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Il diritto al lavoro e le parole vuote

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Nel vissuto quotidiano si percepisce un arretramento dei “Diritti e Doveri” che nell’insieme formano la “Dignità del Cittadino” e “vorrei che in futuro sia posto all’attenzione del dibattito quanto questi fondamentali siano frantumati nel concreto.” Così ci scrive un nostro lettore-sostenitore, Osvaldo Cannavicci, che teme un “sonno delle coscienze”.

Leggendo queste riflessioni, mi è tornato alla mente un giorno dello scorso ottobre, quando Carlo Calenda passò una giornata al ministero dello Sviluppo economico, non sopra da ministro ma sotto, in strada, con gli operai della Embraco. Un’esperienza che fu per lui come una rivelazione e che gli fece dire: “Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Per cui pensiamo che un operaio di cinquant’anni che ha passato la vita a fare impianti può andare a lavorare nell’economia delle app. Queste cazzate le abbiamo sostenute, io le ho sostenute, per 30 anni. E poi dice che vincono i sovranisti…”.

Di favole negli ultimi decenni ne sono state raccontate tante. A partire dalla globalizzazione buona di per sé, che avrebbe saputo regolarsi da sola ma che alla fine ha diminuito le diseguaglianze a livello globale ma ha aumentato quelle all’interno dei singoli paesi e che ha prodotto, senza che le élite sapessero prevederlo, fenomeni come la Brexit, la crisi di fiducia nell’Ue, l’elezione di Donald Trump.

La storia che si ripete, come il presidente statunitense Hoover che prima e dopo la crisi dl 1929 continuò imperterrito a credere, contro ogni evidenza, nella capacità del mercato di auto-correggersi e auto-regolamentarsi, sino a che gli americani scelsero Franklin Delano Roosevelt, con la sua politica incentrata sul dovere dello Stato di dettare regole al mercato e controllarne il rispetto, e il dovere di creare lavoro, oltre che assistere gli indigenti fuori dal mercato del lavoro.

E invece, reduci dall’assistenzialismo della Prima Repubblica, di cui i baby-pensionati ne sono forse l’emblema, negli ultimi anni ci siamo rituffati in quel fiume melmoso, fatto di assistenza senza lavoro. Il Reddito di cittadinanza dalla nascita alla morte come diritto di chiunque, con il lavoro visto come un orpello. E l’Elevato propugnatore di questa “visione” eletto a Garante dell’equilibrio di governo, a Vate di cui si attende a giorni il decisivo messaggio video per portare questa maggioranza sino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, l’uomo con cui il sindaco di Milano Beppe Sala ci fa sapere di avere stimolanti confronti di idee.

E intanto, chi sta sopra nei ministeri, in attesa di ritrovarsi un giorno in strada per capire tutto, pensa che basti ripetere ogni due per tre le magiche parole Green Deal e Digitalizzazione, per essere considerato uno statista con una innovativa visione del futuro. Salvo scoprire facilmente che sotto il vestito non c’è niente.

Il tutto in assenza di una credibile alternativa, come invece fu con Roosevelt contro Hoover.

E allora ha proprio ragione il nostro lettore Cannavicci. La dignità dei cittadini al centro, tenendo presente che la dignità personale e sociale passa attraverso il lavoro, su cui la Costituzione fonda la Repubblica. A questo va dedicata costante attenzione.

Beniamino Bonardi

 

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