Guido Mattioni è un giornalista italiano di lungo corso che, una volta smessi i panni dell’inviato speciale, indossati per anni, ha trasferito nella narrativa la sua particolare dote di saper descrivere con accuratezza luoghi, personaggi e, al tempo stesso, quella di saper indagare in profondità nei più diversi spaccati della nostra società.

I suoi romanzi, venduti in migliaia di copie, risultano così particolarmente intensi ed evocativi. E se è vero che l’opinione del pubblico e dei lettori decreta il successo, possiamo affermare, senza timore di esser smentiti, che Mattioni ha conquistato molti cuori non solo in Italia, a partire dal suo primo romanzo, “Ascoltavo le maree”, ma anche oltre Oceano.

La sua carriera, iniziata con Indro Montanelli, lo ha visto scrivere per diverse testate prestigiose come Il Giornale ed Epoca. Mattioni ha dimostrato di avere talento nel suo lavoro, cosa che gli ha permesso di farsi apprezzare in molteplici vesti, passando via via negli anni dall’iniziale ruolo di semplice redattore e cronista a quelli di inviato speciale, editorialista, caporedattore e vicedirettore.

Nato ad Udine, ma milanese d’adozione (dal 1978), è cittadino onorario di Savannah, in Georgia, la località americana dove ha ambientato appunto “Ascoltavo le maree”, romanzo d’esordio a cui ne sono seguiti altri due, tutti ambientati negli Usa, e poi raccolti in un unico volume intitolato “Trilogia Americana” (Ink edizioni). Proprio in questi giorni è tornato in libreria con “La morte è servita” (Mind Edizioni), in cui ci conduce per mano dentro il mondo delle multinazionali che ha conosciuto molto da vicino.

Iniziamo dall’incipit: può raccontarci com’è nata la passione per il giornalismo e la scrittura?

Se mi consente, partirei da come è nato l’amore per la scrittura, che è stato la naturale e ovvia conseguenza dell’amore per la lettura. Ho iniziato a leggere molto presto, prima di andare alle elementari, complice una mamma, grande professoressa di italiano – di quelle di una volta! – che mi ha fatto crescere tra i libri,pur senza mai impormeli. È stato un innamoramento spontaneo. Dopo essermi annoiato con i soldatini, aver tentato invano di costruire una gru con il Meccano e trovando del tutto privi di fascino il rotolamento e i rimbalzi di un pallone, avevo scoperto in casa una Divina Commedia illustrata dalle tavole di Gustave Doré, un volumone più grande di me. Passavo ore a sfogliarlo, disteso in terra, spaventato dagli “occhi di bragia” di Caronte e al tempo stesso affascinato dalla sicurezza con la quale Virgilio, pur senza Google Map, indicava a Dante la retta via negli oscuri meandri dell’Inferno. Poi arrivarono le prime vere pagine da leggere, soprattutto quelle dei libri di Salgari. Ne ricordo a memoria brani interi, per le tante volte che li ho riletti. Poi, crescendo, sarebbe venuto via via il resto, giornali compresi.

Appunto, i giornali e il giornalismo, l’altra passione. Ci racconti…

Come in tante famiglie italiane di allora, arrivava a casa, in abbonamento, ogni settimana, la copia di Epoca, il magazine mondadoriano nel quale – guarda un po’ il destino – tanti anni più tardi, dopo l’esordio al Giornale Nuovo, con Indro Montanelli, avrei lavorato, iniziando a fare i primi servizi da inviato speciale. Divoravo i reportage di Walter Bonatti, quelli di Giuseppe Grazzini, la rubrica di Vittorio G. Rossi e gli articoli di tutte le altre grandi firme che lo affollavano. Senza dimenticare che ogni sera, a tavola, lasciando raffreddare il cibo nel piatto seguivo mamma e papà commentare quello che avevano letto sul quotidiano locale o sul Corriere della Sera. Così non ebbi più dubbi: “da grande” avrei voluto fare solo un lavoro. Quello. E mi è andata bene, perché per quarant’anni ho avuto il privilegio di fare ciò che avrei fatto anche gratis.

