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Il manifesto degli Economisti per chiedere che l’Italia adotti il Mes

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In queste ultime settimane, concentrandosi l’attenzione della politica, del governo, degli imprenditori e dell’opinione pubblica sulla ripartenza e su come recuperare il disastro economico causato dalla pandemia di Covid 19 il dibattito sul MES è diventato sempre più caldo e, una decisione sulla sua adozione o meno, molto urgente.

Il MES, (ESM In inglese) è una società di diritto Lussemburghese fondata nel 2011, di cui sono soci i Paesi Europei e che ha una capacità di prestito massima di 500 Miliardi di Euro.
È stato costituito con l’obiettivo di stabilizzazione delle economie dei paesi membri che possono ricorrere ai prestiti in caso di shock economici che minano le loro economie.

È stato più volte usato da vari paesi quali: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro, ricevendo in tutto prestiti per circa 254 miliardi di Euro.
Le condizionalità legate in precedenza all’ottenimento del prestito sono state riviste dopo la crisi asimmetrica del Covid 19.

Oggi è un prestito che può essere richiesto dai paesi che fanno parte dell’area Euro a costi bassissimi e con l’unica condizionalità della sua restituzione a scadenza.

Tra questi ovviamente anche l’Italia. Che potrebbe beneficiare di circa 36 Miliardi di Euro con un tasso molto vicino allo 0.

Stante che la recente crisi pandemica ha reso palesi le inefficienze del nostro sistema sanitario con la conseguente necessità di veloce potenziamento anche in prospettiva di una nuova fiammata di contagi in autunno, l’Italia ha due scelte possibili:

  1. Finanzia per proprio conto gli investimenti necessari a tale adeguamento sottraendoli dal proprio bilancio ad altri possibili impieghi e finanziandosi sui mercati ad un costo decisamente superiore;
  2. Richiedere il MES e utilizzarlo per i necessari investimenti nella sanità senza distogliere risorse da altri progetti.

Il dibattito attuale è purtroppo viziato da argomenti di natura “politica” che nulla hanno a che vedere con la valutazione economica del prestito.
Questo è dovuto a pregiudizi e prese di posizioni pregresse, quando il MES aveva condizionalità più stringenti, e che alcuni partiti hanno difficoltà a riformulare per paura di non essere compresi dai propri elettori. Per sostenere le loro tesi, quindi, generano disinformazione sulle caratteristiche attuali del MES.

Con un gruppo di economisti e studiosi riuniti in un circuito nel quale dibattiamo quotidianamente temi di natura economica del paese abbiamo pensato di scrivere un ‘Manifesto” per chiarire le implicazioni del MES.

Lo allego per chi fosse interessato ad approfondire il tema.

Per trasparenza troverete anche i nomi di tutti i firmatari del Manifesto stesso.

Cesare Valli

Sono state dette e scritte troppe inesattezze sui fondi europei e sul MES in particolare. L’Unione Europea sta compiendo un grande sforzo di solidarietà, anche perché tutti i Paesi hanno capito che traggono beneficio dalla ripresa e dalla prosperità degli altri. Ha predisposto un ampio programma di intervento, per aiutare i paesi membri a far fronte alla crisi del Coronavirus. Ciascun programma è mirato ad obiettivi specifici e l’erogazione dei fondi è legata a condizioni e a controlli specifici. Per esempio, le risorse del Next Generation EU (500 miliardi di grants e 250 miliardi di prestiti) dovranno essere utilizzate per realizzare riforme profonde in tutti i paesi, capaci di aumentare la resistenza e la resilienza economica e sociale a eventi estremi (non solo sanitari), nell’ambito di un comune progetto europeo e sotto la supervisione della Commissione. I fondi del NGEU non saranno tuttavia disponibili fin quando non verranno elaborati i piani di sviluppo e definite le riforme che li accompagneranno o almeno il loro avvio. Riforme anche del “modello di sviluppo”, con nuovo slancio al green new deal, alla transizione ecologica e digitale, alla lotta alle disuguaglianze, nonché al superamento delle strozzature alla produttività per riprendere una crescita sostenibile di lungo periodo.

Gli interventi per la Sanità, in senso ampio, che sono urgenti e richiedono fondi spendibili subito, che possono essere finanziati indebitandosi in proprio, al tasso di mercato corrente, o ricorrendo al MES, presso il quale è stata costituita una linea di credito speciale, chiamata ESM Pandemic Crisis Support. Contrariamente a quanto previsto per le linee di credito “ordinarie” del MES – destinate ai paesi dell’Eurozona che non riescano a rifinanziarsi sul mercato a tassi sopportabili e condizionate all’accettazione di un “programma di aggiustamento macroeconomico” – i fondi del Pandemic Crisis Support devono essere usati per sostenere il finanziamento diretto e indiretto delle spese sanitarie e per i costi dovuti alla prevenzione e alla cura delle malattie dovute al Covid-19. Questa è l’unica condizione, sostitutiva di ogni altra, oltre ovviamente a quella che i soldi vanno restituiti a scadenza. Tali condizioni non possono essere modificate dopo l’erogazione dei fondi, come dall’accordo raggiunto tra i paesi membri del MES (e dovrebbe essere chiaro anche dalla logica, secondo cui non ha senso per un creditore inasprire le condizioni al momento del rimborso).

