Si parla tanto di Stato e di mercato. Auspicando, alternativamente, una maggior presenza dello Stato nell’economia o un suo passo indietro. Si confrontano due modi diversi di pensare la società: uno più liberale con lo Stato nel ruolo di puro arbitro della corretta applicazione delle regole del gioco vigenti. Uno più statalista, con una visione dello Stato come attore protagonista dell’economia, partecipante direttamente nel capitale di aziende non necessariamente strategiche per il Paese.

Nei giorni scorsi è mancato un grande ed autorevole studioso di diritto tributario, il professore Giovanni Marongiu (Torino 1937-Genova 2021) di formazione liberale. Nicola Porro, sul Giornale, ne ha recentemente citato un’opera, l’ultima, scritta da Marongiu, proprio sul tema dei rapporti fra Stato e mercato, ai tempi del fascismo. Il professor Marongiu, come tutti i veri liberali, è sempre stato un antifascista, contestatore delle sue violenze e delle sue decisioni politiche illiberali. È interessante, però, la sua analisi del modello economico adottato da Mussolini durante il Ventennio. Un tema abbastanza sconosciuto, soprattutto ai non addetti ai lavori, e che Marongiu ha affrontato nel suo saggio “Il fisco e il fascismo” (Giappichelli Editore, 2020). Due volumi che analizzano la politica economica e soprattutto la politica fiscale mussoliniana, dividendola in due periodi ben diversi. E qui risiede proprio la novità dello studio dell’autorevole tributarista.

Gianni Marongiu

Il primo periodo che va dall’insediamento del Governo Mussolini nel novembre del 1922 fino al 1926, caratterizzato da una serie di iniziative adottate dal Ministro dell’Economia e delle Finanze, Alberto De Stefani, di stretta osservanza liberale. Il secondo periodo dal 1927 fino alla caduta del regime, caratterizzato invece da una politica fortemente statalista volta al protezionismo e alla difesa della lira con i dazi e le barriere doganali.

Quello che colpisce del pregevole studio del professor Marongiu è l’aver rivisitato e analizzato nel dettaglio la prima fase del fascismo, di segno assolutamente diverso rispetto al Dna socialista di Benito Mussolini. Particolarmente sorprendente è un passaggio del primo discorso ufficiale alla Camera dei Deputati di Mussolini, il 21 giugno 1921, dopo che nelle elezioni politiche del maggio precedente, il movimento fascista aveva ottenuto la prima rappresentanza in Parlamento, collegandosi con il “Listone” di Giolitti. Mussolini, dopo la batosta del 1919 (aveva ottenuto come capolista soltanto 4.064 voti!), nel ’21 ne ottenne 124.918, contribuendo in maniera decisiva alla costituzione del primo gruppo parlamentare del movimento.

All’ordine del giorno della Camera dei Deputati, in quel 21 giugno, c’era il dibattito sull’indirizzo di risposta dei vari partiti al tradizionale discorso della Corona all’inizio di ogni legislatura. Mussolini dopo aver trattato a lungo la questione trentina, passò alla politica interna enunciando alcuni spunti programmatici del suo partito in materia economica, assolutamente distinti e distanti dall’ideologia socialista.

In particolare disse, proprio rivolgendosi agli ex compagni socialisti: “…Ascoltate del resto quello che sto per dire. Quando voi presenterete il disegno di legge delle 8 ore di lavoro, noi voteremo a favore. Non ci opporremo e voteremo anzi a favore di tutte le misure e dei provvedimenti che siano destinati a perfezionare la nostra legislazione sociale. Non ci opporremo nemmeno ad esperimenti di cooperativismo: però vi dico subito che ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione, di statizzazione, di collettivizzazione! Ne abbiamo abbastanza del socialismo di Stato e non desisteremo nemmeno dalla lotta che vorrei chiamare dottrinale contro il complesso delle vostre dottrine alle quali neghiamo il carattere di verità e soprattutto di fatalità. Neghiamo che esistano due classi perché ne esistono molte di più; neghiamo che si possa spiegare tutta la storia umana con il determinismo economico”.