Poi, a carriera conclusa, sono arrivati i libri. Si è dedicato alla narrativa. “La morte è servita”, ultima fatica letteraria, il suo quarto romanzo, è uscita da pochi giorni, il 26 gennaio: vuole parlarne, almeno per sommi capi, senza svelare troppo della trama?

Volentieri, anche perché è un romanzo molto diverso, per genere e per trama, dai primi tre. Mi sono infatti cimentato per la prima volta in una sorta di giallo, o se vuole di noir; mentre la tecnica narrativa è quella del cosiddetto “New Journalism”, dove fiction e realtà si fondono. Vicende inventate, insomma, ma che traggono spunto da fatti dell’attualità. Quindi, quella che ho scritto è una storia plausibile. Possibile. Nello specifico quella di un intrigo internazionale, tessuto in segreto da manager di grandi multinazionali alimentari e del farmaco, ai danni dei consumatori e della loro salute. Il tutto, con il ricorso ad atti e messaggi intimidatori, anche violenti, progettati e messi in atto da un oscuro personaggio, un insospettabile omino dai capelli rossi, pettinati con un ridicolo riporto, che vive defilato in un villaggio qualsiasi del Lussemburgo. Sullo sfondo, si vede scorrere quella sciagura epocale chiamata global economy. Ovvero profitto al massimo e totale assenza di morale.

Ma, alla fine, questo complotto e i suoi ideatori vengono smascherati.

Sì, da tre bravi giornalisti di un piccolo e coraggioso quotidiano d’inchiesta di Ginevra che, dopo aver fiutato e seguito le tracce di tre roghi dolosi scoppiati in altrettanti punti del mondo, lontanissimi tra loro – Francia, Sicilia e Amazzonia – scoprono e rivelano al mondo questo patto scellerato, i suoi mandanti e gli esecutori. Ma di più non dico, ovviamente.

Mi pare logico. Uscendo invece dalla fiction e venendo alla realtà, possiamo dire che il mercato mondiale del cibo è ormai concentrato nelle mani di poche multinazionali; lei che cosa ne pensa? Come sarà il cibo del futuro? E che ripercussioni avrà sulla nostra salute?

Storpiando il modo di dire, che è ottimistico, penso che ne vedremo delle brutte. La durata della vita media, che indubbiamente anche grazie a importanti farmaci era cresciuta in modo esponenziale fino a poco tempo fa, da circa tre-quattro anni ha imboccato la parabola inversa, all’ingiù. E questo anche nei due Paesi statisticamente più longevi, Giappone e Italia. Uno studio epidemiologico americano, uscito nella distrazione generale, in tempo di pandemia, ci dice che per la prima volta dal secondo dopoguerra l’attuale generazione di bambini americani avrà una vita media più corta rispetto a quella dei loro genitori. Un altro studio, recentissimo, pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Allergy and Clinical Immunology”, rivela che le allergie alimentari nei bambini tra 0 e 5 anni di età sono triplicate nell’ultimo decennio e conferma un dato che peraltro si conosceva già: uno dei principali colpevoli è il cibo spazzatura industriale. I soliti noti, insomma: dalle merendine ai prodotti da forno, dalle carni lavorate alle bibite gassate. Tragica verità che era stata peraltro sancita dallo studio NutriNet-Santé, condotto in Francia tra il 2009 e il 2017 su un imponente panel di 107mila persone di età media di 43 anni. Studio pubblicato dal “British Medical Journal” che ha rivelato come il consumo quotidiano e regolare di cibi ultra-processati non sia solo la “fabbrica” di patologie diffusissime come ipercolesterolemia, ipertensione, diabete e obesità, ma sia collegato a un aumentato rischio di insorgenza di tumori. E lo studio lo quantifica tra un +6% e un +18%.

Cifre che fanno paura.

