particolare interesse per il Diritto Internazionale dei Conflitti Armati.

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