Il vecchio leone, ex socialista, che aveva vissuto da protagonista le battaglie per un miglioramento sociale ed economico del proletariato urbano, ora, in quel giugno del 1921, da buon opportunista, privo di vincoli ideologici, assumeva toni da liberista “manchesteriano”.

Per alcuni storici rassicurava, semplicemente, la borghesia e gli industriali che gli avevano dato fiducia e permesso di conquistare il potere, circa le sue intenzioni di politica economica. Insomma manteneva le promesse elettorali.

Lo Stato si limiti ad occuparsi di certi settori (ordine pubblico, giustizia e difesa: “Lo Stato ci dia la polizia che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia ben organizzata, un esercito pronto…tutto il resto, e non escluso neppure la scuola secondaria, deve rientrare nell’attività privata dell’individuo”) tutto il resto “deve rientrare nell’attività privata…”.

Ancora a Napoli, nell’ottobre del ’22, poche ore prima dell’avvio della marcia su Roma, nell’ultimo, duplice ed imponente comizio di giustificazione preventiva delle ragioni del prossimo colpo di Stato, Mussolini andava oltre per conquistarsi il consenso definitivo della borghesia industriale: “Lo Stato deve rinunciare a qualsiasi gestione di attività economica e restituire ai privati l’esercizio di quelle funzioni che aveva con il tempo usurpato”. Gli slogan dei comizi, la propaganda dei suoi interventi alla vigilia della presa del potere, non rimasero però nel dimenticatoio. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Alberto De Stefani, mise in pratica quelle idee e quelle visioni tipicamente liberali e per niente socialiste.

Alberto De Stefani

Marongiu ci offre una brillante sintesi della politica economica e tributaria di quella prima sperimentazione del fascismo governativo. De Stefani intervenne pesantemente nella normativa economica, abrogando quasi completamente la legislazione fiscale bellica basata sull’emergenza e sulla straordinarietà: “Aumentò la pressione fiscale sulle classi agrarie con un alleggerimento della fiscalità nel comparto industriale” . Non perseguì obiettivi redistributivi ma si concentrò sulla crescita e sull’espansione economica unico rimedio per ridurre l’enorme debito pubblico accumulato durante la Prima guerra mondiale.

Quanto di questa storia di quasi cento anni fa, ci ritroviamo oggi nel leggere lo scenario in cui deve muoversi il nostro Presidente del Consiglio, Mario Draghi!

Tra il 1922 e il 1926 la produzione industriale aumentò del 10% l’anno contribuendo ad una forte espansione delle esportazioni. Grazie ad una serie di specifiche misure per la sburocratizzazione della nostra macchina dello Stato, in soli quattro anni la spesa pubblica passò dal 35% al 13% del PIL. I disoccupati da 600.000 nel 1921 a 100.000 nel 1926. De Stefani istituì una imposta personale (l’attuale Irpef) solo moderatamente progressiva e nel contempo abolì l’imposta di successione. Nel quadriennio ’22-’25 “ritroviamo la più rapida ritirata dello Stato – scrive Marongiu – dalla vita economica nazionale verificatasi nella storia d’Italia” . Meno imposte, meno “Stato nell’economia”, pareggio di bilancio e riduzione del debito pubblico che passò dal 148% del PIL nel 1920 al 61% nel 1927, furono i risultati ottenuti con gli ingredienti della ricetta De Stefani.

Il miracolo italiano, firmato dal “liberale” Ministro dell’Economia e delle Finanze De Stefani giunse al capolinea quando le lobby parlamentari protezionistiche ebbero il sopravvento e iniziò la seconda fase della politica economica del fascismo, quella dell’autarchia, quella che accompagnò il regime verso l’autodistruzione. De Stefani fu dimissionato e sostituito dal conte Giuseppe Volpi, rappresentante dell’oligopolio dell’industria elettrica: la fase liberale era finita e i gruppi di potere economico riprendevano in mano le leve decisionali.

Il professor Marongiu ci permette di rivisitare una parte poco conosciuta del primo fascismo e della sua politica economica e fiscale contraddistinta da risultati sorprendenti e quasi miracolosi. Un testo da riprendere in mano perché, come dicevamo, presenta diversi spunti di grande attualità e di necessaria meditazione.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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