Ahimè sì. Ma del resto basterebbe chiedere a quei pochi medici che hanno voglia di parlare. Perché ti direbbero, per esempio, che patologie un tempo da adulti come il morbo di Crohn o la rettocolite ulcerosa, senza dimenticare la steatosi epatica, sono ormai diffuse e in aumento anche tra i bambini di 5 o 6 anni.

Passo ad altro. Lei è cittadino onorario di Savannah, località americana dove ha ambientato il suo primo romanzo. Qual è, oggi, il rapporto con questa città della Georgia?

È rimasto lo stesso che ebbi la prima volta che ci capitai, abbastanza per caso, nel 1991. E cioè un folle innamoramento. Savannah, fascinosa e antica cittadina in stile coloniale – di fatto è il set pronto per girare il sequel di Via col vento – è molto femmina e cortigiana: è lei a scegliere te, non il contrario. Una volta che ti entra nel sangue non ne esce più; per la sua bellezza, appunto, ma anche – e direi soprattutto – per filosofia e stile di vita. Non è l’America che conosciamo, non è New York né tantomeno Los Angeles. Savannah è altro. Per me, poi, è anche casa. Direi di più, è un pezzo di “famiglia”, dato che lì ho una comunità di amici carissimi che mi hanno disinfettato, curato e fatto rimarginare le ferite dell’anima e del cuore nel periodo più buio e doloroso della mia vita, 21 anni fa.

Come mai molti dei suoi romanzi, per la precisione tre, sono ambientati negli Usa? Che cosa la colpisce di questa nazione?

Fatta la tara dei suoi difetti, che in 35 anni di andirivieni ho imparato a conoscere e a rifiutare tutti – dalla diffusione delle armi alla pena di morte, che ancora resiste in circa una ventina di Stati su 50 – il fascino esercitato dall’America su di me è fisico. Risiede infatti nei suoi immensi spazi, che mi regalano una straordinaria sensazione di libertà. Basti pensare che la superficie coperta da tutti i centri abitati, dalle metropoli ai più piccoli villaggi, occupa poco più del 3% di quella totale. Il resto è Natura, per di più bellissima ed estremamente varia.

Da giornalista che ha lavorato in diverse testate – dai settimanali ai quotidiani, passando anche dai mensili – quali consigli darebbe a un giovane che vuole intraprendere questa carriera?

Qui vado facile. Gli darei lo stesso consiglio che mi diede Indro Montanelli nel fervorino che mi fece nel maggio del 1978, quando mi assunse, prima che iniziassi il primo giorno di lavoro: “Ricorda che per essere un bravo giornalista sono indispensabili due sole, ma fondamentali, qualità: curiosità e buoni piedi”. Certo, lui poteva permettersi il lusso di omettere la qualità di saper scrivere bene. Lo dico essendo io strasicuro che non ci sarà mai nessuno in grado di scrivere come lui, perché il suo periodare non era scrittura, era come leggere uno spartito musicale. In merito alla dote della curiosità, non occorre aggiungere altro, è ovvia e facile da spiegare. Quanto all’avere buoni piedi, il direttore voleva dire che le vere notizie, quelle che contano, non arrivano da sole, né al telefono, né tantomeno dalla tv, né oggi dal web. Devi uscire e andartele a cercare.

Domanda di rito. Ha progetti per il futuro?

Potrei dire un quinto romanzo, che non escludo, dal momento che alcune idee in testa le ho già, ma mi parrebbe una risposta banale e scontata, per uno che fa lo scrittore. Sarei inoltre poco sincero, nel senso che i miei veri progetti, da “ragazzo del ’52” quale sono, si limitano in fondo al poter vivere bene e possibilmente in salute, senza mai dimenticare un’arte preziosa, ma ahimè sempre meno praticata: sorridere agli altri.

Martina De Tiberis

Martina De Tiberis

Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara con il massimo dei voti. Nel 2021 ha intrapreso il percorso per diventare giornalista pubblicista,...

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