Chiarita la faccenda delle condizioni, la scelta tra l’usare e il non usare i finanziamenti del MES dovrebbe guardare solo alla convenienza: ci costa di più prendere soldi in prestito dal MES o emettere debito nazionale di pari importo? Se l’Italia utilizzasse l’intera linea di credito (circa 36 miliardi) sulla scadenza a 10 anni, dato il tasso estremamente basso, avremmo un risparmio di circa 500 milioni all’anno per 10 anni, una cifra non trascurabile. Tuttavia, sopravvivono alcune obiezioni tra le forze politiche italiane, sia di governo che di opposizione, basate sui seguenti argomenti.

1) Nessun altro paese, se non forse Cipro, sta attualmente pensando di fare domanda. La risposta a questa obiezione è che nessun altro paese ha uno spread alto come il nostro: sul decennale noi stiamo a 178 punti base, mentre Spagna e Portogallo sono scesi a 95. La Grecia ha uno spread vicino al nostro, ma non ha motivo di accedere al MES perché quest’anno non ha quasi bisogno di ricorrere al mercato e il debito in essere fruisce di scadenze lunghissime (30 e anche 40 anni) proprio perché è stato contratto con il MES (o con il suo predecessore, il ESFS).

2) I crediti MES sono privilegiati e quindi tendono a far aumentare il costo del resto del debito. Al contrario, il credito di un’istituzione internazionale è un segnale di fiducia nei confronti di un paese e tende addirittura ad avere un effetto catalizzatore degli investimenti privati. Tanto più che il MES, come il Fondo Monetario Internazionale, è un investitore stabile; non riversa i suoi titoli sul mercato in caso di crisi. Infine, anche i titoli acquistati dalla BCE con i vari programmi di Quantitative Easing rappresentano debito senior, perché la BCE non parteciperebbe ad una eventuale ristrutturazione del debito di un paese in crisi e i titoli detenuti dal sistema europeo di banche centrali rappresentano una quota del Pil italiano (17%) assai maggiore rispetto a quella rappresentata dal MES-sanitario, cioè il 2% qualora venisse utilizzato al massimo.

3) Ci sarebbe un effetto stigma negativo sull’Italia, specialmente qualora nessun altro grande paese facesse domanda. Si può osservare che con il ricorso al MES poco o nulla cambierebbe nella percezione dell’Italia da parte degli investitori: anzi, lo stigma potrebbe addirittura ridursi se l’accesso al MES venisse interpretato come il fatto che il governo italiano effettua le sue scelte in modo pragmatico e non in base a pregiudiziali ideologiche.

Il MES, infine, non è una trappola che condizionerà il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. I quali, comunque, hanno già un debito (pubblico) sulle spalle che viaggia verso il 160% del Pil. Il Governo italiano ha fatto fin qui un buon lavoro ai tavoli della trattativa, ottenendo risultati per molti versi superiori alle attese. Non può buttare a mare il lavoro fatto rinunciando ad utilizzare linee di credito faticosamente negoziate e rischiando di dare ragione a quei paesi del Nord scettici sulla capacità dell’Italia di utilizzare bene i fondi comunitari, mentre dovrebbe tenere conto che diversificare le fonti di finanziamento è una regola da seguire per qualsiasi debitore saggio.

Ernesto Auci
Michele Bagella
Gloria Bartoli
Franco Bassanini
Lorenzo Bini Smaghi
Andrea Boitani
Vincenzo Camporini
Rocco Cangelosi
Innocenzo Cipolletta
Virgilio Dastoli
Claudio De Vincenti
Giampaolo Galli
Enrico Giovannini
Alfredo Macchiati
Maurizio Melani
Marcello Messori
Stefano Micossi
Ferdinando Nelli Feroci
Piercarlo Padoan
Riccardo Paternò
Giuseppe Pennisi
Alberto Pera
Riccardo Perissich
Salvatore Toriello
Gian Luigi Tosato
Cesare Valli

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Cesare Valli
Esperto di strategia di Comunicazione Ha gestito alcune delle più note società nei comunicazione a livello internazionale lavorando su più mercati mondiali. Al suo attivo 5 privatizzazioni, oltre 25 quotazioni in Borse italiane, inglesi, francesi e americane. Ha gestito molte delle più significative crisi di aziende ed istituzioni negli ultimi trent’anni. Ha insegnato in diverse Università e Master.

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